Come si dirige un’istituzione culturale? Parla il direttore del Centro Pecci di Prato

Come rendere un’istituzione di qualità? E come realizzare una mostra di successo? Il segreto per “creare qualcosa che possa riecheggiare” sta nei dettagli: ne abbiamo parlato con Stefano Cagol, direttore del Centro Pecci di Prato.

Con un occhio allenato e una mente che si muove tra discipline, storie, e linguaggi come pochi altri nel mondo dell’arte contemporanea, Stefano Collicelli Cagol è uno di quei curatori che riesce a far vibrare lo spazio espositivo. Il suo lavoro non riguarda solo la selezione di opere o la messa in scena di mostre, ma il modo in cui queste interagiscono con il presente, come scavano nelle dinamiche sociali, politiche e culturali che ci circondano. Al Centro Pecci di Prato, dove è direttore artistico dal 2022, porta avanti un progetto che ha il respiro di una grande visione: l’arte come veicolo di dialogo, tensione, scoperta. È un curatore che sa far emergere quelle voci scomode e meravigliose che rendono l’arte essenziale oggi. 

L’INTERVISTA A STEFANO CAGOL, DIRETTORE DEL CENTRO PECCI DI PRATO

Vorrei far capire chi è, ma non volevo riassumerlo io, vorrei che lo facesse lei descrivendosi con il titolo di un’opera d’arte.

In realtà, c’è quest’opera di Louis Fratino che mi piace molto, Viva Montecristo. È una veduta, una finestra aperta, dove c’è un paesaggio con moltissima luce, moltissimo colore; è molto caldo. Quindi, anche nell’interpretare la mia azione da direttore, ti direi che questa capacità di avere tanti colori, questa idea di aprire la veduta, mi piace. Mi piace anche l’idea di aprire passaggi. Penso che sia un ruolo importante per chi, della mia generazione, è ora in ruoli dirigenziali nelle istituzioni italiane: creare passaggi non solo per gli artisti che hanno modo di esporre, ma anche per le tipologie di pubblico che per anni non sono state coinvolte nella vita di un museo. Dare loro la possibilità di essere il più autonomi possibile.

C’è anche questo elemento erotico soffuso nell’opera, visto che c’è una persona che si sta facendo la doccia all’aperto, però ha un libro di poesie di Frank O’Hara e una penna. Insomma, mi sembra un’opera che descrive molto bene questa sorta di “italianità” che, volente o nolente, tra il mio dottorato al Royal College of Arts di Londra con Claire Bishop e Mark Nash– che mi ha portato a studiare l’Italia negli anni ’30-’50 e la sua cultura espositiva – è stata molto utile per il mio passaggio in Quadrenniale. La mostra a Palazzo delle Esposizioni, sede delle esposizioni di quel trentennio, mi ha immerso in un’incredibile modalità in cui il mio percorso accademico si è intrecciato con quello curatoriale.

Questo legame è stato rafforzato dal fatto che ho seguito la residenza per giovani curatori alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, grazie alla quale ho conosciuto molto bene il contesto italiano e gli artisti italiani della mia generazione, dato che mi sono dedicato a quel programma per quattro anni. È un programma fantastico, che continua a raccontare ai curatori e alle curatrici straniere cosa sta accadendo in Italia. Così, questi due percorsi – curatoriale e accademico – si sono effettivamente fusi. La visione di Montecristo, la regione in cui mi trovo ora, mi sembra possa essere identificativa: è un buon modo per raccontarmi.

IL SEGRETO STA NEI DETTAGLI: COME DIRIGERE UN’ISTITUZIONE DI QUALITÀ

Il Centro Pecci di Prato è per molti l’esempio di qualità e di sperimentazione di cui tanto c’è bisogno in un panorama artistico come l’Italia. Quali sono i suoi consigli per rendere un’istituzione di qualità?

La qualità, la cura nei dettagli – che è qualcosa che ho imparato anche attraverso il lavoro con tante eccellenze come Carolyn Christov-Bakargiev, Francesco Bonami, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Sarah Cosulich, che sono stati dei compagni di viaggio – mi ha sempre spinto a cercare di curare nei minimi dettagli l’organizzazione di tutte le fasi della vita di un’istituzione.

