Il complesso culturale Ithra a Dhahran, progettato da Snøhetta, incarna l’apertura culturale dell’Arabia Saudita. La direttrice Farah Abushullaih guida il museo verso un futuro globale, promuovendo arte contemporanea e dialoghi interculturali, nel contesto del programma Vision 2030.
Il museo Ithra, il King Abdulaziz Center for World Culture, e il suo stesso logo, rievocano la forma di un fiore, in cui il cuore centrale svetta verticalmente. Il complesso, che si trova a Dhahran, in Arabia Saudita, è formato da cinque edifici immaginati come massi lisci in un terreno brullo. L’architettura è di Snøhetta, studio norvegese che ha progettato da poco anche l’Opera di Oslo: i soffitti altissimi, gli spazi ampi, gli archi acuti, la luce che filtra dalle vetrate donano a questo edificio una particolare capacità attrattiva.
Ma cosa rappresenta per la comunità locale? L’Arabia Saudita si sta aprendo all’Occidente: il principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman sta rivoluzionando il Paese a livello culturale, mirando ad “aumentare la forza lavoro femminile del paese e ad ampliare gli investimenti per sostenere la crescita di ulteriori spazi espositivi, fiere e biennali del settore”, come scrive lucidamente il collega Roberto D’Onorio su Artapartofculture. Si tratta del programma Vision 2030 che punta a modernizzare lo stile di vita saudita, passo dopo passo, verso un Islam moderato. Anche se gli obiettivi da raggiungere sono ancora numerosi, negli ultimi anni sono stati raggiunti traguardi importanti: dal 2018 le donne possono recarsi al cinema assieme agli uomini e dal 2019 sono entrate per la prima volta allo stadio a volto scoperto e con le maniche tirate su. Possono, inoltre, entrare nelle forze armate, richiedere passaporti, aprire attività senza il consenso maschile, e guidare con la patente senza la presenza di un tutore maschio.
LA VISIONE DI FARAH ABUSHULLAIH: GUIDARE IL MUSEO ITHRA VERSO UN FUTURO GLOBALE
Abbiamo incontrato Farah Abushullaih, direttrice di Ithra. Ha iniziato a lavorare nel museo nel 2012, coordinando eventi culturali e vari format espositivi – che hanno compreso anche la performance –, sviluppando collaborazioni con istituzioni affermate come il British Museum. Dopo un master in Antropologia presso la Columbia University (2016-18), studi sul management museale, su come i musei esibiscono la cultura (casus studi NY) e sull’ecosistema dell’arte, Farah Abushullaih ha intrapreso la carriera in qualità di curatrice di punta della Great Hall, il luogo più ampio per le esposizioni a Ithra, seguendo mostre blockbuster come quelle su Pablo Picasso – che non era mai stato mostrato in Arabia Saudita –, Edward Munch e Leonardo Da Vinci, o sul viaggio del Profeta dalla Mecca a Medina. Dal 2020 dirige il museo.
ITHRA VERSO UN FUTURO GLOBALE
Ithra è importante per la comunità locale, collabora con musei europei, americani e asiatici, con l’obiettivo di portare l’arte saudita nel mondo. Il board del museo ha iniziato a collezionare arte internazionale dal 2009, il focus è più sull’arte islamica (pionieri degli anni Ottanta ed emergenti) ma ora la volontà è aprirsi al mondo, per essere considerati un museo d’arte contemporanea per tutti. Sono 7 le esposizioni legate al contemporaneo curate sinora e l’interesse sta aumentando progressivamente: ogni 10 mesi si inaugura un nuovo progetto. L’ultima esposizione, aperta a fine novembre, si focalizza sulla collezione permanente di Ithra e su come la sapienza artigianale possa influire sulle tendenze del futuro. Le arti tradizionali possono essere incorporate nel flusso creativo contemporaneo. La prossima mostra sarà, invece, una collaborazione con un’importante collezione del Middle East nel 2025. La crescente attenzione rivolta verso l’arte contemporanea è anche dimostrata dal premio di 100.000 dollari, assegnato a un artista per realizzare una nuova opera per la collezione di Ithra. Il board sta selezionando luoghi pubblici dove esporre installazioni temporanee o permanenti di artisti che supporta, ha individuato a tal fine 25 location. Il museo lavora, inoltre, in partnership con Art Dubai, con le biennali d’arte islamiche – come quella di Ryad –, con AlUla per il festival d’arte. A gennaio è prevista la partecipazione alla Biennale di Gedda, con un focus sui manufatti dell’arte islamica. “Uno dei valori dell’arte è quello di creare collezioni private e pubbliche” conclude Farah Abushullaih, “edificare ponti verso l’esterno, creare degli incroci e dei dialoghi, sviluppare l’identità di un Paese o di una società. Sta accadendo anche per l’Arabia, ci sono più opportunità per gli artisti autoctoni di esporre a livello internazionale e per artisti internazionali di farsi conoscere qui. Vogliamo dare voce a chiunque ha qualcosa da dire“.
