Quattro mostre a Roma da vedere a Natale

Abbiamo selezionato per voi quattro mostre in altrettante gallerie che si affacciano sulle due anse del Tevere: ADA e T293, non lontano dal quartiere ebraico, Operativa Arte Contemporanea e Tim Van Laere Gallery tra Via Giulia e la Chiesa dei Fiorentini.

Negli spazi di Operativa, la mostra Testa Salpa di Marco Emmanuele parte dalla poesia dedicata al mare e all’idea del mare in quanto grembo, trama di relazioni, desideri sessuali e affettivi. Le poesie scelte sono scritte da poeti e poetesse che hanno vissuto nella Città Eterna. Alla Tim Van Laere Gallery, Mamma Mia Roma di Leiko Ikemura è dedicata alla maternità in quanto capacità del “prendersi cura”, di nutrire la propria ricerca artistica; Ikemura si riconnette all’Urbe e al poeta, letterato e cineasta che ha elevato gli emarginati a soggetti prediletti, Pier Paolo Pasolini.

L’idea di cura torna anche nella mostra EGGO di Caroline Mesquita alla T293, in cui delle sculture di volatili (fuori scala) proteggono un nido, in attesa dello schiudersi delle uova. La narrazione in chiave surreale ci porta infine anche a scoprire il mondo di Alicja Pakosz da ADA. In Fight, Flight, Freeze, Friend l’inconscio trasforma il dato reale e il contesto interpersonale in una possibile situazione di agguato, il perturbante si insinua così nelle pieghe del quotidiano. Ma andiamo con ordine.

UN METAMARE CHE PERMETTE ALLA NOSTRA TESTA DI SALPARE

Se le cose più importanti si trovassero sotto le suole delle nostre scarpe?

Questo pensava Montale quando al ritorno della Seconda Guerra Mondiale, convinto antifascista ma anche lontano dalle posizioni del Movimento Comunista, comprese che bisognava guardare alle cose spicciole, come la bava di lumaca e i vetri rotti in spiaggia. Per Marco Emmanuele è come fosse un segno, la trasposizione poetica del suo manifesto. “Questo che a notte balugina nella calotta del mio pensiero, traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato, non è lume di chiesa o d’officina che alimenti chierico rosso, o nero”.

In Testa Salpa da Operativa Arte Contemporanea sono raccolti disegni realizzati dopo aver divorato libri di poesie. Nasce così un archivio sul mare: il mare del grembo, della pancia. Emmanuele seleziona 7 poeti e poetesse romane o che hanno avuto legami con la Città Eterna. Questi disegni, come messaggi racchiusi in una bottiglia, sono incapsulati all’interno di ampolle di vetro soffiato che nascondono la silhouette del volto dei poeti le cui poesie hanno ispirato i disegni.

La galleria diventa un meta-mare con sprazzi di finestre sul cielo, acquerelli in cui le scie lasciate da alcune chiocciole rievocano costellazioni notturne.

Marco Emmanuele, Testa Salpa, courtesy Operativa Arte Contemporanea

MIA MAMMA ROMA DA TIM VAN LAERE, LEIKO IKEMURA SI PRENDE CURA DI CIÒ CHE È IN OMBRA

Leiko Ikemura lascia il Giappone nel 1972, un anno dopo arriva a Roma per un breve periodo, da qui si sposta prima verso Siviglia dove studia letteratura e poesia, poi verso la Svizzera dove si dedica alla pittura e acquisisce il doppio passaporto. Si trasferisce a Berlino negli anni Ottanta e rimane lì per 35 anni.

A causa delle sue peregrinazioni incessanti e del carattere introverso — connesso anche alle radici nipponiche —, Ikemura affronta un pesante shock culturale ma, allo stesso tempo, si bea della ricchezza del cross-culturalismo. La sua ricerca si lega ai cicli vitali, dalla nascita all’età adulta, sino alla vecchiaia. L’idea di genitorialità è per lei preziosa, percepita non come generazione carnale di figli, bensì come puro atto creativo. La maternità prevede il prendersi cura di qualcosa, come accade per quanto riguarda lo sviluppo della propria ricerca artistica.

Le tematiche perno dell’esposizione sono transizione — di codici linguistici, di simboli ed espressioni da una cultura all’altra —, maternità e ibridazione che deriva anche dallo scintoismo. Ikemura, infatti, “preleva” alcune parti di animali considerati sacri, come il coniglio e la rana, per innestarle su corpi femminili. Punta così a de-costruire la rappresentazione patriarcale della donna in Occidente, insieme alla sua raffigurazione pittorica nel corso dei secoli. Per de-costruire l’immagine femminile la feconda con la natura, la pone in armonia con flora e fauna: il becco di un’anatra, la coda di un coniglio, la bocca di una rana completano l’anatomia femminile. Lo shock culturale, di cui parlavamo prima, si riscontra tra mondi in opposizione: est e ovest, figurativo e astratto, animale e umano.

Tutte le opere sono state realizzate nel 2023 e 2024 e non sono mai state esposte in precedenza. Sono tempere o olio su iuta non trattata. La tela lasciata grezza, senza imprimitura né fissaggio, richiede particolare manualità per intrappolare il colore.