Si riesce, a poco a poco, anche nel mio caso, cercando di non fare mai passi più lunghi della gamba, a raggiungere un livello qualitativo in cui tutto l’organismo istituzionale viene gradualmente coinvolto. Quando sono arrivato qui [al Centro Pecci, ndr.], pensavo alla metafora del “massaggio” di un’istituzione, che andava un po’ massaggiata, nel senso di stabilire relazioni interne fra le varie attività, gli spazi, ma anche come entità unica. Far emergere, per esempio, elementi dai depositi, portando la collezione in modo permanente, inserendo questo approccio nello sguardo di chi entra in questo spazio.

Per esempio, per me è stato fondamentale coinvolgere fin da subito i Formafantasma, che sono stati compagni di viaggio straordinari nel ripensare l’allestimento permanente della collezione, dialogando con Prato, una realtà profondamente legata al tessile, che è ben radicato anche nella storia del museo. Inoltre, abbiamo sempre mantenuto un’attenzione costante al display, grazie anche ai fondi del PNRR per l’abbattimento delle barriere architettoniche, cognitive e sensoriali. Stiamo rifacendo il Wi-Fi, sia all’interno che all’esterno, e il sito web; anche questo è un altro passaggio fondamentale per me in termini di qualità, nel senso di cercare di non lasciare nessuno indietro.

Forse, nella tradizione dei musei italiani, l’accessibilità è sempre stata un tema un po’ trascurato, anche rispetto a come il modernismo è stato raccontato all’interno degli spazi espositivi. Se pensiamo al white cube, chi vi era ammesso era spesso una persona estremamente indipendente, autonoma nella sua mobilità e capace di avere dialoghi silenziosi con le opere. Tuttavia, oggi è sempre più importante sottolineare come sia necessario avere una visione a 360 gradi, permettendo a chiunque di entrare in un museo o centro d’arte contemporanea. Solo così possiamo capire come quell’esperienza possa diventare un’esperienza di qualità.

In questo momento stiamo anche sviluppando un percorso in “lingua facile”, ponendoci una serie di parametri per poter iniziare a lavorare su larga scala, sia per gli eventi che per le mostre. Per me, parlando di qualità, non si deve dare preferenza solo a un aspetto della vita di un’istituzione, come le mostre o la collezione permanente, ma anche a tutti quegli altri eventi che aiutano a creare comunità diverse intorno all’istituzione.

Installation view, Colorescenze, courtesy Centro Pecci Prato ©photo Ela Bialkowska OKNO studio

TUTTE LE ATTIVITÀ DEL CENTRO PECCI DI PRATO

Può raccontarci come nascono le scelte espositive all'interno del Centro Pecci?

Io cerco sempre di creare qualcosa che possa riecheggiare. Il Centro Pecci ha questa forma che mi ha sempre dato l’idea di una cassa armonica. Per qualcuno è un’astronave, ma per me no. Quando c’è una chitarra in piazza, senti subito le note musicali che ti arrivano. È anche un elemento aggregatore: vedi le persone avvicinarsi, cantare insieme, in modo molto spontaneo. Questa spontaneità crea una comunità passeggera, nel senso che non è detto che le persone rimangano in contatto, no? E questa è un po’ l’idea del Centro Pecci per me: immaginare eventi che possano riecheggiare nel discorso pubblico, a Prato ma non solo, anche a livello nazionale e internazionale.

Come si mantiene questa tensione in un centro d’arte che è finanziato e sostenuto da due enti pubblici, nonostante sia una fondazione partecipata, cioè la Regione Toscana e il Comune di Prato? Il Centro ha un’ambizione internazionale di posizionamento, quindi è ovvio che quello che programmi deve essere qualcosa di incredibilmente forte ed eccezionale, sia per un pubblico straniero, sia per uno nazionale, ma anche per il pubblico locale. Da un lato, facciamo molte mostre che sostengono l’attività del dipartimento educativo, il cui compito non è solo avvicinare all’arte, ma anche far riflettere sulla contemporaneità le scuole di ogni ordine e grado, le università e tanti altri gruppi della città.

