Entrevista original abaixo
Nel quinto episodio della rubrica Tropical Studio di Matteo Bergamini, dedicata al panorama artistico del Brasile, l’autore intervista Marcos da Matta (1989), artista del Recôncavo Baiano. Stabilitosi a Cachoeira, trasforma il suo studio in un centro culturale, esplorando il legame tra paesaggio e identità.
Marcos da Matta (1989) è nato nel Recôncavo Baiano, zona geografica ricca di storia, separata da Salvador dalla Baía de Todos os Santos. Cachoeira è la città dove Marcos ha studiato Arti Visive all’UFRB, sotto la guida di artisti come Ayrson Heráclito, tra i Leoni d’Oro alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2023, per la sua partecipazione al progetto “Terra” del padiglione brasiliano. È proprio qui che Marcos ha scelto di stabilirsi qualche anno fa e dove sta preparando il suo studio per aprirlo a nuovi progetti, trasformandolo in un centro culturale. Una grande sfida, soprattutto perché, nonostante la bellezza e il fascino della città, Cachoeira rimane lontana dai grandi centri del contemporaneo. Di questo e di altre questioni abbiamo parlato con l’artista durante il nostro incontro a Salvador, visitando anche la sua galleria, la RV di Rio Vermelho…
“Tropical Studio” è una rubrica nata con l’intento di tracciare le relazioni empiriche che legano le arti visive e il concetto di natura, dialogando con l’ambiente. La tua pratica mantiene un pensiero molto forte incentrato sul paesaggio, soprattutto su quello del Nord-est brasiliano...
Mi piace pensare al paesaggio, a ciò che sta intorno e, ancora di più, a come questo paesaggio influisce sui comportamenti, sui modi di agire, sulla vita quotidiana delle persone; idem su come queste persone riescano a cambiare il paesaggio per adattarsi alle necessità dell’ambiente…
Eppure, anche se i tuoi dipinti sono pieni di personaggi e oggetti, il paesaggio è quasi assente: il rosa prende il sopravvento su tutto…
In alcuni casi, sì. In altri, utilizzo frammenti dei paesaggi di Cachoeira, di São Félix o di Salvador: metto questi luoghi, che frequento, nel quadro. L’intenzione è quella di lasciare una traccia di un momento e il paesaggio dice molto del luogo, parla anche del comportamento quotidiano delle persone…
Quindi, sono paesaggi immaginari?
Molte volte sì, ma contemporaneamente sono paesaggi reali. In alcuni lavori mischio paesaggi veri ad altri inventati, ma c’è sempre un dialogo tra questi e i soggetti rappresentati, siano persone o strumenti.
Ma è per chi sa leggerli, giusto?
Certamente, ma mi piace rispondere alle domande…[risate, ndr].
A Cachoeira hai studiato Belle Arti?
Arti Visive. È un approccio un po’ diverso dalle Belle Arti, più focalizzato sulle questioni del contemporaneo e della tecnologia.
Tra i tuoi professori c'era Ayrson Heráclito: ha influenzato il tuo modo di vedere, di percepire l'arte, di interessarti ad essa?
Sicuramente! Abbiamo avuto molti scambi. Inoltre, conoscere le attività dei professori, a volte ti permette di imparare meglio a rispetto del “sistema dell’arte”…
Oggi hai fatto una scelta differente, cioè di lavorare a Cachoeira: una condizione molto libera dalle obbligazioni che si affrontano a São Paulo, Rio o in altre grandi città, ma che allo stesso tempo ti isola...
Penso di sì. In realtà, quando ho finito l’ensino médio, sono venuto a vivere qui a Salvador; ci ho passato due anni, lavorando in altri settori, nel commercio, ma non mi sono adattato molto; non ero felice, anzi, tutt’altro. Sono tornato nella mia città per lavorare con ciò che mi piaceva: dipingevo facciate di negozi e magliette da vendere, facevo insegne, customizzavo abiti. Solo dopo ho scoperto che a Cachoeira c’era un corso di Arti Visive e ho deciso di iscrivermi; ho trovato la città incredibile e ho deciso di restare.
