Tropical Studio #6. Rafael Pereira: pittura e destino

Entrevista original abaixo

Per la sesta puntata di Tropical Studio, la rubrica di art-frame che approfondisce la scena artistica del Brasile, Matteo Bergamini intervista Rafael Pereira. Si incontrano a San Paolo, alla mostra Lapidar Imagens: Rafael esplora la natura e lo spirito umano nell’arte, narrando il suo percorso pittorico con curiosità, calma e riflessione.

Ho scoperto la pittura di Rafael Pereira (1986) in occasione della sua mostra personale, Lapidar Imagens alla Galeria Estação di San Paolo, nell’ottobre del 2023: le opere di Rafael appartengono all’aspirazione di utilizzare l’arte come uno strumento per seguire la natura e il mistero dello spirito umano. E Rafael cattura l’attenzione anche per il suo modo di narrare le sue esperienze nel percorso della pittura: fermo e disinvolto, curioso e riflessivo…

Ricordo la conversazione che abbiamo avuto qualche tempo fa; hai vissuto in Amazzonia, e un dettaglio ha suscitato molta curiosità in me: mi dicevi che sei andato là per capire il verde dei suoi alberi. Forse era una metafora, ma ha colpito molto la mia percezione riguardo allo sguardo di un artista...

È vero, sono andato in Amazzonia dieci anni fa per dipingere, esclusivamente per dipingere. Arrivato lì, mi sono trovato davanti a una natura grandiosa, una natura che non avevo mai visto prima. Tutto era bello, tutto attirava la mia attenzione. Lavorare lì, produrre lì, è stato molto positivo perché sono riuscito a creare una tavolozza di colori che fino a quel momento non usavo, ed era esattamente quella del verde. È stato uno shock!

La scelta dell'Amazzonia è stata casuale? Perché ci sono molti luoghi in Brasile, o per meglio dire, molti biomi diversi da esplorare...

In realtà, il mio cammino mi ha portato lì; fino a quel momento non avevo alcuna intenzione di andare in Amazzonia. All’inizio del 2013 mi sono trasferito a Ouro Preto, una città dello stato di Minas Gerais, la prima dove sono andato per vivere di arte, fuori da San Paolo. Un’amica cuoca che viveva a sua volta a San Paolo in quel periodo si era trasferita a nord, e mi aveva invitato. Ho pensato che sarebbe stata un’ottima esperienza poter viaggiare e contemporaneamente sviluppare il mio lavoro partendo da questa esperienza. Così ho deciso di partire per Novo Airão (AM), che è una città che si trova a otto ore da Manaus, proprio nel cuore della foresta e sulle rive del Rio Negro…

Aspetta, credo che ci sia qualcosa che manca per conoscerti meglio: sei autodidatta, giusto?

Sì. Ho iniziato a fare i miei primi schizzi nel 2002, quando ho avuto il primo contatto con i materiali dell’arte, una vernice che mi regalò una persona a me molto cara; fino a quel momento non mi ero mai immaginato dipingere o produrre qualcosa di artistico, non mi passava nemmeno per la testa. È stato esattamente… come posso spiegare?

È stato lo stesso materiale che ha suscitato in te la curiosità di sperimentarlo...

Esatto, anche per via delle possibilità. Da bambino mi piaceva creare, ma non ricordo momenti in cui mi dedicassi al disegno o alla pittura, anche perché i colori erano di difficile reperimento.

Rafael Pereira, Fuxico, 90x100 cm, olio su tela cotone, 2024
Chi ti ha fatto questo regalo così importante?

È stata la famiglia del collezionista Torquato Sabóia Pessoa, per cui mia madre lavorava come domestica. All’epoca vivevo nel centro di San Paolo e lei stava a casa loro, che si trovava nell’area della Serra, vicino a Osasco. Andavo sempre a trovarla nei fine settimana e si era creata una connessione molto forte tra le due famiglie. Così, nel momento in cui ho ricevuto quel materiale in regalo dalla moglie di Torquato, la signora Claudete Guitar, mi sono sentito sicuro, probabilmente inconsciamente, per il fatto di sapere che anche lei era un’artista. Anzi, immaginavo che avrebbe potuto indirizzarmi verso molte cose.