CONFERENZA SULL’ARTE ISLAMICA: VALORIZZAZIONE DELL’ARTIGIANATO E DIALOGO CULTURALE
È stata organizzata dal museo a fine novembre (25-30) la seconda edizione dell’Islamica Art Conference che ha mirato a evidenziare come l’artigianato, la sapienza tecnica nel maneggiare diversi materiali e le pratiche artistiche (declinate in un ampio ventaglio) siano fondamentali per diffondere valori, preservare manufatti storico-identitari, proiettare le tradizioni verso prospettive future. Il parterre degli invitati era ampio e variegato: Mariam Rosser-Owen, Curator Middle East V&A; Marcus Milwright, Department of History of Art, University of York; H.E. Shaikha Mai Bint Mohmed Al-Khalifa, Università del Bahrain; Dr. Jasir Suliman Alherbish, CEO of the Heritage Commission, Ministry of Culture, KSA; Shoshana Stewart, Presidentessa di Turquoise Mountain, Inghilterra. Uno degli interventi più interessanti è stato quello di Ahmad Angawi, CEO di Zawiya 97, Rivitalizzare Al Balad a Jeddah attraverso l’arte e l’artigianato. Zawiya 97 è infatti un hub creativo, un incubatore di pratiche artigianali nell’intricato quartiere storico di Al Balad. Queste conoscenze tecniche vengono impiegate per dei progetti di arte contemporanea che coinvolgono spesso la comunità locale e il mondo dell’infanzia.
IN PRAISE OF THE ARTISAN E LA FUSIONE DI TRADIZIONE E CONTEMPORANEITÀ NELL’ARTE ISLAMICA
In diretta connessione con la conferenza, è stata inaugurata In Praise of the Artisan (Galleria 3 da Novembre 2024 a Dicembre 2027) una mostra sull’artigianato con commissioni ad artigiani specializzati nelle tecniche principali dell’arte islamica: una calligrafia dalla Turchia, un ricamo dalla Malaysia, muri a traliccio in marmo bianco cesellato dall’India, un macramè dall’Uzbekistan, un vaso di Alhambra dalla Spagna, piastrelle smaltate e scolpite da un artista marocchino. Sono esposti poi reperti antichi come il Kiswa (tendaggio per la porta della Ka’Ba) dall’Egitto.
CRAFTS IN CONVERSATION: IL DIALOGO TRA ARTE CONTEMPORANEA E TRADIZIONALE
Oltre all’esposizione legata all’artigianato sono state aperte una mostra sugli indumenti tipici dell’Arabia Saudita e una piccola collettiva di arte contemporanea. In Crafts in Conversation. A Convergence Between Contemporary and Traditional Art vediamo come Dana Awartani con Love is my Law, Love is my Faith crei un’installazione di 8 intricati pannelli in seta ricamata con pattern geometrici, unendo la sapienza artigianale di alcune donne indiane con l’espressione contemporanea. Ancora Rachid Koraïchi realizza un vaso con segni e simboli di invenzione che si ispirano tuttavia alle forme fluide della calligrafia araba e con la tradizione della ceramica in Nord Africa.