Ma come è iniziato tutto, dopo la tua formazione alla UFRB?
Penso che sia stato in uno degli eventi a Cachoeira, dove sono andato a vendere la mia arte per strada, che era quello che facevo per guadagnare qualche soldo.
Di che anno parliamo, più o meno?
Penso che fosse nel 2019. Mentre vendevo, osservavo il paesaggio, l’ambiente circostante, le altre persone che erano lì in quel momento, lavorando al mio fianco. Lì mi sono sentito parte di loro. Eravamo tutti nello stesso posto, nello stesso spazio, cercando di sopravvivere facendo le stesse attività. In fondo, anche se stavo vendendo arte, non c’era alcuna garanzia: se piovesse o altro, io, come qualsiasi altro venditore, non avrei portato a casa nulla. Quindi, osservando tutto questo, ho iniziato a fare i primi schizzi di un lavoro sui venditori di strada.
Hai cominciato a fare foto?
Esattamente. E quando, durante la pandemia, non trovavo nessuno per strada, mi facevo degli autoscatti, imitando qualche attività. Nello stesso periodo ho approfittato dei molti eventi d’arte ed esposizioni che stavano avvenendo online: era una buona occasione per provare qualcosa senza sprecare soldi, senza dover spedire fisicamente i lavori, cosa che è molto costoso. Mi sono iscritto a qualcuno di questi eventi e ho avuto l’opportunità di partecipare a una prima mostra, che mi ha portato anche a SP Arte. L’ho visto come un segnale, anche se non avevo soldi…
Ancora non lavoravi con la galleria RV?
No, continuavo a dipingere e a lavorare in altri settori per guadagnare un po’. Nel 2021 pensavo che quello sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrei provato a vivere di arte. Alla fine dello stesso anno ho cominciato a entrare in contatto con il team della RV e ho deciso di allungare un po’ il termine dei miei sogni…
Che bella storia! Com'è nato questo avvicinamento con la galleria?
È stata una reciproca attenzione: il team della RV mi stava seguendo e io stavo tenendo d’occhio loro. Da lì è arrivato il primo contratto e la mia rappresentazione, una grande felicità: è stato un grande passo per qualcuno che stava quasi rinunciando a vivere di arte. Oggi credo di più in quello che faccio.
Come dicevo prima, il tuo stile è molto riconoscibile, è una rappresentazione del Nordest. E per me, come straniero, è molto interessante: hai detto che nel tuo lavoro vuoi anche indagare l'aspetto storico e penso che questa caratteristica, forse proprio perché la città di Cachoeira è lo scenario delle tue opere, sia molto visibile...
Questi colori sono basati sull’architettura di Cachoeira, nelle sue grandi case. Dal 2019, quando ho iniziato a dipingere, ho cercato di concentrarmi molto sulla poetica, coltivando anche un lato molto pop per quanto riguarda i colori, proprio per rimarcare le differenze che esistono tra le città dell’interior e i grandi centri, dove i toni predominanti sono quelli del grigio.
Di fatto, la tua è una tavolozza di colori che viene direttamente dal paesaggio...
Sì, volevo portare questa vitalità nel lavoro. Durante la pandemia, quando tutto era silenzioso di fronte alla paura della morte, la pittura è diventata una terapia per me, anche per dimenticare il quotidiano: mi sono immerso in essa e nel disegno, e il colore viene proprio da questa necessità di vita.
Vivi a Cachoeira: come stai affrontando la questione della distanza, dell'allontanamento?
È molto difficile perché, pur essendo vicina a Salvador, non è un grande centro. Non ci sono gallerie, non ci sono eventi legati all’arte contemporanea. Ma è proprio per questo che voglio costruire uno studio lì, delimitare uno spazio di possibilità per trasformarlo in futuro in un punto di riferimento per chi produce arte. È un’ambizione, certo. Ad ogni modo, vivere a Cachoeira a volte mi impedisce di partecipare alle grandi manifestazioni, ma mi permette di creare in modo tranquillo e di lasciarmi ispirare dalla storia e dalla cultura che mi circondano. Tra l’altro, a Cachoeira, vivono molti artisti e ci sono atelier di arte popolare.
