Una Biennale con molti stimoli, ma senza la radicalità della scelta. Cosa rimarrà del tentativo di Adriano Pedrosa di riscrivere la storia dell’arte del Novecento da una prospettiva queer, outsider e terzomondista?
La Biennale Arte 2024 ha chiuso le porte lo scorso fine settimana e in questi giorni decine di persone stanno lavorando per disinstallare le mostre, imballare le opere, gestire la logistica dei lavori e dei materiali. Puntuale è arrivato il resoconto dei visitatori, che mette il sorriso agli organizzatori, agli addetti ai lavori e al settore ricettivo di questo turistodromo che è Venezia. Quest’anno hanno raggiunto i 700mila (un terzo dei quali giovani fino a 26 anni), collocando Stranieri Ovunque la seconda Biennale più visitata di sempre, dietro solo a quella di due anni fa. Ma, più dei numeri, è di certo più significato affrontare delle questioni di ordine culturale. Cosa resterà di questa edizione dell’evento d’arte più importante, internazionale e costoso al mondo?
LA MOSTRA INTERNAZIONALE DI ADRIANO PEDROSA
La mostra di Adriano Pedrosa ha seguito le tendenze decolonialiste di molta della critica d’arte dell’ultimo ventennio (a partire da Documenta del 2002 curata da Okwui Enwezor), con un forte accento sull’identità degli artisti, sulla provenienza geografica, sulla quantità e, non ultima, sulla loro verginità veneziana. Quest’ultimo aspetto è diventato una vera e propria ossessione, al punto che la scritta “l’opera di XY è esposta per la prima volta alla Biennale Arte” ricorre ossessivamente sulla maggior parte delle schede informative, tra l’altro pregevoli, che accompagnavano i lavori in mostra. Infatti, se la significatività e l’impatto, culturale e socio-politico, di una mostra fosse correlata algebricamente alla somma degli artisti partecipanti, Stranieri Ovunque sarebbe un successo clamoroso, aspetto rispetto a cui non mancano dubbi. Nel complesso la macchina espositiva immaginata dal curatore si delinea a essere, per numero ed estensione, un campionario della contemporaneità e della modernità ignorate o alternative. Un campionario sconfinato, ma problematico.
IL TENTATIVO CORAGGIOSO DI RISCRIVERE LA STORIA DEL MODERNO
La mostra di Pedrosa è percorsa da molti temi e sezioni (il focus più graffiante è il Disobedience Archive curato da Marco Scotini), ma le principali chiavi di lettura sono state quello dell’artista queer, outsider, folk e indigeno. Però, se si considera il fatto che tali categorie sono state ampiamente sdoganate nella produzione contemporanea (e rappresentano anzi alcune delle tendenze più in voga, anche grazie alla Biennale enciclopedica di Massimiliano Gioni), l’aspetto che pare più significativo e culturalmente duraturo è quello sul Novecento. In questo senso l’intento del curatore brasiliano è stato infatti quello di innescare una riscrittura della storia del Moderno, con un occhio non più viziato dalla prospettiva occidentale e con un’ottica realmente aperta alle diversità. È un proposito che risulta affascinante e da svariati punti di vista necessario, benché non sia una novità e sia frutto di un’urgenza intellettuale fortemente alla moda. Ma è giusto che Pedrosa, e la generazione di intellettuali che condivide la sua stessa prospettiva, si misuri coi propri dubbi e le proprie sfide. A maggior ragione perché in tale capo gli esiti espositivi di valore, non viziati da questioni ideologiche, ancora latitano.
LE ALTRE METÀ DELL’AVANGUARDIA E LE PLATEE DELL’UMANITÀ
Analizzare il contributo alla modernità di artisti che hanno vissuto geograficamente alla periferia del sistema dell’arte, o che sono stati trascurati per ragioni di genere, di eccentricità o di natura politica, è un’operazione che prosegue quella pratica, fatta spesso nel Novecento, di capovolgimento e riscrittura della storia dell’arte dei secoli precedenti. Si pensi per esempio al ruolo del tutto marginale assegnato, fino a un secolo fa, ai manieristi, a Caravaggio o ad Artemisia Gentileschi, che sono entrati a pieno diritto solo dopo la loro riscoperta. In maniera simile Pedrosa si è proposto di mettere a soqquadro le gerarchie suggerendo altri maestri da affiancare al pantheon del Novecento. Autori che, nelle intenzioni del curatore, sono in grado di reggere il confronto con gli artisti più celebrati e di incarnare concettualmente, le altre metà dell’avanguardia (non necessariamente legate cioè alle sole questioni di genere). Parafrasando il titolo della Biennale di Harald Szeemann del 2001, quella di Pedrosa mirava cioè a essere la platea delle umanità: il sottotesto è che la quasi totalità delle opere esposte è stata realizzata da autori che vivevano nel sud del mondo, o con esperienze in opposizione ai rigidi schematismi tassonomici imposti dai paesi colonialisti.
TROPPI COMPRIMARI
Tale progetto è stato messo in atto con una mostra internazionale che ha visto la partecipazione di oltre trecento artisti – la vertigine della lista! – metà dei quali morti. Decisamente troppi per essere visti, apprezzati o anche solo trattenuti in testa oltre qualche secondo. E poi, dal punto di vista qualitativo, quasi sempre non all’altezza. Il pensiero ricorrente durante le visite alla mostra, sensazione che non mi ha più abbandonato nei mesi successivi, è stata quella di trovarmi di fronte a epigoni di terz’ordine, ben distanti da essere comprimari di quelli che consideriamo maestri. Perché Pedrosa ha scelto di presentare un numero così sconfinato di artisti? Perché quelle opere da mercatino etnico (la maggior parte) affiancate invece ad autori (rari) che meriterebbero invece di essere conosciuti? Se si crede che l’arte abbia una funzione, o se si crede semplicemente nell’arte, questa scelta curatoriale è incomprensibile, e sembra dettata da un semplice furore ideologico che mette in un angolo l’arte e i suoi linguaggi, per il piacere di un’esperienza immersiva in una moltitudine di opere colorate. E dispiace, visto che gli obbiettivi erano di altro profilo.
COSA CI RICORDEREMO DI STRANIERI OVUNQUE?
Se infatti si mira a cambiare il peso degli attori della storia dell’arte, a riscrivere il Novecento prendendo in considerazione delle figure fino a ora periferiche, e per mille ragioni trascurate, sarebbe stato a mio avviso più significativo fare una scelta più mirata. Per esempio, una selezione di una cinquantina di autori avrebbe consentito ai visitatori, ma anche al pubblico di addetti ai lavori, di conoscere artisti che non hanno ancora lo spazio e l’attenzione che si meritano andando in profondità. Non serve un beau geste, ma il coraggio di scegliere puntando su chi è davvero consistente, aspetto di certo più agevole con autori del passato, disponendo della forza, del prestigio e delle relazioni della Biennale. Mi auguro che così non sia, ma penso che Stranieri Ovunque avrà una ricaduta nei prossimi anni ben inferiore a quanto avrebbe potuto essere. La questione non è quanti artisti hanno esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia, ma quanti di loro saranno studiati e parteciperanno a iniziative simili nei prossimi anni. E quanti di loro ci ricorderemo a distanza di qualche mese dalla sbarluccicante sbornia lagunare.
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