Hai percepito che stavi andando verso un luogo – non dico giusto, ma almeno con una direzione – grazie agli sguardi che avevi intorno a te...

Sì, però non si è trattato di una percezione immediata. Questa è una consapevolezza che ho adesso, forse parlando con te. In quegli anni sapevo solo che mi trovavo in un ambiente protetto: potevo accedere alla loro biblioteca, studiare le opere di Rubem Valentim che si trovavano nella collezione privata della famiglia… Percepivo, nel profondo, che sarebbe stato possibile vivere di arte…

Mi dicevi che è stato nel 2008 che ti sei reso conto di voler lavorare come artista nel vero senso della parola... com'è stato questo processo?

A quell’epoca lavoravo in un’azienda che tagliava pietre preziose e semipreziose a San Paolo, dove sono nato, anche se ho passato la mia infanzia e l’inizio della mia adolescenza nello stato di Minas Gerais, nella città di Teófilo Otoni. L’ambiente era molto buono, ma non ero ben remunerato, c’era molta disparità tra i salari dei lavoratori. Così, ho messo insieme tutto il denaro che avevo, ho comprato colori e carta, e ho cominciato a produrre i miei dipinti, mantenendomi vendendoli per strada.

Molto coraggioso!

In un certo senso, sì, ma mi ero anche un po’ preparato prima. Però è andata proprio così, ho detto a me stesso: “Ora vivrò del mio lavoro”, senza avere alcuna nozione di quello che fosse il mercato dell’arte e delle questioni legate all’essere un artista afro-brasiliano.

Hai raccontato di tante esperienze di viaggio: pensi che viaggiare sia stata una condizione fondamentale per sviluppare il tuo percorso?

A dire la verità, compravo sempre solo il biglietto di andata: non sapevo se sarei tornato, tutto quello che avevo erano i colori, la voglia di dipingere e anche quella di conoscere i luoghi. Pensavo: “Se me la cavo lì, non tornerò”, capisci? I viaggi hanno iniziato ad avere senso perché, durante questi momenti, osservavo le differenze tra i luoghi che visitavo, nel paesaggio, nelle persone, nei costumi caratteristici… senza dubbio, questi ricordi sono fondamentali per lo sviluppo del mio lavoro oggi. Quando la mia amica mi ha invitato a Novo Airão (AM), sono tornato a San Paolo per vendere alcuni lavori e guadagnare i soldi per il viaggio, e da lì ho portato solo una valigia di colori!

Rafael Pereira, Desaguar, 56 x 46 cm, pastello a olio su carta canson, 2024
Come sarebbe a dire?

[risa, ndr] Sono arrivato all’aeroporto e mi hanno detto che avevo un eccesso di bagaglio. E mi sono detto: “Ah Ah, eccesso di bagaglio: lascio tutto qui”. E ho mollato tutto lì, in mezzo alla hall, raccogliendo solo i colori. Sapevo che nel nord il clima è super caldo, quindi sono andato solo con i vestiti che indossavo [risa, ndr]. E da lì ho realizzato una serie chiamata Amazonas Livre e Os Pássaros, che ho esposto al SESC di Nova Iguaçu, a Rio, nel 2014.

Dipingevi all'aperto?

Sì, principalmente a Ouro Preto e in Amazzonia, sempre all’aperto. Ancora oggi dipingo all’aperto. Non ho uno studio; ho un’area di servizio dove conservo i materiali, che condivido anche con la mia compagna, che è a sua volta un’artista. Da alcuni anni viviamo a Caraguatatuba (sulla costa di San Paolo, ndr) e di tanto in tanto vado in spiaggia a dipingere.

Molto impressionista!