Ti piacerebbe anche creare una residenza?
Forse sì, non so se una residenza vera e propria, ma un posto dove gli amici possano venire, anche solo per visitare la città. Voglio creare un luogo sicuro, interessante, di conoscenza, dove poter circolare liberamente.
Tornando al tema del lavoro, non solo in Brasile, penso che sia una questione fondamentale del nostro tempo: ci sono lavori sottovalutati, mal pagati e, forse, sempre più persone che cercano di guadagnare qualcosa vendendo per strada...
Penso che questo tema, quello dei lavoratori di strada, sia una possibilità di ricerca ovunque, non solo qui: mi piacerebbe fare serie sui lavoratori di strada di São Paulo, Luanda, o, chissà, Londra.
Nel frattempo, arriva un venditore di strada, che ci offre le classiche caramelle di eucalipto. Marcos compra due sacchettini e la conversazione cambia, ndr.
Mi piacciono queste caramelle e questi sacchettini, credo che le dipingerò: da quando mi ricordo, da quando sono venuto a vivere a Salvador, sono un marco dei venditori di strada.
Penso che sia qualcosa di universale in tutto il Brasile, no?
Penso di sì. Le caramelle di eucalipto. Ecco, quando inserisco questi elementi nei dipinti, ad esempio, le persone si identificano…
È esattamente ciò che vedo nelle tue opere, mettendo in luce un immaginario che anche un non brasiliano, come me, riesce a cogliere, immergendosi in quella percezione che coinvolge tutti i sensi. È realmente una visione che ti fa dire: “Cavolo, è proprio Salvador! È Bahia. È quella eredità dei colori delle case portoghesi, del cielo azzurro e delle scatole di polistirolo...”
Esattamente: dei centri storici, delle scatole di polistirolo portate sopra la testa, con il ghiaccio, vendendo di tutto; una vera cultura di lavoro da strada, che esiste dappertutto, in forma minore o maggiore…
I lavoratori di strada sono una delle facce più riconoscibili del Brasile, anche per le implicazioni sociali che portano con sé...
È un tema molto importante: parla della società, della storia. In questo senso, la mia è una ricerca che si concentra anche su ciò che accade nell’economia, tra virgolette: prima e dopo l’abolizione della schiavitù c’è sempre stata una forte presenza di lavoratori di strada e, inoltre, parlo molto di lavori di sopravvivenza che diventano obiettivi per una ricerca di una vita migliore.
È anche una ricerca antropologica...
Esattamente. Mi interessa molto la sociologia; questo movimento, oltre a marcare una società, racconta le modalità in cui queste persone si organizzano: come si muovono questi lavoratori nello spazio? Come vendono? In quali luoghi e quali prodotti? È anche una ricerca sull’autonomia dei lavoratori.
Hai un esempio di opera per spiegare questi concetti?
C’è un dipinto intitolato Caldo de Cana do Preto. Rappresenta una bancarella che c’è a Cachoeira. Questo “Caldo de Cana do Preto” racconta molto rispetto alla storia coloniale di Cachoeira, il suo sviluppo e declino, esattamente legato alla coltivazione della canna da zucchero e agli engenhos che c’erano lì, che rifornivano il Portogallo. Insomma, se una volta si lavorava per la “corona”, oggi si lavora per se stessi, ma sempre con le stesse merci: è un’idea di conquista, forse non tanto materiale, ma emotiva, che è il tono che cerco nel mio lavoro…
A proposito: la tua ultima mostra personale alla RV si intitolava Sete Verões, un titolo molto particolare che rimanda al passare del tempo e ricorda anche una canzone...
Tutto è cominciato con questo dipinto che si chiama, appunto, Sete Verões [Sette Estati, ndr]: rappresenta l’anniversario del ventilatore che mi accompagna da tempo a Cachoeira, permettendomi di sopravvivere al caldo della città. Ho pensato molto agli strumenti quotidiani che rendono possibile la nostra vita, e il ventilatore è stato uno dei simboli scelti. Anche se l’anniversario di un ventilatore è un’immagine surreale, è qualcosa che incontra molto la realtà.
