A Matera la Camera delle Meraviglie

Alla Chiesa del Purgatorio di Matera, una mostra collettiva che dà vita a una wunderkammer in chiave contemporanea

La Chiesa del Purgatorio a Matera è un edificio di culto costruito nel Settecento, la cui facciata è punteggiata da particolari ornamenti. Le figure angeliche e gli scheletri — sdraiati sul timpano del portale principale, sostenuto da sculture di orsi, allusione alla famiglia Orsini che promosse la costruzione dell’edificio —sono allegorie dell’Aldilà e si riferiscono al cammino metaforico che compiono i defunti per purgare l’anima dai peccati e ascendere al regno dei cieli. La chiesetta a pianta greca è sconsacrata e i suoi interni baroccheggianti fino al 28 ottobre ospitano la mostra La Camera delle Meraviglie a cura di Anna Vittoria Magagna, sostenuta da Galleria Alessandro Albanese (della città dei Sassi) e l’associazione Oltre l’Arte.

Il titolo allude alle Wunderkammern, degli ambienti (camere, tribune, gallerie) che si diffusero soprattutto dal Cinquecento, poi nel Seicento Barocco e nel Settecento dell’Illuminismo, all’interno delle case di alcuni nobili, scienziati e dotti letterati. Il fenomeno ha, tuttavia, radici molto più antiche: prima il thesaurus medievale delle chiese — tra i primi voraci collezionisti si ricordano l’abate benedettino Sugerio di Saint-Denis e il duca di Berry — poi gli studioli degli umanisti. I gabinetti delle curiosità erano cosparsi di oggetti che potevano essere inseriti in due categorie principali: i “naturalia” e gli “artificialia”, artifizi di matrice umana. La smania di possesso dell’essere umano non poteva tralasciare le bellezze e le stravaganze scaturite direttamente dalla natura: ossa, denti — quelli del narvalo erano associati a creature fantastiche come l’unicorno —, uova o animali imbalsamati nella loro interezza, reperti fossili, minerali dai colori sgargianti. Erano inseriti nella categoria di “mirabilia” quegli elementi organici dalle forme talmente strabilianti e bizzarre da suscitare nei riguardanti stupore ma, allo stesso tempo, terrore.

I naturalia iniziarono a essere custoditi nelle chiese medievali come avvenne per il Coccodrillo appeso all’interno della Chiesa delle Grazie a Mantova, considerato un simbolo mariano, vessillo della vittoria del bene sul male. Anche l’uovo di struzzo era un oggetto ghiottissimo per i collezionisti da ogni dove e lo troviamo raffigurato nella Pala di Brera di Piero della Francesca poiché connesso simbolicamente all’Immacolata Concezione. Gli artificialia invece erano spesso oggetti provenienti da “culture altre”, pertinenti alla quotidianità sacra e profana di popoli di altri continenti, manufatti tribali dal forte valore comunitario o spirituale, oggetti legati a tribù aborigene o creazioni considerate “esotiche”, magari provenienti dall’Estremo Oriente. In questi cabinet confluirono con l’umanesimo cammei romani (come la celebre Gemma Augusti), monete antiche, monili, collane di perle e coralli, filigrane. Queste “meraviglie” univano l’ossessione per la raccolta di pietre preziose con lo sgomento davanti alla perizia degli uomini del passato.

Gli organizzatori, da sinistra Simone Ferraioulo Cooperativa Oltre l’Arte, Anna Vittoria Magagna, Alessandro Albanese

La selezione di opere della curatrice Anna Vittoria Magagna non vuole solo creare un calco di questa tradizione collezionista secolare ma problematizzare un’usanza foriera di un carattere di suprematismo occidentale, colonialismo, ricerca spasmodica di esoticità e alterità. Questa wunderkammer in chiave contemporanea non sarà quindi scevra di elementi di ambiguità e pericolo.

L’anima duale delle opere si svela lentamente davanti ai nostri occhi: la maggior parte delle opere ricordano manufatti di altre popolazioni, oggetti tribali, conglomerati curiosi; dall’altra parte, si ricollegano a tematiche importanti dell’attualità, al nostro modo di vivere e affrontare la quotidianità.

Il Tappeto Natura di Gilardi ci ricorda, ad esempio, la battaglia e l’impegno per la sostenibilità.

Mattia Sugamiele realizza sculture che riproducono insetti — in questo caso, è stata scelta una libellula — ricordando l’usanza della tassidermia, l’aspetto della conservazione e la volontà di eternare i naturalia. Allo stesso tempo, la sua scultura si pone al confine tra mondo digitale e fisico-tattile —legato all’aspetto ludico più diretto, le sue sculture sembrano pescate da un parco giochi per bambini —perché il lavoro di Sugamiele parte dalla modellazione digitale. Gli stessi materiali vengono acquistati su marketplace online.

Anche Elisa Schiavina ha realizzato un gruppo scultoreo, in ceramica, ispirato a elementi ludici infantili: la rappresentazione stilizzata e naïve di un gatto viola, che assume la posa di una sfinge faraonica, mette anche sulla tavola il rapporto complicato con l’infanzia e la maternità. Il tema è comune all’opera Audrey Adenomyosis (2018, dalla collezione Taurisano) in cui Athena Papadopoulos allude alla gravidanza che non ha mai avuto. All’interno di una culla rossa (colore alchemico) è posizionato un fantoccio simile a una bambola vudù. Il lettino, dotato di piedi biomorfi, è disposto a sua volta sopra un tavolino sci-fi. Nella società contemporanea il calo demografico e delle nuove nascite mostra come la volontà di procreare — condizionata da possibilità economiche, scelte identitarie, considerazioni etiche, stili di vita, priorità di vario genere — sia diminuita drasticamente. Spesso, inoltre, i figli vengono usati contro la loro consapevolezza alla stregua di “beni materiali”, un patrimonio da esporre sui social network come fonte di vanto o di profitto.