Ho sempre trovato l’Impressionismo un movimento interessante. Dipingere all’aperto, per me, è quasi una necessità, anche per il fatto delle mutazioni della luce durante il giorno: scopri altri toni, altri colori. A Ouro Preto spesso tenevo la tela in mano, dipingevo e la vendevo.

Ma dipingevi ciò che vedevi, cioè, dipingevi il paesaggio?

Lo includevo anche, ma principalmente erano ritratti, creazioni che venivano da dentro di me. Invento sempre molto nelle mie pitture, sia luoghi che personaggi: sono qui, ora, ma potrei dipingere l’ambiente di Ouro Preto e viceversa. Non ho regole fisse. A volte mi fermo a osservare il paesaggio, ma quello che assorbo con lo sguardo può arrivare in un altro momento della mia vita. A volte il paesaggio che vedo non mi colpisce abbastanza da riprodurlo, ma rimane nella memoria, così come i dettagli che a volte sembrano passare inosservati, arrivando in differita nella pittura…

Ora, parlando di riferimenti: un artista mi ha detto che, secondo lui, gli autori autodidatti hanno uno sguardo non colonizzato dall'arte europea e, per questo, riescono a raccontare meglio l'identità dell'arte brasiliana oggi. Sei d'accordo con questa visione?

Viviamo in un Paese culturalmente ricco e l’attenzione rivolta alla nostra tradizione culturale fa sì che noi artisti accediamo a caratteristiche molto marcanti che vivono nella saggezza, come l’influenza dei popoli indigeni e africani che hanno contribuito a costruire la nostra diversità.

Rafael Pereira, Kuba, 63,5 x 54 cm, olio su tela cotone, 2024
Chi sono i tuoi artisti di riferimento?

È interessante questa tua domanda: ho la percezione che ciò che viene dall’estero sia sempre più sotto i riflettori. Qui in Brasile, inoltre, abbiamo il problema dell’oscuramento di molti artisti, che continua ancora oggi. Ho iniziato a guardare gli europei al MASP, nelle riviste, nelle gallerie: tra i miei riferimenti ci sono Vincent van Gogh, gli Espressionisti, Jean-Michel Basquiat, George Baselitz. Questi nomi mi hanno molto colpito all’inizio; solo successivamente ho cominciato a studiare gli artisti brasiliani: Emmanuel Zamor, Tarsila do Amaral, Artur Timóteo da Costa, Heitor dos Prazeres, Maria Auxiliadora… e anche i contemporanei: Moisés Patricio, André Ricardo, e molti altri. Oggi la circolazione delle informazioni è più facile, ma fino a pochi anni fa non lo era.

Non pensi che il Brasile sia molto orgoglioso dei propri artisti, cercando di rafforzarli sempre di più?

Penso che sia un processo molto lungo. Avanza da anni, ma contemporaneamente continua l’oscuramento di una produzione artistica significativa della nostra cultura. Molte cose stanno cominciando a emergere di nuovo grazie a coloro che hanno lottato affinché ciò accadesse, ma il cambiamento è lungo…

Tornando al tuo lavoro, dipingi tutti i giorni?

Tutti i giorni. La pittura è la mia forma principale di comunicazione, vedo il mio lavoro nella pittura come una forma di esistenza.

Raccontami un po' della tua routine...

Lavoro circa otto ore al giorno. Anche se produco abbastanza, la mia pittura è lenta.

Lavori su più dipinti contemporaneamente?

Oggi riesco a lavorare su due dipinti contemporaneamente: quando uno non mi dà ciò che voglio, passo all’altro. Salto da uno all’altro: se il colore non entra bene in uno, vado sul secondo. Se la tela non è come la vorrei, passo alla carta. Il processo avviene così, osservando molto, “ascoltando”, sempre, perché ciò che dipingo è dentro di me.

Fai schizzi o disegni sulla tela o scatti fotografie prima di dipingere?

Raramente faccio schizzi. Uso molto la fotografia come punto di osservazione, ma quello che emerge alla fine è una composizione di dettagli, frammenti che invento, unendo immagini del mio quotidiano con ricordi lontani. E la pittura nasce, si sviluppa… così.