È interessante la questione delle cose che permettono una esperienza di vita, così come il lavoratore di strada aiuta nella nostra esistenza quotidiana...
Il lavoratore di strada consente la circolazione delle merci laddove i grandi negozi e i grandi commerci non riescono a portarle. Queste persone circolano tra di noi, permettendo la sopravvivenza anche in condizioni precarie, anche perché quando i lavoratori di strada sono molti, significa che la possibilità di ottenere posti di lavoro formali è molto bassa.
Questa era un'altra domanda che volevo farti: c'è qualcosa che non va nell'economia del Brasile, al giorno d'oggi?
Ogni volta che qualcosa è molto basso per qualcuno, è molto alto per pochissimi altri. Mentre la quantità di posti di lavoro diminuisce, ci sono grandi imprenditori o lobby armamentiste, compagnie di prodotti digitali o per la sicurezza, assicurazioni o banche che guadagnano miliardi: penso che questa bilancia sia instabile da tempo. E questo fa la fortuna di molte persone.
Mi ricordo di una canzone sertaneja che parla di un ragazzo che sogna di diventare camionista con il camion del padre. Anche questi sogni di bambino indicano molto bene la realtà, ovvero: se le possibilità di "carriera" sono molto scarse, la maggior parte può sognare solo con quello che ha a portata di mano...
Esatto, quando la realtà è opprimente, anche i sogni finiscono per essere compressi. Infatti, mutano in base alle proprie possibilità: se un ragazzo ricco può sognare di diventare pilota di aereo, un ragazzo senza molti mezzi vorrà solo possedere una moto per spostarsi, per fare un giro e anche per lavorare: l’oggetto diventa il perno stesso dell’esistenza.
Tornando alla tua produzione, vedo che stai espandendo anche le dimensioni delle tue opere...
Sì, ho ampliato. Ho sempre più voglia di lavorare su formati grandi. Però penso che anche i lavori più piccoli possano offrire un’idea di sintesi che per me è interessante.
Qual è il tuo metodo, esattamente? Prepari la scena con un disegno?
No, proietto l’immagine direttamente sulla tela e dipingo, togliendo quello che non mi interessa.
Lavori in acrilico: c'è un motivo?
La vernice acrilica è sempre stata, per me, quella più adatta al momento. Ho cominciato a dipingere in spazi molto piccoli: durante la residenza universitaria in cui vivevo, condividevo lo spazio con altre persone, quindi dovevo scegliere un materiale che si asciugasse molto velocemente e che non avesse un odore troppo forte. Oggi sono innamorato di questa tecnica, anche perché permette di avere colori molto marcati.
Come entra il rosa nei tuoi paesaggi, quasi facendo esplodere la scena?
Il rosa entra proprio per contrastare tutto. Mi serve per rompere il “realismo” della pittura.
Penso di aver capito la tua prospettiva, ma come è uscito?
Per caso: ho trovato un tessuto in casa che aveva dei colori, e ho provato a inserirli in ogni parte di un quadro; il rosa è finito a terra. Per me è stato davvero un “incontro” visivo, perché il colore contrastava con tutti gli altri, perché il rosa è un colore completamente artificiale: ho voluto portare l’idea di qualcosa di surreale in un momento molto quotidiano, per rompere la materialità della realtà.
Il tono è sempre lo stesso, vero?
Più o meno. Per me, mettere il rosa sulla tela è anche una questione rituale: lo preparo sul momento, perché è l’ultima passata nella pittura, la chiusura. Guardare il lavoro e terminarlo dipingendo il pavimento di rosa è il momento più piacevole del processo.
Il rosa, tra l'altro, porta con sé un'idea di piacere che però è molto artificiale, kitsch...