Organizziamo presentazioni di libri e, una volta al mese, serate aperte al pubblico, le Centro Pecci Nights, in cui si possono visitare le mostre, assistere a performance sonore, di danza o performative. Questi eventi li realizziamo in collaborazione con eccellenze del territorio come Nub Project Space, Wall of Sound o i Kinkaleri, che siedono con noi al tavolo curatoriale per le Centro Pecci Nights. Questo ci permette di attrarre un pubblico internazionale e presenze internazionali all’interno del museo, ma vediamo che queste iniziative piacciono molto anche al pubblico locale.

Abbiamo anche lanciato un format chiamato Centro Pecci School, che è un’introduzione all’arte e al cinema, dato che abbiamo un cinema. Inoltre, c’è Centro Pecci Dispacci, un nuovo format pensato per avvicinare il pubblico alla contemporaneità attraverso un’opera o un film, riflettendo su ciò che sta accadendo nel mondo attraverso la voce dell’arte. Per me, questo è molto importante, perché c’è una dimensione di ricerca che non deve limitarsi solo a mettere le persone in contatto con le opere, ma deve anche continuare a navigare il contemporaneo. Questo periodo ha acuito incredibilmente l’ansia, e l’ansia, a sua volta, acuisce l’aggressività. E’ importante avere momenti di condivisione e riflessione su temi che possono spaventare o essere difficili da comprendere.

IL CENTRO PECCI: UN DIALOGO COSTANTE CON IL PUBBLICO

Il pubblico va formato o intrattenuto all'interno di una mostra d'arte secondo lei?

Non mi sono mai posto questa domanda come una domanda binaria, nel senso che non puoi formare senza intrattenere. L’idea che una persona debba “subire” all’interno di un museo una lezione di filosofia – dal comunicato stampa, dal testo in mostra o dalle didascalie – l’ho sempre trovata abbastanza agghiacciante, perché siamo dei corpi. Quando entriamo in uno spazio istituzionale, siamo già corpi abbastanza regolati nella loro capacità di muoversi o di gestire la propria spazialità; quindi, ciò che mi interessa è cercare di parlare ai sensi. E questo parlare ai sensi lo possono fare solo le buone opere, che siano opere che ti incantano, che ti disturbano, o che ti rendono più consapevole.

Per me è molto importante che chi entra qui porti con sé il proprio bagaglio culturale, su cui poi agisce l’opera. Il compito dell’istituzione è fornire gli strumenti per poter interagire con l’opera, perché anche il momento in cui presenti l’opera al pubblico è un momento cruciale, sia per l’intrattenimento (se vogliamo usare questa parola) sia per la formazione. Quindi, attraverso il display, le didascalie, o un catalogo, l’istituzione dovrebbe permettere di navigare dentro la visione dell’artista. Questo per me si riassume in un’esperienza che deve essere piacevole e, in qualche modo, semplificata. Spesso l’arte contemporanea terrorizza, e quindi mi piace che ci sia una situazione un po’ domestica, accogliente e un po’ eccentrica, che ti faccia sentire subito a tuo agio, come se pensassi: “Ok, questo posto è un po’ come casa mia“.

Una cosa che mi piace, su cui possiamo ancora migliorare, è il wayfinding – quando avremo finalmente una bella scritta all’esterno che spiega cos’è questo posto, visto che finora è ancora abbastanza illeggibile dall’esterno, a meno che tu non lo conosca già.

Secondo me, non bisogna mai optare solo per la formazione o solo per l’intrattenimento, ma mantenere salda la qualità dell’opera e dell’esperienza. A questa si deve sempre allineare una consapevolezza politica, che però non dev’essere come in un talk show, dove ti viene detto già cosa pensare. Piuttosto, è una consapevolezza politica che emerge dalla scelta di un artista che ti smuove, che ti fa capire delle cose che forse non avevi ancora compreso di te stesso, ma che magari il tuo corpo e i tuoi sensi avevano già individuato o possono guidarti a scoprire. E per me questo è molto importante.

Ph. Alessandro Saletta, DSL studio, courtesy Centro Pecci

I CONSIGLI PER I GIOVANI ARTISTI E GLI ASPIRANTI CURATORI

Quali consigli darebbe a un giovane artista che vuole entrare a far parte del mondo dell'arte?