Quindi inizi direttamente a dipingere?

Sì, sempre. Inizio direttamente, perché è il colore che mi guida su quel che devo dipingere.

Il soggetto che nascerà ti "parla" mentre dipingi?

Esattamente. A partire da una pennellata, riesco già a capire se sarà un paesaggio o se sarà un ritratto: il soggetto emerge durante questo processo di creazione.

E come scegli il colore?

Il colore è sempre quello che mi rimane da una tela precedente e che trovo sulla paletta, che mi attira. Si sviluppa come un fiume…

Rafael Pereira, Pedro, 55x47 cm, olio su tela cotone, 2024
Sei rappresentato da alcuni anni dalla Galeria Estação: come è nata questa collaborazione?

Come ti ho già raccontato, quando nel 2013 ho ricevuto l’invito dalla mia amica per andare in Amazzonia, ho lasciato Ouro Preto e sono venuto a San Paolo perché dovevo guadagnare un po’ di soldi per comprare il biglietto per Manaus. A San Paolo vendevo a Bixiga, sull’Avenida Paulista, in Praça Benedito Calixto. Un giorno è passato di lì il collezionista Edmar Pinto Costa, e ha comprato un mio lavoro, uno di quelli che mi hanno aiutato a comprare il biglietto per andare in Amazzonia. Sono passati gli anni, ma io e Edmar siamo rimasti in contatto. Poi, un giorno, Edmar ha mostrato il mio lavoro del 2013 all’artista Germana Monte-Mór, pittrice rappresentata all’epoca dalla Galeria Estação. Lei è rimasta sorpresissima e ha chiesto a Edmar di portarle il mio dipinto per farlo vedere a Vilma [Vilma Eid, fondatrice della Galeria Estação, ndr]…

Accidenti, ha mostrato il tuo lavoro otto anni dopo averlo comprato?

Sì, otto anni dopo.

Beh, immagino che nel frattempo tu abbia evoluto la tua pittura, giusto?

Certamente, ma si trattava di un ritratto e io ho sempre dipinto ritratti e continuo a dipingerli. Comunque, nel mezzo della pandemia, Vilma mi ha chiamato nel 2021 e subito ha comprato alcuni lavori. È stato un incontro molto positivo, anche perché lei ha sempre seguito il mio percorso con molta serietà… Penso che questa unione fosse già scritta da molti anni, sai? Molto prima che ci conoscessimo. Infatti, Vilma aveva una collaborazione con Torquato e fu lui, nel 2004, a dirmi che voleva farmi conoscere una persona che stava aprendo una galleria a San Paolo, ma che dovevo aspettare un po’, che i tempi non erano maturi. Quella persona era Vilma… Torquato è morto nel 2014, ma è riuscito comunque a guidare una parte del mio destino!

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Tropical Studio #6. Rafael Pereira: pintura & destino

Por Matteo Bergamini

Reparei nas imagines de Rafael Pereira (1986) em ocasião de Lapidar Imagens, sua individual na Galeria Estação em SP, em outubro de 2023: as pinturas de Rafael pertencem ao desejo de ter a arte como instrumento para acompanhar a natureza e o mistério do espirito humano. Rafael cativa também a atenção pelo seu jeito de narrar as suas experiências no percurso da pintura: firme e descontraído, curioso e reflexivo…

Lembro-me da conversa que tivemos uns tempos atrás; você disse que morou na Amazônia, aliás, falou uma coisa que despertou muito a minha curiosidade: foi para a Amazônia para entender a cor verde das árvores de lá. Talvez fosse uma metáfora, mas impactou muito o meu pensamento a respeito do olhar de um artista…

É mesmo, fui para a Amazônia há dez anos atrás para pintar, exclusivamente para pintar. Chegando lá, deparei-me com essa natureza grandiosa, uma natureza que nunca tinha visto antes. Tudo era bonito, tudo chamava atenção. Ter trabalhado lá, produzido lá, foi muito bom porque eu consegui criar uma paleta de cores que até então eu não usava, que era exatamente a do verde. Foi um choque!