Sicuramente: cose economiche, torte super zuccherate, giocattoli, saponi… ma il rosa è anche il colore che molte vesti dei santi avevano nelle pitture rinascimentali, simboleggiando l’incontro tra il trascendentale e il carnale, tra lo spirituale e la vita: io voglio ritrarre questo metafisico dentro il palpabile.
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Tropical Studio #5. Marcos Da Matta, la vie en rose
por Matteo Bergamini
Marcos da Matta (1989) é natural do Recôncavo Baiano, área geográfica permeada de muita história, separada de Salvador pela Baía de Todos os Santos. Cachoeira é a cidade onde Marcos tem cursado Artes Visuais, na UFRB, guiado entre os outros por Ayrson Heráclito, artista que já foi convidado nas Bienais de São Paulo e também ganhou o Leão de Ouro na Bienal de Arquitetura de Veneza, em 2023, pela sua participação ao projeto “Terra” do pavilhão brasileiro. Aqui, Marcos, escolheu estabelecer-se há alguns anos, atualmente preparando o seu ateliê para abri-lo a demais projetos, tornando-o um ponto cultural. Um grande desafio, mesmo porque – embora a beleza e o fascínio da cidade – Cachoeira continua afastada dos grandes centros do contemporâneo. Dessa e de outras questões falamos com o artista, durante o nosso encontro em Salvador, visitando também a sua galeria, a RV do Rio Vermelho…
“Tropical Studio” é uma coluna nascida para tentar traçar as relações empíricas que interligam as artes visuais e conceito de natureza, de corpos e pensamentos em diálogo com o externo, com o ambiente. Você tem, sem sombra de dúvida, um forte pensamento focado na paisagem, especialmente naquela do Nordeste brasileiro…
Eu gosto de pensar a paisagem, no que está à volta e, mais do que isso, em como essa paisagem influência os comportamentos, os modos de agir, a vida da pessoa no cotidiano delas; inclusive, como essas pessoas conseguem mudar essa paisagem, para se adaptar as necessidades do ambiente…
Porém, mesmo sendo as suas pinturas repletas de personagens e objetos, quase não têm paisagem: o cor-de-rosa toma conta de tudo…
Em alguns casos, sim. Em outros, utilizo fragmentos das paisagens de Cachoeira, de São Félix ou de Salvador: coloco esses lugares, por onde eu passo, no quadro. A intenção é deixar um rastro de um momento e a paisagem diz muito sobre o local, inclusive fala do comportamento cotidiano das pessoas…
Enfim, são paisagens imaginarias?
Muitas vezes sim, mas, contemporaneamente, são paisagens verdadeiras. Em alguns trabalhos eu pego paisagens reais e adiciono as que invento, mas sempre tem um diálogo dessas com os sujeito representados, sejam as pessoas ou as ferramentas delas.
Mas é para quem sabe ler, não é?
Com certeza, mas eu gosto de responder as perguntas…[risas, ndr]
Você cursou Belas Artes em Cachoeira?
Artes Visuais. É uma pegada um pouco diferente de Belas Artes, mais focada nas questões do contemporâneo e da tecnologia.
Entre os seus professores teve Ayrson Heráclito: ele influenciou o seu jeito de ver, de perceber a arte, de se interessar a ela?
Com certeza! Tivemos muitas trocas. Inclusive, conhecendo a atividades dos professores, de repente aprende-se melhor a respeito do “sistema da arte”…
Contudo, você escolheu uma solução bem diferente, ou seja, ficar um pouco afastado e trabalhar em Cachoeira. Talvez seja uma condição bem melhor, pois está livre de várias obrigações nas quais teria que lidar se estivesse em São Paulo, no Rio ou em outras grandes cidades…
Acho que sim. Na verdade, já quando terminei o ensino médio vim morar aqui em Salvador; morei dois anos, trabalhei em outras coisas, no comércio, mas não me adaptei muito; não vivia feliz, aliás, muito pelo contrário. Voltei para a minha cidade para trabalhar com o que eu gostava, com a arte: pintava fachadas de lojas e camisas para vender, fazia letreiros, customizava roupas. Só depois descobri que em Cachoeira tinha um curso de artes visuais e fui cursar; achei a cidade incrível e quis ficar.