Come consiglio, direi assolutamente di guardare il più possibile, di informarsi, quindi di studiare molta storia dell’arte e del passato. Come sta dimostrando Louis Fratino, può diventare una fucina incredibile di visioni e riflessioni sull’arte, anche per posizionare il proprio essere e la propria personalità all’interno di un mondo di affetti che viene così raccontato. È importante focalizzarsi anche sul crearsi una comunità di riferimento, composta da persone della propria età che stimiamo, con le quali possiamo mantenere un dialogo aperto. Non devono essere solo artisti, ma anche curatori e curatrici della propria generazione, persone che si stanno interrogando sul funzionamento del sistema dell’arte, sulla realtà e sul senso di fare arte, ponendosi le stesse domande ma trovando, magari, spunti differenti.

Viaggiare è altrettanto fondamentale: vedere tante mostre all’estero, non aver paura di mettersi in gioco e cercare il più possibile di trovare una propria voce. Non farsi angosciare dalle logiche di un sistema che spesso è molto illogico e che, proprio per questo, può offrire ottimi punti di entrata. Alla fine, ciò che conta davvero è la qualità del lavoro, che sia concettuale, pittorico, installativo o digitale. Porsi delle domande su dove ci si sta posizionando rispetto al discorso artistico, su quale possa essere la spinta innovatrice o l’ambito di ricerca che si apre con queste nuove forme realizzate e pensate, è per me qualcosa di importante.

Mi spaventa sempre quando sento un giovane artista angosciato dal networking, che investe più tempo nello stare fuori per farsi vedere piuttosto che nello stare dentro la propria area di ricerca. Questa area non è necessariamente lo studio, ma può essere il viaggiare, andare a vedere una biennale, o frequentare persone che stimolano la propria sensibilità e riflessione. È più importante questo che frequentare chi ti può far entrare a una festa – che è comunque un aspetto esistente, certo, ma non quello che determinerà la carriera di un artista. Alla fine, è sempre l’opera che conta.

“OK, QUESTO VOGLIO FARE: IL CURATORE”

Esiste un luogo nella sua memoria che identifica come l'inizio del suo percorso lavorativo?

Non è proprio un momento preciso, ma ti posso raccontare un momento in cui la mia vita è cambiata. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma mi ero appena laureato e mi ero seduto di fronte al mio professore, Nico Stringa, con cui mi ero laureato all’Università di Ca’ Foscari. Come spesso accade, appena ti laurei torni a trovare il professore per chiedergli: “E adesso che facciamo?”

In quel momento squilla il telefono del Castello di Rivoli, che gli comunica l’ok per un’intervista di una sua studentessa per il dipartimento educativo. Prima di chiudere la chiamata, gli dicono che c’è anche un’urgenza: cercavano uno stagista, perché a gennaio – e noi eravamo già a dicembre – il 12 gennaio dovevano partire, ma ancora non l’avevano individuato. Era appena arrivata Carolyn Christov-Bakargiev come capocuratrice. Devo fare il disclaimer che era il 2003… no, in realtà era il 2002. Da quella telefonata, raccolgo il commento del mio relatore che diceva: “Stanno cercando uno stagista a Rivoli”. Da lì è iniziato tutto.

Sono andato a Rivoli e ho iniziato a lavorare con Carolyn Christov-Bakargiev. Sicuramente aver frequentato Carolyn nel suo primo passaggio a Rivoli come capocuratrice, con la mostra The Moderns, è stato importante per me. Tra l’altro, l’altro stagista era Luigi Fassi, che oggi è direttore di Artissima. Questo dimostra quanto sia importante frequentare persone: Luigi, infatti, è stato il primo in Italia a portare Louis Fratino a livello istituzionale, presentandolo in una collettiva al MAN di Nuoro. Vedendo Carolyn ho pensato: “Ok, questo voglio fare: il curatore“. Venendo da Venezia, dove all’epoca non c’erano gallerie o istituzioni dedicate al contemporaneo, la professione di curatore mi era abbastanza oscura. Ma l’idea di lavorare nel mondo delle istituzioni d’arte contemporanea mi divertiva molto, quello sì.

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Francesco Liggieri
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