A escolha do Amazonas foi aleatória? Pois, têm muitos lugares no Brasil, aliás, muitos biomas diferentes para investigar…

Na verdade, o meu caminho foi me direcionando para lá, até então não tinha nenhuma pretensão de ir ao Amazonas. No começo de 2013 me mudei para Ouro Preto, cidade do estado de Minas Gerais, a primeira cidade onde eu fui viver de arte, fora de São Paulo. Uma amiga cozinheira que também vivia em São Paulo naquela época se mudou para o norte, convidando-me! Pensei que poderia tornar-se uma experiência ótima poder viajar e contemporaneamente desenvolver o meu trabalho partindo das vivências. Então resolvi partir para Novo Airão (AM), que é uma cidade que fica a oito horas de Manaus, bem no
meio da floresta e a beira do Rio Negro…


Espera, acho que esteja faltando algo para lhe conhecer melhor: você é autodidata, certo?
Sou, sim. Eu comecei a esboçar os primeiros trabalhos em 2002, época na qual tive o primeiro contato com o material da arte por causa de uma tinta que me deu de presente uma pessoa muito querida; até lá eu nunca tinha me visto pintando alguma coisa ou produzindo algo artístico, nem passava na minha cabeça. Foi exatamente…como posso explicar?


Foi o mesmo objeto que despertou em você a curiosidade de experimentá-lo…
Exato, até mesmo por conta das possibilidades. Desde criança eu gostava de criar, mas nunca me lembro de momentos passados desenhando ou pintando, pois eram materiais de difícil acesso para mim.


Quem lhe deu esse presente poderoso?

Foi a família do colecionador Torquato Sabóia Pessoa, pela qual minha mãe trabalhava como empregada doméstica. Naquela época eu morava no centro de SP e ela ficava na casa deles, que era na aldeia da Serra, próximo de Osasco. Eu sempre ia lá nos finais de semana e se criou uma ligação muito forte entre as famílias. Assim, no momento em que eu ganhei esse material de presente pela esposa do Torquato, a Senhora Claudete Guitar, senti-me seguro, provavelmente inconscientemente, mesmo pelo fato de saber que ela também é uma artista. Inclusive, sabia que ela poderia me direcionar a muitas coisas.

Você percebeu que ia para um lugar – não digo certo, mas pelo menos com uma direção – pelos olhares que você tinha ao seu redor…

Foi. Contudo, aquilo não foi um percebimento imediato. Esta é uma percepção que tenho agora, talvez conversando com você. Naqueles anos eu só sabia que estava dentro de um ambiente protegido: podia acessar a biblioteca deles, estudar as obras de Rubem Valentim que ficavam no acervo particular da família…Percebia, bem no fundo, que seria possível viver de arte…

Porém, você me disse que foi em 2008 que se deu conta de querer trabalhar como artista mesmo…como foi esse processo?

Naquela época eu trabalhava numa empresa que lapidava pedras preciosas e semipreciosas, em São Paulo; eu nasci mesmo em SP, mas passei a minha infância e o começo da minha adolescência no estado de Minas Gerais, na cidade de Teófilo Otoni. O ambiente era super bom, mas eu não era bem remunerado, tinha muita disparidade entre os salários dos trabalhadores. Juntei tudo o dinheiro que tinha e comprei tintas e papeis e comecei a produzir minhas pinturas e me mantendo vendendo-as na rua.


Muito corajoso!

De certa forma, sim, mas também me programei um pouco antes. Porém, foi assim mesmo, disse comigo mesmo: “Eu vou viver do meu trabalho agora”, sem ter noção nenhuma do que era o mercado da arte, e das questões por trás de ser um artista afro-brasileiro

Você relatou de várias andanças: acha que viajar tenha sido uma característica fundamental para desenvolver o seu percurso?

