Arte Povera, quando gli artisti italiani erano fighi ovunque

A Parigi, alla Bourse de Commerce, l’Arte Povera è protagonista con 250 opere che trasformano materiali comuni in potenti simboli. Tra igloo di Merz, materassi ghiacciati di Calzolari e pietre animate da Anselmo, la mostra sfida il consumismo, celebrando la materia e la sua capacità di narrare.

Dicembre a Parigi, quel freschetto che ti fa rimpiangere di non esserti portato il cappotto giusto, ma che va bene così. E quando sei in giro e ti ritrovi alla Bourse de Commerce ti sembra un hangar figo in attesa di esplodere di vita. Qui, in uno dei templi più raffinati dell’arte contemporanea, sono esposti blocchi di granito e di eternit, matasse di filo, tronchi e pezzi di ferro contorti. Chi ha imparato a conoscere i classici, o magari i surrealisti, si chiederà cosa ci faccia tutta questa materia comune in un luogo che si spaccia per museo. Ma forse è proprio questo il punto dell’Arte Povera, e Carolyn Christov-Bakargiev, che ha curato la mostra, lo sa bene.

L’ARTE POVERA PROTAGONISTA A PARIGI

Fino a metà gennaio, 250 opere scelte danno vita a una grande scena di ribellione che sembra dire: “Questo è quello che l’arte può fare quando rifiuta di diventare oggetto, quando rinuncia al suo piedistallo”. Perché l’Arte Povera, movimento nato nel bel mezzo dell’industria e del consumismo anni Sessanta, parla una lingua che capisce solo chi ha saputo guardare le cose con la testa libera, chi ha imparato a pensare che una vecchia lastra di piombo, una lattuga incastrata in un blocco di granito o una pietra pesante possano raccontare una storia più grande di quanto non possano fare la pittura o la scultura di maniera.
In questa mostra, è la materia a parlare: c’è il legno, c’è la pietra, ci sono tubi che scorrono come vasi sanguigni di un’arte più viva di qualsiasi accademismo. E poi, ci sono gli artisti che sembrano volerti afferrare per il bavero e dire: “Togli di mezzo quella tua idea di bellezza; ecco qui quello che conta davvero”. Alighiero Boetti trasforma la geografia in mappe colorate che nascono in Afghanistan, grazie a mani di ricamatrici locali, e il suo mondo è uno spazio collettivo, senza confini. Jannis Kounellis usa fuoco e ferro per ricordarci che tutto brucia, tutto cambia, e quello che resta sono scintille e cenere.

Arte Povera, Installation view, Bourse de Commerce – Pinault Collection, Paris, 2024. © Tadao Ando Architect & Associates, Niney et Marca Architectes, agence Pierre-Antoine Gatier. Photo : Florent Michel / 11h45 / Pinault Collection.

GLI IGLOO DI MERZ E LA CASA IDEALE DI CALZOLARI

Nella Rotonde, Carolyn Christov-Bakargiev ha orchestrato un duello tra due case ideali. Da una parte c’è Mario Merz (bellissima mostra di Mario Merz in corso alla sua fondazione a Torino da non perdere se siete dei fan) con i suoi igloo fatti di tubi di neon e lamiere, che sembrano una tana temporanea, un rifugio per un nomade moderno che guarda al mondo senza farsi illusioni. Dall’altra c’è Pier Paolo Calzolari, che col suo Senza titolo (Materassi) crea un’opera che è una casa ideale solo in apparenza. Materassi ghiacciati che sembrano appena strappati da un luogo abbandonato: la casa di Calzolari è più un’idea che un luogo accogliente, è l’utopia di un’arte che non si lascia mai sedurre dal comfort, ma che usa i suoi materiali poveri per dirci di aprire gli occhi.

GIOVANNI ANSELMO E LE LEGGI SEGRETE DEL MONDO

Al centro della mostra, c’è un senso di mistero che sembra quasi il romanzo di un’antica leggenda. Giovanni Anselmo, in Direzione, piazza una bussola sopra un blocco di pietra e la lascia lì, a puntare verso un infinito che il museo non può catturare. Questo è il tipo di dettaglio che fa pensare a uno scienziato pazzo o a un poeta che ha capito le leggi segrete del mondo. Per Anselmo, l’arte è un punto di tensione, una lotta invisibile tra forze che spingono, tirano, cercano di esplodere. Se l’arte di oggi è intrappolata in cornici eleganti, qui non c’è nulla di elegante: ci sono tensioni fisiche, pericoli latenti, materiali comuni che diventano quasi divini, alla faccia di ogni convenzione estetica.

QUANDO LA MATERIA SI FA RIVOLUZIONE

L’Arte Povera non è nata per piacere, e in questa mostra non c’è nulla di piacevole nel senso tradizionale del termine. Luciano Fabro mette in scena un’Italia che si disintegra, mentre Pino Pascali crea bombe di legno e acciaio che non possono esplodere, e che per questo sono più minacciose di quelle vere. Sono opere che giocano con l’idea di realtà e illusione, opere che sembrano dirti: “guarda oltre la superficie, perché questo è solo l’inizio”.

Mentre vaghi tra queste installazioni, senti che l’Arte Povera parla a chi ha un’anima disposta a esplorare, non a chi cerca l’intrattenimento facile. È una provocazione, è il rifiuto di un mondo che ha voluto rendere tutto artefatto. Qui, tutto parla della realtà concreta: delle mani sporche di chi ha montato questi pezzi, delle montagne, dei fiumi, delle macerie da cui veniamo e a cui torneremo.

Arte Povera, Installation view, Bourse de Commerce – Pinault Collection, Paris, 2024. © Tadao Ando Architect & Associates, Niney et Marca Architectes, agence Pierre-Antoine Gatier. Photo : Florent Michel / 11h45 / Pinault Collection.

QUANDO L’ARTE È FATTA DI VISSUTO

Siamo nel pieno di un’epoca in cui tutto è digitale, effimero, dove le opere d’arte vengono trattate come “asset” e misurate in base al valore. Ma l’Arte Povera, ancora oggi, ha una strana forza capace di colpire dritto al cuore, di parlare della terra da cui proveniamo e a cui ritorniamo. Come direbbe Anselmo, non è la bellezza a essere importante, ma l’essere in relazione col mondo, e questa mostra ci spinge a cercare queste relazioni, ad abbandonare la nostra armatura fatta di cose inutili e tornare a quello che davvero conta.

Alla fine, questa mostra è il racconto di una generazione di artisti che hanno scelto la materia più semplice per dirci le verità più complesse (o almeno provarci). E, paradossalmente, la cosa davvero povera, qui, non è l’arte ma la vita che si accontenta di guardare solo la superficie. Forse la Bourse de Commerce, per qualche mese, è davvero diventata il luogo dove l’arte incontra la vita, una cattedrale dove il sacro sta tutto nel profano, nei vecchi blocchi di pietra e nelle cose che non ti aspetti di trovare in un museo. Esco a fare due passi. Parigi è bellissima.

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Francesco Liggieri
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