Giorgio Tentolini intreccia tradizione e innovazione, esplorando memoria e identità con materiali come rete metallica e tulle. Tra riferimenti ai miti classici e l’uso dell’IA, l’artista riflette sulle sfide dell’era digitale e sulla fragilità dell’umano
Giorgio Tentolini è un artista capace di fondere passato e futuro, tradizione e innovazione, offrendoci un viaggio nell’essenza dell’identità umana. Con opere che sfidano la nostra percezione, ci invita a riflettere sulla nostra epoca e su ciò che ci rende unici. Artista raffinato e sensibile, classe 1978, Tentolini nasce a Casalmaggiore (Cremona), dove vive e lavora. Esplora temi universali attraverso materiali come il tulle e la rete metallica, unendo tradizione e tecnologia in una ricerca che fonde memoria, identità e stratificazione. Partito dal mondo della moda, l’artista ha seguito un percorso personale e professionale che lo ha portato ad avvicinarsi nel tempo al mondo dell’arte, fino a diventare un artista noto e apprezzato a livello internazionale. Lo conferma la sua partecipazione alla 60esima edizione della Biennale di Venezia, con la mostra NEMO PROPHETA IN PATRIA, allestita nel padiglione del Camerun. In questa intervista, l’artista ci racconta il suo lavoro e le sue ispirazioni.
Da dove nasce la scelta di privilegiare la rete metallica e il tulle come materiali prediletti per le tue opere?
La mia scelta di utilizzare questi materiali nasce dal loro valore simbolico. Ogni materiale porta con sé un messaggio. Il tulle, con la sua leggerezza, rappresenta immagini effimere, memorie destinate a svanire. È un tessuto che non protegge, ma lascia intravedere, evocando la fragilità delle nostre esperienze. La rete metallica, invece, è entrata nella mia pratica a partire dal 2006, inizialmente come metafora delle trappole estetiche, dei vincoli imposti dai canoni. Con il tempo, si è evoluta a rappresentare le connessioni e le interazioni del nostro mondo contemporaneo, dal web alle relazioni umane.
La tua ricerca artistica e personale parte da un’indagine su concetti come memoria, identità e stratificazione. La stessa formata dal sistema di reti che utilizzi per le tue opere. Come è nata questa intuizione e che significato riveste nella tua vita il concetto di rete?
Il concetto di rete è centrale nella mia vita e nella mia arte. Mi affascina il modo in cui le reti si intrecciano, creando stratificazioni visive e concettuali. La rete metallica rappresenta tanto una connessione quanto una separazione: può essere un filtro, una trappola o un ponte. Nelle mie opere, la stratificazione rappresenta la complessità della memoria e dell’identità: ogni strato aggiunge significato, ma allo stesso tempo nasconde. Per me, la rete è una metafora potente della condizione umana, un continuo intreccio tra ciò che siamo e ciò che ci circonda.
Come racconti tu stesso, sei sempre stato affascinato dall’arte e dai miti classici, dai quali hai preso ispirazione per numerosi tuoi lavori, come la serie Polytropos (dal 2020), che fa riferimento alla figura di Omero, o Xenos (dal 2024), che si ispira al mito di Orfeo ed Euridice. Come rileggi questi miti e questi modelli alla luce dei valori e della sensibilità contemporanea?
I miti classici sono per me una fonte inesauribile di riflessione. Mi interessano per la loro universalità e per come continuano a parlarci anche oggi. Ad esempio, in Polytropos vedo nell’eroe omerico la metafora di un’identità fluida, in continua trasformazione. In Xenos, invece, il mito di Orfeo ed Euridice diventa un modo per esplorare il tema dell’alterità e del senso di perdita. Rileggere i miti alla luce del presente significa trasformarli in specchi della nostra epoca, rendendoli strumenti per interrogare i nostri valori e le nostre sensibilità.
In diverse tue serie come Eidōlon (2023), In too deep (2023) e Derealized (2023), ti sei avvalso dell’IA. Che rapporto hai con questa nuova tecnologia e cosa pensi del suo rapporto con la produzione artistica?
L’intelligenza artificiale mi permette di esplorare nuovi linguaggi e di affrontare temi contemporanei in modo innovativo. Per me, è uno strumento, non un sostituto dell’artista. Nelle serie sopra citate, l’IA genera immagini di partenza che poi trasformo manualmente, mantenendo un forte legame con la tradizione artistica. L’IA mi affascina perché mi permette di riflettere sul tema della bellezza ideale, istituendo un parallelo con l’età classica: questa nuova tecnologia combina infatti milioni di immagini diverse per creare qualcosa di nuovo, una sorta di idolo contemporaneo, simile al canone ideale che avevano istituito gli antichi. Tuttavia, credo che l’uso dell’IA debba essere consapevole, per non perdere il contatto con il valore umano dell’arte.
Nei tuoi lavori è frequente il riferimento al mondo dei social, ai pericoli che si nascondono dietro al loro abuso e al nostro rapporto tra immagine reale e immagine digitale. In che modo i social stanno cambiando la percezione di noi stessi e degli altri e come questo viene raffigurato nelle tue opere?
I social media hanno trasformato il nostro rapporto con l’identità, spingendoci a costruire immagini idealizzate di noi stessi. Questo processo, se da un lato ci connette, dall’altro ci allontana dalla realtà, creando una frattura tra immagine e autenticità. Nelle mie opere, esploro questa tensione, mostrando come i social possano essere sia una maschera sia un riflesso distorto. Ad esempio, nella mia serie Lapse (2017) affronto il tema dei disturbi dell’attenzione, conseguenza della sovrastimolazione digitale, mentre nei lavori ispirati ai social rifletto su come la nostra immagine, in quel contesto, diventi un’identità artefatta, quasi irriconoscibile.
Il tuo percorso artistico e professionale è partito dall’alta moda e dall’interazione con le modelle. Cosa ti porti dietro di quel periodo e in che modo questa esperienza ha influenzato la tua produzione artistica?
Lavorare nel mondo della moda mi ha dato una sensibilità estetica unica, ma mi ha anche spinto a riflettere criticamente sull’immagine. La moda è effimera per definizione e questo mi ha portato a cercare un linguaggio artistico più duraturo. I casting, le campagne pubblicitarie, i ritmi frenetici: tutti questi elementi mi hanno permesso di comprendere la standardizzazione e l’ossessione per la perfezione presenti nel settore. Questo passato riaffiora nelle mie opere, soprattutto quando affronto il tema dei canoni estetici e della perdita di identità. La moda ha certamente plasmato il mio approccio, ma il mio lavoro cerca di andare oltre, per interrogarsi sul significato profondo dell’immagine.
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