Marcello Maloberti trasforma il PAC di Milano in un cantiere poetico con Metal Panic: un viaggio tra acciaio, marmo e neon, dove oggetti e gesti evocano tensioni tra tradizione e innovazione. Ogni stanza è un frammento di memoria, un invito a superare confini e riscoprire Milano.
La città di Milano è un essere vivo: palpitante di metallo, silenzi, sussurri e frenesie. Dentro le sue vene pulsano acciaio e marmo, memorie del passato e utopie del futuro. È in questo contesto che Marcello Maloberti, poeta del frammento e del gesto effimero, erige il suo Metal Panic.
Se Milano fosse un romanzo, Marcello Maloberti sarebbe il suo autore più fedele. Uno capace di raccogliere la polvere, il cemento, il neon e trasformarli in una poesia visiva. Al PAC, con Metal Panic, non trovi una semplice mostra, ma un viaggio dentro un cantiere aperto, di quelli che sembrano non finire mai. Questo progetto porta con sé molta poesia, molta nostalgia e forse è bene così.
UN VIAGGIO POST APOCALITTICO AL PAC: LA CITTÀ CAPOVOLTA DI MALOBERTI
Entrando al PAC, si ha subito l’impressione di essere accolti non da una mostra, ma da una città capovolta, tipo sequenza di film post apocalittico dove il cielo precipita e la strada si inerpica verso l’alto. Lo spazio si apre con Ultimatum, una facciata trasformata in lama d’acciaio, come se l’edificio stesso si preparasse a tagliare i confini tra realtà e immaginazione, alzi la mano chi non si è sentito dentro un film hollywoodiano?
Sopra, Cielo, un neon bianco rovesciato, brilla fragile, suggerendo che il cielo è più vicino quando crolla. Se lo guardate alla sera quando su Milano il sole tramonta e le luci delle insegne e delle auto vanno per la maggiore è un’opera che sfida qualsiasi tipologia di cuore con il pelo, è così poetica che quasi fa piangere.
Marcello non mostra, racconta. I suoi oggetti – un cartello stradale sospeso, un guardrail trasformato in scultura sinuosa – sono protagonisti di un dramma muto. Eppure parlano, oh, se parlano! Il marmo che sorregge l’acciaio in Tilt racconta di tensioni: l’eterno conflitto tra bellezza e funzione, tradizione e innovazione.
OGGETTI PARLANTI: IL DRAMMA MUTO DELLE SCULTURE DI MALOBERTI
Ci sono poi le voci, sussurrate e cantate. Metal Panic, la partitura per fucile, trasforma la violenza in musica; mentre La Suggeritrice bisbiglia un’eco di Carmelo Bene: “Nella tasca destra l’Oriente, nella tasca sinistra l’Occidente.” Una frase, un oracolo, un invito a superare i confini che dividono.
Ogni stanza è un frammento, un ricordo, un sogno che si intreccia con il prossimo. In Sironi, le mani di una performer ritagliano immagini come se scolpissero l’anima del grande artista italiano. Nella Galleria, libri di Pasolini, trafitti da coltelli, giacciono a terra: un omaggio alla parola scritta e al suo potere di ferire e guarire.
E poi c’è Famiglia Metafisica, un ritorno all’origine. Qui, la memoria personale di Maloberti si intreccia con quella collettiva: la madre e la nonna diventano icone, le loro pose casalinghe si trasformano in simboli di resilienza e amore.
METAL PANIC AL PAC: UN CANTIERE APERTO
Maloberti non costruisce un’esposizione; piuttosto, inaugura un cantiere. Un cantiere che non si chiuderà mai, perché il lavoro dell’arte – come quello della vita – è costantemente incompiuto. Moltissimo ci sarebbe da chiedergli e forse se gli si facesse qualche domanda verrebbe meno tutta questa grande impalcatura che fa piacere così tanto questa mostra. Perciò me ne sto zitto e non faccio domande ma ammiro e sorrido.
Metal Panic è un viaggio, una vertigine. Funziona un po’ come quei biglietti aerei di sola andata che almeno una volta nella vita abbiamo preso, per poi renderci conto che dove eravamo non si sta poi così male. Ecco quella sensazione lì, o meglio a me ha dato quella sensazione lì. Non si esce dal PAC con risposte, ma con domande. La città che vi accoglie fuori sembra diversa, quasi più fragile, e forse – come ci suggerisce Maloberti – pronta a meritarsi, ancora una volta, i suoi miracoli.
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