Mas como é que tudo começou, após a sua graduação?
Acho que foi em um dos eventos de Cachoeira, onde eu fui vender a minha arte na rua. Era isso que eu fazia para conseguir um dinheiro.
Estamos falando de que anos, mais ou menos?
Acho que foi em 2019. Enquanto eu vendia, observava também a paisagem, o entorno, as outras pessoas que estavam ali naquele momento, trabalhando ao meu lado. E foi aí que eu me entendi como uma delas. Estávamos todos no mesmo lugar, no mesmo espaço, tentando sobreviver a partir das mesmas atividades. Apesar de eu estar vendendo arte, não tinha garantia nenhuma: se chovesse ou outra coisa acontecesse, eu, como qualquer outro vendedor, não levaria nada para casa. Então, observando tudo isso, tive os primeiros esboços de um trabalho sobre os vendedores de rua.
Começou a tirar fotos?
Exatamente. E quando, durante a pandemia, não encontrava ninguém na rua, fazia autorretratos, posando eu mesmo para a câmera, ensaiando alguma atividade. Na mesma época aproveitei dos muitos eventos de arte, exposições, que estavam acontecendo online; era uma boa ocasião para tentar algo sem desperdiçar dinheiro, sem ter que enviar fisicamente os trabalhos, que é muito caro. Inscrevi-me em alguns e tive a oportunidade de estar em um primeiro salão, que me levou também à SP Arte. Vi isso como um sinal, embora ainda não tivesse uma grana para sobreviver.
Você ainda não estava com a galeria RV?
Não estava, continuava desenvolvendo os meus trabalhos e trabalhando em outras atividades para ganhar uma grana. Em 2021 pensei que aquilo teria sido o último ano no qual tentaria viver de arte. No final do mesmo ano comecei a entrar em contato com o pessoal da RV e decidi esticar um pouco o prazo do vencimento dos meus sonhos…
Que ótimo. Mas por acaso ou por que você enviou um portfólio, mostrou o trabalho?
Foi uma atenção recíproca: o time da RV estava me acompanhando e eu estava de olhos neles. Daí veio o primeiro contrato e a minha representação. Fiquei muito feliz: foi um grande passo para alguém que estava quase desistindo de viver de arte. Hoje eu acredito mais no que eu faço.
Você tem uma pegada bem reconhecível, até diria mesmo de representação do Nordeste. E para mim, como estrangeiro, é muito interessante: você disse que no seu trabalho quer investigar também o lado histórico e eu acho que essa característica, talvez por ser Cachoeira o cenário das suas obras, seja bem visível…
Essas cores são baseadas nas arquitecturas de Cachoeira, nos seus casarões. Desde 2019, quando comecei a pintar, tentei focar muito na poética mas, também, cultivando um lado muito pop em fato de cores, mesmo para demarcar a grande diferença que existe entre o interior e os grandes centros, cujas tintas predominantes são os tons de cinza.
A sua é uma paleta de cores que vem diretamente da paisagem…
É, eu queria trazer essa vida para o trabalho. Durante a pandemia, enquanto tudo estava esquisito, silencioso diante o medo da morte, a pintura passou a ser uma terapia para mim, mesmo para esquecer as notícias: mergulhei nela e no desenho e o colorido vem disso, por essa necessidade de vida.
Morando em Cachoeira, como é que você está lidando com a questão da distância, do afastamento?
É muito difícil porque, apesar de estar perto de Salvador, não é um grande centro. Os eventos de arte quase não acontecem lá, não tem galerias. Mas é exatamente por isso que eu quero construir um ateliê lá, demarcar um espaço de possibilidades para futuramente transformá-lo em um ponto de referência para quem está produzindo arte. É uma ambição, claro. Enfim, morar em Cachoeira às vezes me impede de presenciar os grandes eventos, mas me possibilita criar de uma maneira sossegada e de me deixar inspirar pela história e pela cultura que tem por lá. Inclusive, Cachoeira têm muitos artistas e ateliês de arte popular.