Il dialogo con Pasolini nasce con il suo legame con la città di Roma. Gli still da Mamma Roma sono di quest’anno e sono usati dall’artista come intermezzo espositivo, per dichiarare il suo legame poetico con Pasolini. Sono ingrandimenti di volti o corpi. Ikemura apprezza soprattutto la scelta di Pasolini di portare in scena i reietti, gli individui marginali della società, prendendosi cura di ciò che è in ombra. L’artista cerca così a sua volta di “prendersi cura di ciò che è in ombra”.

Installation view, Mia Mamma Roma, Courtesy Tim Van Laere Gallery, Antwerp - Rome

EGGO DI CAROLINE MESQUITA, IL PASSAGGIO GENERAZIONALE

La mostra di Caroline Mesquita, artista francese nata nel 1989, nello spazio di T293 riflette su uomo, natura e progresso tecnologico. L’artista inventa delle storie partendo dai luoghi che visita per affrontare tematiche di attualità attraverso il gioco della narrazione, la metafora, il passaggio dalla fantasia alla realtà, il potere non solo dell’immaginazione ma dell’interpretazione. Lancia, infatti, un quesito a chi entra nelle sue installazioni: “Siamo forse entrati in un mondo parallelo che non dovremmo raggiungere?”

Dei giganti di carta kraft, uno stormo di uccelli, si sono insediati nella galleria. I loro corpi occupano lo spazio e, nonostante siano costituiti di un materiale fragile, hanno quasi l’aria di sentinelle minacciose. Forse gli svolazzi e le pieghe della carta ricordano i risvolti e le volumetrie dei panneggi delle sculture classiche…così questi cinque colossi sembrano assumere il ruolo di filosofi stoici, avvolti nelle loro immacolate tuniche bianche. Effettivamente proteggono un bene prezioso: delle uova che stanno per chiudersi. Il titolo della mostra Eggo vuole suggerire un gioco di parole tra “uovo” e “ego”. Il guscio che si infrange sta per generare una nuova presenza vitale, affrancata dalle identità che l’hanno concepita ma, allo stesso tempo, l’accudimento iniziale — ritorna l’idea di cura e di genitorialità che abbiamo incontrato nella mostra di Ikemura —, la formazione, l’amore possono intendere un passaggio di testimone, di generazione in generazione.

Se, infatti, le volute dei corpi sono in un materiale fragile, le teste sono in una lamina sottile di ottone patinato: la testa dove le idee si affollano, la memoria viene stipata e gli stimoli che vengono registrati dal corpo e dai cinque sensi vengono elaborate. Le uova che sono rappresentate sfoggiano gamme cromatiche diverse e viene usata una tecnica di patinatura che permette di ottenere colori vivaci direttamente dall’ottone.

Fight, Flight, Freeze, Friend, 2024, Installation view at ADA, Rome

FIGHT, FLIGHT, FREEZE: LE REAZIONI UMANE NELL’ARTE SURREALE DI ALICJA PAKOSZ

“Fight, flight, freeze e friend sono reazioni corporee automatiche, che scaturiscono in risposta ad una minaccia o alla percezione di pericolo”. Effettivamente Alicja Pakosz (1996, Tychy, Polonia. Vive e lavora a Cracovia) ci presenta dei frame, come degli scatti ravvicinati, che rimandano a situazioni di fastidio, di paura, timore, di eccessiva vicinanza e scambio di umori. L’artista polacca mostra sia il momento topico, l’acme del pathos, sia come noi rispondiamo “reagiamo” alle sollecitazioni esterne.

Tutte le composizioni sono acrilici su tela ma il modo in cui il disegno è cesellato in ogni suo dettaglio e la resa pittorica, rimandano alla delicatezza delle matite colorate su carta.

Gli scenari che vengono presentati hanno elementi di disturbo che li trasformano in immagini surreali, come se fossero soggiogati da una tendenza allucinatoria, da una manipolazione (delle volte sadica) del visibile operata dall’inconscio. Così una figura stringe tra le labbra la lama di un coltello mentre una cortina di capelli riga il suo viso; delle mani premono un cuscino su un volto come a soffocarlo ma dalla fodera bucata — si vedono persino le frange sfilacciate del cotone dovute al taglio —sbuca la bocca e gli occhi vigili (o rassegnati) dell’uomo che non lotta per resistere; un occhio secerne lacrime e le fa sgorgare dentro all’incavo di un orecchio teso. Delle mani in tasca — le mani sono le chiavi dell’azione, il significato di questa gestualità cambia di cultura in cultura ma può denotare noia, imbarazzo, insicurezza, impertinenza —sono bloccate dalla cintura dei pantaloni. Infine, due piccoli quadri giocano su due volti affiancati (forse femminile e maschile). Le pupille muovono lo sguardo in diverse direzioni, mentre si percepisce la tensione creata dalla prossimità delle gote, dal potere afrodisiaco del calore umano. Nel vuoto lasciato dai due volti, compare un orizzonte marino: le onde si rincorrono formando delle labbra.

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Giorgia Basili
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