Athena Papadopoulos, “Audrey Adenomyosis”, 2018, courtesy Collezione Taurisano

Genea Lardini con Signora Capra, 2023 (pittura montata su plexiglas, compensato sagomato) tratteggia il profilo di una capra incinta che allude all’artista stessa. La curatrice si chiede: «Quali sono i confini tra bestialità e umano? Cosa vuol dire essere madre oggi? Possiamo essere madri e padri di animali? Genea vive con 12 capre ad Ancona e penso sia la persona più felice al mondo».

L’opera di Bertille Bak (Arras, 1983, vive e lavora a Parigi) è dedicata all’osservazione delle società e all’analisi accurata delle comunità e dei loro rituali. Figlia di immigrati polacchi che hanno lavorato in miniera, si è battuta contro lo sfruttamento minorile in questi contesti. “Le Berceau du Caos”, 2022 è un ready-made in legno, un cavallino che richiama le giostre e i giochi spensierati dei bambini ma, allo stesso tempo, le espressioni dell’artigianato locale.

I due dipinti di Domenico Ruccia mostrano l’ispirazione alla prospettiva di Paolo Uccello. Il mito di San Giorgio e il drago essendo di matrice inglese, quindi nord-europea, mostra un gusto per l’esterofilia. La re-interpretazione della prospettiva, “asciutta” e indagata per piani di Uccello, è in chiave contemporanea: Ruccia gioca con la prospettica facendo sparire alcune figure, eliminando le campiture di colore, o donando ad altre maggiore plasticità. «L’artista si chiede a cosa leghiamo oggi il mito e come possiamo cucire la memoria collettiva con quella più singolare e biografica», spiega la curatrice.

Sappiamo come la memoria possa essere manipolata, a seconda della prospettiva che si usa. Il video di Luca Staccioli parte dalla capacità degli oggetti e delle immagini di veicolare significati specifici e in particolar modo indaga il portato, anche negativo, dei souvenir, quali oggetti che cercano di venire incontro alla smania di possesso insita nell’essere umano. Cos’è il colonialismo in un mondo iper-globalizzato? Dov’è il confine che traccia la memoria genuina di un popolo rispetto alla versione ufficiale, tramandata dai più forti (tecnologicamente e politicamente) e smussata a colpi di violenza? Viene rievocato il passato coloniale italiano in Eritrea ed Etiopia, l’ex stato di colonia della Tunisia e di altri Paesi che hanno subito la de-contestualizzazione dei loro oggetti identitari, a opera di uno sguardo prensile, rapace e prevaricatorio su una cultura considerata “altra” e “debole”. Staccioli traccia la parola “creolo” o frasi come “la velocità è il progresso della violenza così come del profitto” su una banconota della Tanzania. Accosta politica estera e brama sessuale attraverso la parola “Sexotic”: luoghi che desumono il loro fascino, magnetico per il turismo occidentale, grazie all’immaginario che si è costruito negli anni, spesso dovuto alla dominazione straniera.

Bertille Bak, “Le Berceau du Caos”, 2022, courtesy Collezione Fabio Frasca

Uno dei must-have nelle collezioni delle meraviglie era il planisfero, Martin Hopper (l’opera è della collezione Taurisano) ne realizza uno assemblando e cucendo insieme rifiuti abbandonati sulle spiagge come un mappamondo gonfiabile e una ciambella. Se la forma richiama quella di un pianeta catturato in una rete, i materiali strizzano l’occhio alla Bella Stagione e all’apparente spensieratezza, che nasconde la polvere sotto il tappeto.

L’opera-colonna (in carta) di Carlo Cossignani, sospesa al soffitto del transetto, si riconnette, da una parte, all’attenzione per la geologia, per fenomeni come le stalattiti e le stalagmiti, per la conformazione di alcuni ambienti vulcanici che animò alcuni collezionisti di pietre preziose. In secondo luogo, ricorda l’usanza di modellare grotte fittizie e incastonarle nei giardini manieristi: delle finte caverne per stupire e divertire gli ospiti, di fatto, puri artifici.

Si sviluppa sempre in altezza la scultura in plastica di Leilei Wu. L’artista cinese lavora con la stampa 3D. Seleziona molte varietà di alberi, le cui linee vengono poi mischiate con elementi umani come le ossa. Leilei utilizza l’AI per reiterpretare le immagini di partenza e sviluppare una forma unica, un file vettoriale che viene stampato ottenendo una scultura di grandi dimensioni. La campionatura riguarda specie botaniche molto diverse l’una dall’altra; il risultato fa pensare a uno scheletro animale, cristallizzatosi improvvisamente da una sostanza fluida e mobile. L’anima duale dell’opera abbraccia sia la sfera dell’alterità animalesca sia un’estetica futuristica e modulare che, oltre a richiamare la cibernetica, richiama l’idea della ripetizione e della riproduzione, potenzialmente infinita, delle opere d’arte (attraverso la fotografia, la miniatura e le imitazioni 1:1 scultoree). Il file vettoriale che l’artista cinese crea digitalmente si riversa nella realtà: è la trasformazione di una fotografia a livello tridimensionale.

In ultimo, Andreas Zampella con “Untitled” (2023), una scultura —realizzata con mollica smaltata — che riproduce delle mani disposte in segno di pace ma dalle dita lunghe e nodose, ci fa immaginare una dimensione, alternativa alla realtà che conosciamo, abitata da esseri alieni.

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Giorgia Basili
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