Você gostaria de montar também uma residência?
De repente, sim, não sei se uma residência, mas um lugar onde amigos possam vir, mesmo para visitar a cidade. Eu tenho é vontade de criar um lugar seguro, interessante, de conhecimento, onde poder circular livremente.
Voltando ao tema do trabalho, não somente no Brasil, acho-a uma questão fundamental do nosso tempo: existem trabalhos menosprezados, mal pagos e, talvez, sempre mais pessoas tentando conseguir algo vendendo na rua mesmo…
Eu acho que esse tema, o dos trabalhadores de rua, seja uma possibilidade de estudo em qualquer lugar, do Brasil e também do mundo. Eu tenho vontade de pesquisar sobre os trabalhadores de rua de São Paulo ou de Luanda ou, sei lá, de Londres.
No entanto, chega um vendedor de rua, oferecendo-nos as clássicas bolinhas de eucalipto. Marcos compra dois sachês, e a conversa muda, ndr.
Eu gosto dessas balinhas e desses saquinhos, acho que vou pintá-los: desde que eu me entendo, desde que eu vim morar em Salvador, as pessoas vendem isso.
Acho que é universal no Brasil tudo, não é?
Acho que sim. As balinhas de eucalipto. Então, quando eu coloco isso na pintura, a exemplo, as pessoas vão se identificar…
É exatamente essa coisa que eu enxergo nas suas pinturas, trazendo um imaginário que mesmo quem não é brasileiro, como eu, consegue ver, mergulhando naquela percepção que envolve todos os sentidos. É aquele “visual” pelo qual eu digo: “Nossa, é Salvador mesmo! É a Bahia. É aquela herança das cores das casas portuguesas, de céu azul e das caixas de isopor…”
Exatamente: dos centros históricos, das caixas de isopor carregadas acima da cabeça, levando gelo, vendendo tudo; uma cultura mesmo de trabalhos de rua, que existe em cada lugar, em forma menor ou maior…
Os trabalhadores de rua são uma das faces mais reconhecíveis do Brasil, mesmo pelas implicações sociais que carregam…
Trata-se de um tema muito importante: fala da sociedade, da história. Nesse sentido, a minha é uma pesquisa que também está focada no que acontece na economia, entre aspas: antes e depois da abolição da escravatura sempre houve muita presença de trabalhadores de rua, e mais do que isso, eu falo muito de trabalhos de sobrevivência que se tornam alvos para uma busca de vida melhor.
Também é uma pesquisa antropológica…
Exatamente. Eu tenho muito interesse pela sociologia; esse movimento, além de demarcar uma sociedade, relata uma forma de organização das pessoas: como esses trabalhadores se organizam no espaço? Como se organizam para vender? Em quais lugares as pessoas vendem determinada mercadoria? Também é uma pesquisa sobre a autonomia dos trabalhadores.
Tem um exemplo de obra para explicar esses conceitos?
Tem uma pintura cujo titulo é Caldo de Cana do Preto. Representa uma barraca que tem em Cachoeira. Esse “Caldo de Cana do Preto” informa muito, quer sobre a história colonial de Cachoeira, o seu desenvolvimento e declínio, justamente pelo cultivo de cana-de-açúcar e pelos engenhos que tinham lá, que abasteciam Portugal. Enfim, se outrora se trabalhava pela “coroa” hoje em dia se trabalha por si, porém cuidando das mesmas mercadorias: é uma ideia de conquista, talvez não muito material, mas emocional, que é o tom que eu busco no meu trabalho…
A propósito: a sua última exposição individual na RV intitulava-se “Sete Verões”, nome muito particular que remete ao passar do tempo e lembra também uma lírica…
Tudo começou por essa pintura que se chama, justamente, Sete Verões: representa o aniversário do ventilador que me acompanha há tempo nos verões em Cachoeira, possibilitando a minha sobrevivência no calor da cidade. Tenho pensado nas ferramentas do dia a dia que possibilitam a nossa vida, e o ventilador foi um dos símbolos escolhidos para representar isso. Embora o aniversário de um ventilador seja uma imagem surreal, é algo que mexe muito com a realidade.