Falando a verdade, eu sempre comprava só a passagem de ida: não sabia se ia voltar, tudo o que eu tinha eram as tintas, a vontade de pintar e a de conhecer também os lugares. Pensava: “Se eu me der bem lá, eu não vou voltar”, sabe? As viagens foram fazendo sentido cada vez mais porque fui observando durante o percurso as diferenças entre cada lugar que visitei, dentro das paisagens, pessoas, costumes característicos de cada lugar…sem duvida até hoje estas lembras são fundamentais para que eu possa desenvolver meus trabalhos. Quando a minha amiga me chamou para ir a Novo Airão (AM),eu voltei em SP para vender trabalhos e conseguir dinheiro para pagar a viagem, e daqui levei só uma mala de tinta!


Como assim?

[risas, ndr] Cheguei no aeroporto e deu excesso de bagagem. Falei: “Olha, deu excesso de bagagem; então vou largar tudo”. E deixei tudo lá no meio do saguão, peguei somente as tintas. Sabia que no norte o clima é super quente, portanto fui somente com a
roupa que vestia [risas, ndr]. E de lá eu fiz uma série chamada Amazonas Livre e Os Pássaros, que expus no SESC de Nova Iguaçu, no Rio, em 2014.

Você pintava ao ar livre?

Em Ouro Preto e no Amazonas, principalmente, sempre ao ar livre. Até hoje também eu pinto ao ar livre. Eu não tenho um estúdio; tenho uma área de serviço na qual armazeno os materiais e que divido também com a minha companheira, que é artista também. Há alguns anos moramos em Caraguatatuba (litoral de SP, ndr) e de vez em quando saio para ir à praia a pintar.


Muito Impressionista, mesmo!

Sempre achei o Impressionismo um movimento legal. Pintar ao ar livre, para mim, é quase uma necessidade, também pelo fato da luz mudar durante o dia: você vai descobrindo outros tons, outras cores. Em Ouro Preto muitas vezes segurava a tela na mão, pintava e vendia.


Mas você pintava o que via, ou seja, pintava a paisagem?

Incluía isso também, mas sempre foram sujeitos, criações, que apareciam dentro de mim. Eu sempre invento muito nas minhas pinturas e também estou sempre inventando tanto lugares, quanto personagens: eu estou aqui, agora, mas eu posso estar pintando sobre Ouro Preto e vice versa. Eu não tenho regras marcadas. Às vezes eu paro pra observar a paisagem, mas aquilo pode vir de um outro momento da minha vida. Às vezes a paisagem que vejo no momento não me marca tanto para reproduzi-la, mas fica guardada na memória, tanto quanto os detalhes que as vezes parecem passar despercebidos, voltando um tempo depois…


Agora, falando em referências, um artista me disse que na percepção dele os autores autodidatas têm um olhar não colonizado pela arte europeia e, por isso, relatam melhor o que é a arte brasileira hoje em dia. Concorda com esse assunto?

Tenho a ideia que estamos dentro de um país muito rico culturalmente e a atenção voltada para a nossa cultura faz com que nos artistas acessem características muito marcante dentro da nossa sabedoria, como a influencia de povos indígenas e africanos que ajudaram a montar esta nossa diversidade cultural.

Quais são os seus artistas de referimento?

É interessante essa sua pergunta sobre as referências: eu tenho a percepção que o que vem de fora esteja sempre mais aos holofotes. Aqui temos também a questão do apagamento de muitos artistas que continua mesmo hoje em dia. Eu comecei a olhar os artistas europeus no MASP, nas revistas, nas galerias: entre as minhas referencias estão Vincent van Gogh, os Expressionistas, Jean Michel Basquiat, George Baselitz. Esses caras no começo sempre despertaram-me muita atenção; somente depois fui estudar os artistas brasileiros: Emmanuel Zamor, Tarsila do Amaral, Artur Timóteo da Costa, Heitor dos Prazeres, Maria Auxiliadora …e também os contemporâneos: Moisés Patricio, André Ricardo, entre tanto outros. Hoje em dia a circulação de informações é mais fácil, mas até há poucos anos atras não era.