HIWAR E L’ACQUA CERCA GLI ASSETATI: OPERE CHE IBRIDANO CULTURE E SPIRITUALITÀ
Un gruppo di artiste coordinate da Fatima Fayea Al-Alma’ay riprende la tecnica pittorica spontanea usata nelle case Asiri e praticata principalmente da donne per trasformare gli interni domestici e che si tramanda di generazione in generazione. I dipinti di Al-Qatt Al-Asiri sono caratterizzati da linee segmentate, puntini, griglie e forme semplici (rombo, triangolo) che si intrecciano creando intricati pattern dai colori brillanti. Nell’opera acrilico su carta e inchiostro Hiwar (Dialogo), Carla Salem, dopo 7 anni di residenza in Giappone, intreccia 3 lettere arabe con il carattere giapponese che simbolizza l’idea di conversazione esprimendo la meraviglia di ibridare culture diverse e la gioia della condivisione. Lascia attoniti l’opera di Aisha Khalid, L’acqua cerca gli assetati (2020-21). Un arazzo sospeso che crea un cilindro avvolgente in velluto, verde, blu e nero. Sulla superficie è stato realizzato un disegno con onde e pesci, fiori e palme, grazie alle capocchie di una miriade di spille in acciaio, placcate in oro 24 carati. L’installazione rievoca le lussureggianti bellezze di luoghi sacri – la Ka’Ba, la Moschea del Profeta e il Pozzo di Zamzam.
SAWTAM DI DANIHAH ALSALEH: UN’INSTALLAZIONE CHE TRASFORMA IL SUONO IN ARTE VISIVA
Non è parte della mostra ma si trova tra le prime due e la terza galleria – dove è allestita la più grande mostra sull’artigianato –, l’installazione Sawtam (2019) di Daniah Alsaleh (nata a Riyadh, vive e lavora a Londra), composta da 28 monitor. “Sawtan” significa “fonema”, la più piccola unità che viene sprigionata attraverso la nostra gola e bocca nel linguaggio parlato. Ognuno degli schermi rappresenta una lettera araba con il fonema corrispondente. La vocalità dell’artista si trasforma in un disegno digitale grazie a un software, cosicché il fruitore si ritrovi a fronteggiare una parete di stimoli visivi e sonori che non possono essere de-codificati nonostante vengano utilizzati quotidianamente.
CONTINUATION OF A CRAFT: UN VIAGGIO NEI COSTUMI TRADIZIONALI E NEL DESIGN SAUDITA
In ultimo, Continuation of a Craft: Saudi Traditional Costumes (Galleria 2 fino ad agosto 2025) è l’esposizione dedicata ai tessuti e agli abiti delle tribù beduine che ci fa scoprire un DNA di design, pattern, materiali dalle molteplici combinazioni e policromie audaci. La mostra, curata da Kostantinos Chatziantoniou esperto di moda di origini greche e legato anche alla città di Como, mette in luce anche le differenze nello stile di vestiario e quindi di vita a seconda della posizione geografica, seguendo i 4 punti cardinali e l’area centrale. Ad esempio, se andiamo verso est abbiamo vesti più colorate e creative, verso ovest troviamo l’aristocrazia saudita con tessuti più pregiati. Tra thobe – abiti che coprono le caviglie con maniche lunghe femminili –, mantelle, kefiah, veli si rivela un mondo variopinto. Particolari i niqāb personalizzati da una beduina delle tribù occidentali nell’idea che si possa vedere l’anima anche se non il volto della donna, grazie alle decorazioni che fanno trapelare il suo carattere creativo. Così Kostantinos Chatziantoniou afferma: “conoscere chi siamo tramite i costumi tradizionali e le nostre radici è importante quanto essere consapevoli dei traumi personali. Il popolo saudita è un popolo orgoglioso ma l’orgoglio va accostato alla conoscenza del proprio bagaglio culturale“.
LINK
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