A Venezia c’è una mostra che invita a riflettere sul rapporto tra arte e scienza, razionalità e creatività, osservando le geometrie modulari che esistono in natura. Nelle mani di Loris Cecchini, le logiche frattali e le strutture molecolari diventano opere straordinarie, tutte in mostra a Ca’ Rezzonico.
È sempre affascinante osservare come l’arte, apparentemente libera da vincoli scientifici, possa invece rivelarsi il luogo privilegiato per l’incontro tra razionalità e creatività, tra logica e intuizione. Loris Cecchini, con la sua mostra Leaps, Gaps and Overlapping Diagrams a cura di Luca Berta e Francesca Giubilei allestita fino al 31 marzo 2025 negli spazi di Ca’ Rezzonico, offre un esempio straordinario di come le strutture modulari possano diventare il veicolo attraverso cui comprendere il rapporto tra arte e scienza, tra forma e sostanza, tra passato e futuro.
L’ARTE MODULARE DI LORIS CECCHINI IN MOSTRA A VENEZIA
La parola “modulare”, centrale nel lavoro di Cecchini, richiama alla mente non solo le grammatiche strutturali delle arti visive, ma anche i modelli che troviamo nella scienza, nell’ingegneria e persino nella biologia. Il modulo, nella sua essenza, è l’unità base che si ripete, si espande, si moltiplica, creando sistemi complessi attraverso la ripetizione e la variazione. In questo senso, l’opera di Cecchini si collega direttamente alle logiche frattali e alle strutture molecolari, simili alle forme che troviamo in natura. Prendiamo, ad esempio, le installazioni Waterbones e Arborexence che dominano il portego esterno di Ca’ Rezzonico. Qui, il modulo si sviluppa come una cellula che si moltiplica, un organismo che si espande nello spazio, ma non senza criterio. Proprio come nelle strutture vegetali o molecolari, ogni elemento si collega all’altro in una logica di interdipendenza, ramificandosi come un sistema organico. Non è casuale che Cecchini attinga a queste forme: egli ci invita a riflettere sulla geometria della natura, su quelle logiche invisibili che regolano l’ordine del mondo.
L’AUTOPOIESI: LA CAPACITÀ DI AUTOGENERARSI
Se si volesse cercare una parentela concettuale tra l’arte di Cecchini e le scienze, potremmo forse richiamare alla mente il concetto di autopoiesi, elaborato dai biologi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela negli anni Settanta. La capacità di un sistema di auto-generarsi e auto-sostenersi attraverso la ripetizione modulare delle sue parti sembra essere una delle chiavi di lettura del lavoro di Cecchini, specialmente quando osserviamo le sue grandi installazioni a scala ambientale. Ogni modulo vive grazie al legame con gli altri, ma al contempo conserva la propria identità singolare.
Al primo piano della mostra, nel Salone da Ballo, Cecchini introduce la serie Otherworldly Winds. Qui entriamo in un territorio differente: le strutture in resina e nylon, con i loro riferimenti a paesaggi desertici e a forze eoliche, creano un’immagine di mondi paralleli, quasi come se l’artista volesse ricreare una sorta di deserto dei Tartari fatto di materia plastica e flussi invisibili. Se vogliamo cogliere la logica sottesa a queste opere, dobbiamo riflettere sul concetto di forza: l’azione del vento, invisibile ma potente, modella il paesaggio, così come la modulazione continua della struttura scultorea genera nuovi significati spaziali.
A CA’ REZZONICO L’ARTE CONTEMPORANEA DIALOGA CON IL BAROCCO
Il dialogo che Cecchini instaura con l’architettura barocca di Ca’ Rezzonico è altrettanto interessante sotto il profilo della logica storica. L’arte del Settecento veneziano, con la sua opulenza decorativa, viene scomposta e ricombinata in un confronto dialettico con la purezza e la semplicità dei moduli di Cecchini. Qui si crea una sorta di intersezione semiotica: da una parte, la magnificenza illusoria del barocco, dall’altra, l’essenzialità geometrica e ripetitiva dell’arte contemporanea. L’effetto è quello di una sospensione del tempo, un dialogo tra passato e presente in cui i due mondi non si annullano, ma si rafforzano l’un l’altro.
Al secondo piano, tra le opere spicca Wallwave Vibration (Chorus Transition Probabilities), una scultura murale che sembra alterare lo spazio architettonico stesso. Qui possiamo vedere in atto una riflessione più sottile: Cecchini gioca con la percezione dello spazio attraverso una logica che potremmo definire quantistica. Proprio come in fisica, dove le particelle possono esistere in stati multipli simultaneamente, la superficie della parete vibra tra realtà e illusione, tra presenza e assenza. La scultura diventa così una sorta di paradosso visivo, un oggetto che sfida la nostra comprensione razionale dello spazio.
IL RAPPORTO TRA ARTE E SCIENZA, FORMA E SOSTANZA, PASSATO E FUTURO
Nel confronto con gli affreschi di Tiepolo e le vedute del Canaletto, si fa evidente il concetto di nuvola, che diventa l’elemento unificante tra l’arte del passato e quella di Cecchini. Le nuvole nei soffitti affrescati del Settecento, con il loro potere di aprire lo spazio e dissolvere la materia, trovano un parallelo concettuale nelle strutture modulari di Cecchini, che si espandono e si adattano liberamente allo spazio circostante. La nuvola diventa così un simbolo di transizione, un’entità fluida che attraversa il confine tra reale e virtuale, tra materiale e immateriale.
In definitiva, la mostra di Cecchini a Ca’ Rezzonico non è soltanto una celebrazione della forma, ma una riflessione profonda sui sistemi complessi, sulla logica sottesa alle strutture che compongono il nostro mondo, siano esse naturali o artificiali. Il modulo, come concetto chiave del lavoro di Cecchini, diventa una metafora per comprendere il modo in cui il pensiero scientifico e artistico possono incontrarsi, non tanto in una sintesi, quanto in una dialettica continua. Come diceva Umberto Eco, “il bello dell’arte è che offre risposte a domande che non sapevamo di avere”.
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