Você não acha que o Brasil tenha muito orgulho dos próprios artistas, tentando fortalece-los cada vez mais?

Acho-o um processo bem demorado. Vai caminhando há anos, mas também continua o apagamento de uma produção artística significativa dentro da nossa cultura. Há muitas coisas começando a aparecer novamente por conta dessas pessoas que lutaram para que isso acontecesse, mas a mudança é longa…

Voltando ao seu trabalho, você pinta todos os dias?

Todos os dias. A pintura é a minha forma de comunicação principal, vejo o meu trabalho na pintura como forma de existência.

Conte-me um pouco da sua rotina…

Passo oito horas trabalhando, mais ou menos. Apesar de eu produzir bastante, a minha pintura é lenta.

Você trabalha em várias pinturas contemporaneamente?

Hoje em dia eu já consigo trabalhar com duas, simultaneamente: quando uma não me dá o que eu quero, vou para outra. Eu vou pulando mesmo: se a tinta não está entrando bem em uma, vou à segunda. Se a tela não está como eu queria, vou para o papel. Aí o processo vai acontecendo, observando muito, sentindo, sempre porque o que eu pinto está em mim.

Você esboça ou desenha sobre a tela? Tira fotografias anteriormente?
Raramente faço esboços. Fotografia utilizo bastante como ponto de observação, mas o que surge no final é uma montagem de detalhes, de trechos que eu invento, juntando imagens do meu dia-a-dia com memórias antigas. E a pintura vai surgindo, vai surgindo…

Portanto, você começa mesmo pintando?

Desde sempre eu começo pintando, porque é a cor que me direciona o que devo pintar.

Fala-lhe o sujeito que nascerá?

Exatamente. A partir de uma pincelada eu já consigo saber se vai ser uma paisagem ou se será um retrato que eu pintarei: o sujeito vai surgindo durante esse processo de fazer mesmo.

E como escolhe a cor?

A cor é sempre aquela que sobra de uma tela precedente e que encontro na paleta, chamando-me atenção. Desenvolve-se como um rio…


Você é representado há uns anos pela Galeria Estação: como surgiu essa união?
Como já lhe contei, quando em 2013 recebi o convite da minha amiga para ir ao Amazonas, saí de Ouro Preto e vim para São Paulo porque precisava fazer um dinheiro para comprar a passagem de avião para Manaus. Em SP vendia no Bixiga, na Avenida Paulista, na Praça Benedito Calixto. Um dia passou por ali o colecionador Edmar Pinto Costa, e acabou comprando um trabalho meu, que justamente foi um dos que me ajudaram a comprar o bilhete para ir ao Amazonas. Passaram-se os anos, mas eu e Edmar continuamos em contato. Aconteceu que um dia Edmar apresentou o meu trabalho de 2013 para a artista Germana Monte-Mór, pintora representada na época pela Galeria Estação, também. Ela ficou surpreendida e pediu a Edmar que levasse a minha pintura para a Vilma conhecer [Vilma Eid, fundadora da Galeria Estação, ndr]…


Caramba, ele mostrou o seu trabalho oito anos depois de tê-lo comprado?
Oito anos depois, sim.

Então você já tinha evoluído bastante, não é?

Evoluiu, mas era um retrato e eu sempre pintei retratos e ainda continuo pintado-os. Enfim, no meio da pandemia a Vilma me chamou, em 2021, e de repente comprou uns trabalhos. Foi um encontro muito bom, mesmo porque a Vilma sempre levou o meu percurso muito a serio…Acho que essa junção já estivesse traçada há muitos anos, sabe? Muito antes da nós nos conhecermos. De fato, a Vilma teve uma parcerias com o Torquato e foi ele que em 2004 me falou que queria me apresentar uma pessoa que estava abrindo uma galeria em São Paulo, mas que era para esperar um pouco para não atrapalhar.

Aquela pessoa era a Vilma…Torquato faleceu em 2014, mas mesmo assim conseguiu proporcionar uma parte do meu destino!

Matteo Bergamini
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