È settembre 2024, qui in laguna anche se ha fatto un pò di pioggia c’è un caldo che non molla, Brad Pitt e George Clooney sono sbarcati alla Biennale del cinema e perfino la mia vicina ultranovantenne lo sa. Ma bisogna ammetterlo Venezia e l’arte non sono mai state così radicali e sfidanti come oggi (vedasi la Biennale arte di Adriano Pedrosa). Ma non solo di Biennali vive questa città, diceva una volta un gondoliere che la sapeva lunga e infatti alla Chiesa di Santa Maria della Pietà dal 12 settembre ci si prepara a diventare la casa e l’epicentro di una serie di conversazioni che sembrano uscite dalla mente di uno stregone dell’arte contemporanea. Transcendence, un termine ambizioso quanto sfuggente, è il titolo sotto la quale si svolgono tre serate di incontri interessanti e aperti, curati dal team di art-frame magazine, e dedicati a uno dei personaggi più enigmatici del nostro tempo: Wallace Chan. Chan (per chi non lo sapesse ve lo ripeto anche se ne ho scritto qualche mese fa proprio su queste pagine) è noto per sculture gioiello che brillano di una bellezza quasi esoterica, un artista il cui lavoro sfugge a definizioni semplici per farvela breve. Ma questa volta non è la sua opera il fulcro della discussione, quanto piuttosto una serie di domande incalzanti che mettono alla prova i nostri concetti di arte, spazio e materia.
Appunto il 12 si inizia e la prima serata si presenta con il tema: MUSICA. L’arte si fonde con il suono in un’orgia di esperimenti che potrebbe far impazzire anche il più tradizionale dei curatori. In cattedra c’è James Putnam, veterano delle mostre di Chan, insieme a Emanuele Wiltsch Barberio, il mago dietro l’etichetta musicale COSMOGRAM. Insieme a loro, Bruno Zamborlin, il “sussurratore dell’AI”, che con HyperSurfaces sta creando un nuovo modo di percepire l’arte attraverso la tecnologia. E infine, HECK, direttore artistico di art-frame, che potrebbe anche essere il guru psichedelico che aspettavamo. Parleranno dell’amore per la musica e di come essa possa trascendere il suo stesso essere, diventando un’esperienza multisensoriale. Sarà una serata di visioni (e di ascolti) vertiginosi.
E poi arriva la seconda serata il 19 settembre, che porta con sé una bella domanda: Le chiese come spazi per l’arte contemporanea? Qualcuno ha la risposta? Ci spingiamo ancora più a fondo nelle profondità della mente collettiva: Non è un’eresia, è un’idea audace. Qui torna James Putnam, come un navigatore che esplora territori inesplorati. Zad Moultaka, compositore e artista visivo, ci guida tra sacro e profano. Flavia Chiavaroli ci ricorda che anche gli architetti possono sognare e progettare nuovi paradigmi. E infine, HECK, di nuovo presente, sembra quasi che questa serata sia una sfida aperta al pubblico: cosa ne pensate di spazi di culto che diventano gallerie d’arte contemporanea? Una domanda a cui nessuno ha ancora dato una risposta definitiva. E forse è un bene, non credete?
Il 26 settembre si va verso il gran finale: Arts and/or Crafts. Arte o artigianato? Ma perché scegliere? Susanna Pozzoli, con il suo approccio antropologico, Francesca Giubilei, la curator-sultana che collega arte e design come un prestigiatore, e il duo Penzo+Fiore, che trasforma il vetro di Murano in performance dal vivo, ci condurranno in un viaggio senza ritorno. Daniele Capra, critico e curatore, sarà il nostro Virgilio, traghettandoci tra i confini sfumati di cosa sia arte e cosa invece artigianato. Un argomento che potrebbe far impazzire persino il fantasma di Walter Benjamin.
Insomma, tanta carne ops scusate, tanti argomenti in cottura e sarebbe bene per voi che leggete, di non perdervi neanche una di queste belle tavole rotonde. Queste conversazioni non sono solo discorsi, ma rituali moderni, in cui il pensiero si trasforma in esperienza, e il dibattito in arte performativa. Mentre ci si sofferma sempre di più in dinamiche di apparenza e poca tangibilità, idee di talks come questi portano il pubblico a porsi non solo domande ma a toccare con mano attraverso reali professionisti, non cosa ovvia (siamo tutti professionisti finché non lo si è per davvero, ecco qui ne abbiamo). L’ingresso è libero, perché le idee, si sa, dovrebbero essere democratiche. E alla fine, drink per tutti. Questi sono appuntamenti che a mio avviso non si dovrebbero perdere: non tanto per trovare risposte, ma per uscire con ancora più domande, perché il bello è proprio questo, no? Preparatevi a trascendere – o a perdere la testa.
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