La nuova mostra di Tracey Emin è un viaggio attraverso il dolore, l’intimità e la rinascita

Alla White Cube Bermondsey di Londra è in scena una mostra personale dell’artista britannica con nuove opere crude e autobiografiche. Dopo aver superato una dura malattia, Emin ancora una volta ha saputo trasformare il dolore in una forza creativa straordinaria.

Tracey Emin è senza dubbio una delle artiste più controverse e influenti nel panorama artistico contemporaneo. Diventata famosa negli anni Novanta come parte del gruppo Young British Artists (YBAs), una generazione di artisti che si distinse per lavori provocatori e concettualmente innovativi, le sue opere fortemente autobiografiche esplorano temi come la sessualità, il dolore, l’amore e la rinascita.
Nata nel 1963 a Croydon, Londra, e cresciuta a Margate, una piccola città costiera, la sua infanzia e adolescenza hanno avuto un profondo impatto sul suo lavoro. Eventi traumatici, come lo stupro subito a 13 anni e una serie di relazioni problematiche, sono stati trasformati nel corso degli anni in opere d’arte che parlano ancora oggi di dolore e vulnerabilità.
Nel 2020, Emin ha affrontato e superato un altro doloroso capitolo della sua vita, un cancro alla vescica, che l’ha costretta a fare i conti con la mortalità.

FEMMINILITÀ E SESSUALITÀ TRA I TEMI PREFERITI DI EMIN

Gran parte della poetica di Emin esplora anche i temi della femminilità e della sessualità, spesso in modo esplicito e senza filtri. La sua arte affronta apertamente il corpo femminile, il desiderio e l’esperienza sessuale, scegliendo di rappresentare le sue esperienze personali in modo brutale e diretto. La sua capacità di affrontare temi come la violenza sessuale, la vulnerabilità e la ricerca di amore e accettazione ha fatto di lei un’icona femminista, anche se Emin ha avuto un rapporto ambivalente con il termine “femminismo” – “penso spesso al femminismo”, ha dichiarato l’artista, “sia nella vita di tutti i giorni che dal punto di vista storico. Ma ad essere sincera, essere una donna non mi ha mai impedito di fare ciò che volevo”.
Tuttavia, non si può negare l’importanza del suo lavoro nel dare voce a esperienze femminili spesso ignorate o marginalizzate.

Tracey Emin 'I followed you to the end', White Cube Bermondsey, 19 September–10 November 2024 © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2024. Photo © White Cube (Theo Christelis)

LA MOSTRA ALLA WHITE CUBE BERMONDSEY

Oggi nuovi lavori si possono vedere fino al 10 novembre alla White Cube Bermondsey di Londra, dove è in scena la mostra I followed you to the end. Amore, vita, dolore, mortalità sono temi che sembrano quasi uscire dalle sue tele, che si contraddistinguono per le pennellate impulsive (Emin lavora senza schizzi preparatori) sui toni del rosso, blu e nero.
È innegabile che la malattia abbia cambiato il suo lavoro: questi nuovi dipinti, infatti, sono molto spirituali e raccontano il confine sottile tra la vita e la morte. Emin ha dichiarato di aver cercato conforto e comprensione di sé nel suo lavoro e il risultato non poteva che essere sorprendente, perché è riuscita ancora una volta a trasformare il suo dolore in una forza creativa straordinaria.
Oltre ai dipinti, le luminose sale della galleria ospitano anche una scultura monumentale, I followed you to the end (2024), che dà il titolo alla mostra e che occupa uno spazio centrale nella South Gallery. Al primo sguardo, sembra una scultura astratta, ma passeggiandoci intorno si rivela come la parte inferiore di un corpo con le gambe ambiguamente divaricate, come a suggerire un invito o una brutale sottomissione.

Tracey Emin, 'The End of Love', 2024, © Tracey Emin. Photo © White Cube (Eva Herzog)

I GATTI E IL LETTO DA CUI NON SI SEPARA MAI

I dipinti di Emin sono ricchi anche di elementi familiari, tra cui gli amati gatti, che compaiono spesso come figure solitarie o stoiche sentinelle che vigilano silenziosamente. In The End of Love i gatti sono rappresentati come soggetti surrogati, che riempiono il vuoto lasciato sul letto dalla sagoma macchiata dei due amanti.
Ed è proprio il letto un altro degli oggetti che più ricorrono nella sua pratica. Pensiamo ad esempio al lavoro iconico My Bed (1998) — forse la sua installazione più famosa — che presenta un letto sfatto, circondato da oggetti come bottiglie vuote, preservativi usati, biancheria intima sporca e medicine. Un ritratto crudo e onesto di un momento di depressione e caos personale, realizzato durante un periodo particolarmente oscuro della sua vita.
Il contributo di Emin all’arte contemporanea non risiede solo nella provocazione, ma nella sua capacità di rendere l’intimo universale, creando un linguaggio visivo grazie al quale lo spettatore riesce a riflettere sulle proprie esperienze di vulnerabilità, solitudine e amore.

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Francesca De Pra
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