Alle Gallerie dell’Accademia una mostra che esplora l’influenza dell’Italia su uno degli artisti più rivoluzionari del ‘900
Che succede quando uno dei più grandi maestri dell’arte contemporanea incrocia una delle culture visive più antiche e sofisticate del mondo? È una di quelle domande da “tanto non rispondo mai”, ma che ogni tanto ritorna. E, sorpresa, è proprio la domanda che ci facciamo in occasione della mostra Willem de Kooning e l’Italia, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che tra l’altro coincide con la 60ª Biennale d’Arte. Più che una domanda, è una riflessione che mi sono fatto in tutte le fasi dell’evento: prima, durante e – perché no? – dopo.
Con oltre 75 opere prese da ogni angolo del globo, l’esposizione non è la solita celebrazione dell’artista con tanto di fanfare e allori. No, qui si apre un vero e proprio sipario su una dimensione che nemmeno gli esperti azzardano troppo a esplorare: l’influenza dell’Italia su uno degli artisti più rivoluzionari del ‘900. Quindi, non una mostra per dire “bravo De Kooning”, ma un palco per scoprire come il nostro Bel Paese abbia fatto breccia nella sua mente e nelle sue pennellate.
De Kooning, un pittore di contrasti. Ma mettiamoci d’accordo subito, classificarlo è come provare a chiudere un gatto in un sacco. Non sta. E se proprio dovessimo fare un paragone, è un David Bowie della pittura: va dal figurativo all’astratto con una disinvoltura che fa quasi paura, un po’ come viaggia avanti e indietro tra New York e Roma. Ma attenzione, nei suoi viaggi italiani, nel 1959 e nel 1969, non si è limitato a fare il turista, no. Da buon flâneur della modernità, ha preso tutto quello che poteva da un paese intriso d’arte classica, ma senza mai cadere nella trappola del “oh, che bei tempi andati”. Come Umberto Eco che smontava simboli e miti culturali, anche De Kooning ha fatto lo stesso: ha raccolto frammenti e li ha messi insieme in nuove configurazioni che spiazzano.
La sua avventura italiana inizia nel 1959, con un viaggio che, a detta sua, aveva l’obiettivo di ritrovarsi. Dopo esserti goduto il successo a New York con una mostra che ha venduto tutto in un giorno, cosa fai? Scappi in Italia, naturalmente. Dichiarava al Time: “Sto vendendo la mia immagine” — e non nel senso di selfie su Instagram. Quindi, in Italia, trova il suo rifugio creativo. Inizia a lavorare a delle opere che, a dirla tutta, sono un po’ fuori dalle righe: bianco e nero, carta, tecniche sperimentali, smalti e pietra pomice. Insomma, un po’ come dire “ok, faccio come mi pare”. Da questi esperimenti nascono lavori come Black and White Rome, una serie che trasmette una spontaneità quasi selvaggia, con segni e superfici che parlano da soli, senza il peso del colore.
Ma la vera potenza di De Kooning sta proprio nella sua instabilità. Non ha mai avuto paura di lasciare un’opera sospesa, incompiuta, come se fosse una sfida: “Ehi, chi ha detto che una pittura deve per forza finire?”. Il suo gesto pittorico è un’azione continua, un movimento che non si ferma mai in un unico punto.
Torna a New York e, indovina un po’? Qualcosa è cambiato. I dipinti post-Italia – come Door to the River, A Tree in Naples e Villa Borghese – portano una nuova luce. Le composizioni diventano più aperte, quasi come se volesse catturare l’infinità del paesaggio italiano. E sono proprio questi lavori che ora possiamo vedere per la prima volta insieme nella mostra di Venezia, come una cartolina speciale che ci dice: “Hey, l’Italia è stata più di una vacanza per me”.
Ma non è solo una questione di visione. L’Italia ha toccato De Kooning anche nella materia. Nel 1969, il secondo viaggio italiano lo porta a incontrare lo scultore Herzl Emanuel. E qui, sorpresa: De Kooning scopre la scultura. Inizia a modellare piccoli bronzi, come un bambino che gioca con la creta. Le sue sculture sono deformate, schiacciate, ma non completamente astratte: c’è sempre un richiamo umano, anche se frammentato. È come se stesse cercando di tradurre la sua energia pittorica in una forma tridimensionale, rompendo le barriere tra i vari mezzi artistici.
E qui torniamo al tema principale: la tensione tra emozione e forma, tra controllo e caos. È questo il marchio di fabbrica di De Kooning: un’arte che non si ferma mai, che non trova mai un punto di equilibrio definitivo. I suoi dipinti e sculture sono in perenne trasformazione, proprio come le figure umane che dipingeva, dissolvendosi e ricomponendosi in un gioco di linee e vuoti.
La mostra chiude con le sue ultime opere, quelle tra il 1981 e il 1987. Qui, De Kooning raggiunge una sintesi tra pittura e scultura: le figure diventano ombre, i colori eterei, dominati da bianchi luminosi e toni vibranti. È come se, dopo aver smontato la realtà per tutta la sua vita, stesse cercando una pace formale, una serenità astratta che riecheggia la grandezza barocca.
Ho sempre trovato de Kooning un gigante e questa mostra così bella me lo riconferma.
Come dice il curatore Gary Garrels, “l’arte di De Kooning non è mai ferma”. E questo è il suo genio: un flusso continuo di energia che fonde pittura, scultura, disegno in un linguaggio unico. In questo risiede la sua modernità. In fondo, la mostra Willem de Kooning e l’Italia non è solo una mostra: è un dialogo tra passato e presente, tra vecchio e nuovo, tra materia e immaginazione. Un De Kooning che ci invita a ripensare l’arte come un processo senza fine, sempre aperto, sempre in movimento.
Una (bella) lezione che continua a ispirare artisti e non solo.
LINK
- Quattro mostre da Pinault (ma io ve ne racconto una e mezza) - Aprile 10, 2026
- Facce sul muro. Chi guarda i manifesti elettorali? - Aprile 3, 2026
- Lezione veneziana sulla leggerezza degli studi d’artista - Marzo 13, 2026




