La scintillante fragilità dell’Amazzonia nella mostra fotografica di Gabriele Zago a Torino

Come può l’arte sensibilizzare sul tema dello sfruttamento della foresta amazzonica? A questa domanda prova a rispondere Gabriele Zago con YANA Amazonas, il suo ultimo progetto fotografico. Allestita alla Galleria Pirra di Torino, la mostra scandaglia fragilità e contraddizioni proprie del nostro tempo.

 
Che piaccia o meno, vivere non è etico, e per quanto determinate situazioni possano risultare ingiuste e aberranti, spesso ci ritroviamo comunque ad accettarle pur di assicurarci almeno una parte di tutta la comodità che il cosiddetto progresso è in grado di darci. Ciononostante, esistono per fortuna metodi ed espedienti capaci di alimentare in noi una consapevolezza maggiore sulle criticità del nostro tempo, e l’arte è sicuramente uno di questi. Grazie al suo impatto sia visivo sia sociale, spesso l’arte riesce a metterci di fronte alla visualizzazione di alcune problematiche alle quali magari non avevamo mai neanche pensato. E questo lo sa bene l’art director piemontese Gabriele Zago che, spinto proprio da tale convinzione, lo scorso 24 ottobre ha inaugurato una mostra molto particolare alla galleria Pirra di Torino.      

Installation view, Courtesy Gabriele Zago

YANA, LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI GABRIELE ZAGO

Frutto di un’esplorazione intrapresa nell’estate del 2023 tra l’Ecuador e il Perù, l’ultimo progetto di Zago attinge da un’antica parola di origine quechua, per manifestarsi in tutta la sua ambiziosità. Intitolata Yana Amazonas (dove il termine “Yana” viene tanto associato all’armonia e alla prosperità quanto all’oscurità della notte), l’esposizione mira proprio a rendere evidenti quelle contraddizioni tangibili che fanno dell’Amazzonia un luogo paradisiaco e infernale allo stesso tempo.
Curata da Laura Tota, e visitabile fino al 24 novembre, la mostra si compone di quindici stampe digitali su acrilico specchiato che restituiscono un ritratto seducente e al contempo inquietante della foresta amazzonica. Filo conduttore che attraversa e avvolge i soggetti ritratti è infatti lo sfruttamento del suolo finalizzato all’estrazione del petrolio: una pratica fuori controllo che Gabriele Zago rappresenta visivamente mediante due elementi emblematici. 

A caratterizzare ogni opera non è infatti solo la pesantezza di un nero che permea qualunque cosa ma soprattutto la presenza di alcuni spazi vuoti che formano una fitta rete di pipeline atta a tagliare il paesaggio e le vite dei suoi abitanti. Delle linee sinuose e riflettenti che portano alla memoria anche la fisicità dei circuiti elettronici di un computer nonché, a questo punto, la recente introduzione di una rete Internet da parte di Elon Musk all’interno della tribù brasiliana dei Marubo.
Protagonisti degli scatti dell’artista sono animali, indigeni e piante che, assemblati fra di loro tramite un certosino lavoro di postproduzione, ricreano un ambiente ideale minacciato da un presente sempre più distopico: delle cartoline idilliache ottenebrate dall’avanzamento di un buio inarrestabile.   

Installation view, Courtesy Gabriele Zago

FRA BAGLIORI E ZONE D’OMBRA

Nonostante tutte le buone intenzioni, il compromesso formale trovato da Zago per esprimere appieno il concetto alla base del progetto mette in risalto un’estetica così fortemente grafica e pulita da non far trapelare del tutto il senso di denuncia di cui parla anche Laura Tota nel testo critico che accompagna l’esposizione. Ciò che stride maggiormente con tutta la narrativa portata avanti dalla mostra è purtroppo l’immagine di un prodotto esteticamente perfetto per essere fruito all’interno del salotto di un collezionista.
Collocare nell’abitazione di una qualsiasi persona facoltosa il ritratto di uno sciamano costretto a vivere oppressioni profonde non coincide in qualche modo con un altro tipo di sfruttamento dell’Amazzonia? Probabilmente è la stessa suggestività della cultura amazzonica a implicare uno sfruttamento inesauribile (si prendano ad esempio i recenti fenomeni del turismo dell’Ayahuasca e il cosiddetto “Rinascimento psichedelico”) che non fa altro che farci capire che la ricchezza di un territorio simile combacia anche con le sue fragilità. 

D’altro canto, come dicevamo sopra, vivere non è etico.

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Valerio Veneruso
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