É interessante essa questão das coisas que possibilitam a experiências de vida, porque também o trabalhador de rua possibilita a nossa existência….
O trabalhador de rua possibilita a circulação de mercadorias, onde as grandes lojas, os grandes comércios não conseguem levá-las. Essas pessoas circulam entre nós, possibilitando a sobrevivência mesmo em condições precárias, pois quando os trabalhadores de rua são muitos, significa que a possibilidade de obter empregos formais está muito baixa.
Essa era mais uma pergunta que eu queria te fazer: algo está dando errado na economia do Brasil, hoje em dia?
Sempre que algo está muito baixo para alguém, está muito alto para pouquíssimos outros. Enquanto a quantidade de empregos abaixa, têm grandes empresários ou lobbies armamentistas, companhias de equipamentos eletrônicos para segurança, companhias de seguro ou bancos, lucrando bilhões. Acho que esta balança esteja desestabilizada há tempo. E isso faz a fortuna de muita gente.
Lembro de uma música sertaneja, falando de um menino que sonha em ser caminhoneiro com o caminhão do pai. Também esses sonhos de criança mexam muito com o pesadelo da realidade, ou seja: se possibilidades de “subir” acabam sendo muito escassas, a maioria consegue sonhar só com o que têm no seu alcance…
Isso mesmo, quando a realidade é oprimida, os sonhos acabam sendo compressos também. De fato, tornam-se diferentes conforme as próprias possibilidades: se um menino rico pode sonhar em ser piloto de avião, um menino sem muitos recursos só quererá possuir uma moto para se mover, para fazer um rolê e também para trabalhar: o objeto se torna o eixo da existência.
Voltando à sua produção, vejo que você está expandindo também o formato…
Expandi. Tenho cada vez mais essa vontade de trabalhar com suportes grandes. Mas, também, acho que os trabalhos menores consigam me entregar uma ideia de síntese que para mim é interessante.
Qual é o seu método, mesmo? Você prepara a cena com um desenho?
Não, projeto a imagem na tela e pinto, tirando o que não me interessa.
Você pinta em acrílico: tem um motivo?
A tinta acrílica sempre foi, para mim, a que era possível para aquele momento. Comecei a pintar em espaços muito pequenos, mesmo porque na residência de estudante em que eu morava durante a faculdade dividia o espaço com outras pessoas, então tinha que escolher um material que fosse muito rápido de secar e que não tivesse um cheiro forte. Hoje em dia estou apaixonado por essa técnica, mesmo porque possibilita bem as tintas marcadas.
Ora, como o cor-de-rosa entra nas suas paisagens, quase fazendo explodir a cena?
O cor-de-rosa entra exatamente para contrastar com isso tudo. Serve-me para quebrar a questão do “realismo” da pintura.
Acho que entendi a sua perspectiva, mas como veio?
Por acaso: encontrei um lençol em casa que tinha algumas cores, e tentei encaixá-las em cada lugar de um quadro; o rosa caiu no chão. Para mim foi mesmo um interesse visual, porque a cor contrastava com todas as outras, mesmo porque o rosa é uma cor completamente artificial e eu quis trazer a ideia de algo surreal acontecendo dentro de um momento muito cotidiano, para quebrar o material da realidade.
O tom é sempre o mesmo, não é?
Mais ou menos. Para mim, passar o cor-de-rosa na tela é também uma questão ritual: eu o preparo na hora, pois é a última passagem na pintura, o fechamento. Olhar para o trabalho e encerrá-lo pintando o chão de rosa é o momento mais prazeroso do processo.
O cor-de-rosa, inclusive, traz uma ideia de prazer que é, porém, muito artificial, kitsch…
Com certeza: coisas baratas, bolos de confeitarias extremamente açucarados, brinquedos, sabonetes… mas o rosa é também a cor que muitas roupas de santos levavam nas pinturas renascentistas, simbolizando o encontro do transcendental com o carnal, do espiritual com a vida: eu quero retratar esse metafísico dentro do palpável.
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