E se la violenza si fa carina? Breve riflessione sull’estetizzazione dell’oppressione a partire dal video-essay di Noura Tafeche / Parte I.

A partire dall’opera The Kawayoku Inception, in questo articolo riflettiamo su un tema delicato quanto mai attuale, quello in cui le forme estetiche dell’innocenza si fanno complici e patina superficiale di un mondo militarizzato e violento.

Kawayoku è il neologismo coniato dall’artista e ricercatrice Noura Tafeche, composto dai termini giapponesi Kawaii (adorabile) e Bōryoku (violenza), per indicare il connubio creatosi tra questi due aspetti negli ultimi anni, soprattutto attraverso le piattaforme digitali e i mostri estetici che si riproducono al loro interno. Da questa crasi prende le mosse il video saggio The Kawayoku Inception (2023), pubblicato sulla piattaforma THE VOID dell’Institute of Network Cultures nel 2023 e in versione cartacea e approfondita nella collana PostScriptUM #51 di Aksioma.

L’opera di Tafeche emerge da un’etnografia digitale durata tre anni, raccogliendo più di 32.000 contenuti da Instagram, TikTok, Telegram, 4Chan, Reddit e altre piattaforme, candidandosi senza dubbio come la ricerca visuale più esaustiva sui punti d’intersezione tra le forme estetiche in oggetto. Attraverso una mappatura critica del materiale raccolto e la messa in moto audiovisiva, il saggio si snoda tentando di rispondere a una domanda fondamentale: cosa succede quando l’estetica della cuteness si fonde a quella del militarismo, dell’oppressione e dell’elogio alla violenza?

KAWAIIIIIIII

Come riporta il video-saggio, la cultura Kawaii trova larghissimo consenso nel mondo capitalistico odierno, in quanto tale cultura ibrida fandoms, videogiochi, cartoons, musica, cultura giapponese (ormai pop), collezionismo, consumismo sfrenato e attaccamento materialista, ma soprattutto si pone come “estetica cuscinetto” per esprimere-reprimere le proprie ansie sociali, affogandole in un peluche o in un meme traumacore di Hello Kitty con in mano un coltello da cucina. Nuotando nei mari sintetici della viralità digitale, tra cui OnlyFans, vari sottogeneri pornografici, operazioni di unboxing, influencers vari e community online, questa estetica è esplosa negli ultimi anni diffondendosi a macchia d’olio.

AHEGUN

In un mondo sempre più violento, tuttavia, l’estetica Kawaii che, ricordiamo, è vicina al mondo dei videogiochi, esorcizza la brutalità del mondo esterno inglobando gli elementi della violenza e appropriandosene. C’è però un problema a monte: esorcizzare vuol dire rimuovere e tenere lontano, ma non vuol dire risignificare. L’effetto reale di armi e violenza viene occultato ed esorcizzato inglobando questi oggetti in una patina erotica, tenera o carina che neutralizza l’effetto negativo mediante l’estetizzazione forzata. Questo non provoca alcuna risignificazione critica, anzi, spesso vengono riprodotti veri e propri stereotipi come l’allusione fallica delle pistole accostate a una posa ahegao, stimolando la fantasia misogina di potenziali testi trap che lasciano emergere il male gaze a cui spesso è targettizzata questa estetica. Difatti, nel saggio, Tafeche  mostra e rimarca come la figura della “Waifu”, termine che indica una categoria cartoon di personaggio femminile sessualmente attraente per gli uomini, si ritrovi spesso in molti forum di estrema destra o in community incel.

Noura Tafeche - The Kawayoku Inception, courtesy dell’artista.

GUN GIRLS: UNA LETTURA PSICOANALITICA DELLA FETICIZZAZIONE DELL’ARMA

Nel saggio di Emily Apter Feminizing the Fetish. Psychoanalysis and Narrative Obsession in Turn-of-the-Century France, l’autrice mostra come nel corso dei secoli ci sia stata una forzatura nella feticizzazione di alcuni oggetti femminili, dalle calze a rete ai tacchi, ad esempio: la creazione di questo immaginario, che tutti conosciamo, è quello prodotto da una cultura di sguardi monolaterali che partivano dall’uomo e inquadravano la donna come oggetto da analizzare e di cui godere. Il testo di Apter prosegue ricordando come secondo gli studi freudiani – proviamo a circoscriverli al contesto storico e a chi si riferivano – il feticismo nasce come reazione di una certa impotenza dell’uomo, che non potendo avere la totalità dell’oggetto desiderato si concentra su una parte del tutto che ne fa da sostituto.

In questa misura, seguendo questo ragionamento, la feticizzazione delle armi attraverso la loro femminilizzazione è un processo di stampo patriarcale (a cui partecipano tutt3) in cui la donna si munisce o viene munita di una protesi fallica (che, secondo la psicoanalisi, non è il pene in quanto organo ma la sua carica simbolica di “potere”), ovvero la pistola, rendendo quest’ultima artificialmente desiderabile.

Noura Tafeche - The Kawayoku Inception, still da video.

Nella sessualità umana, per sostenere un atto sessuale e sentire quel corpo davvero desiderabile, ci è sempre necessario inquadrare quel corpo – quell’oggetto del nostro desiderio – in un registro che lo renda aderente alle nostre fantasie, che lo astragga dal corpo in quanto tale in tutti i suoi difetti. L’estetica Kawayoku opera precisamente in questo modo, creando una patina di bellezza, fragilità e comfort immaginaria.

Tutto questo avviene secondo un’ottica tutt’altro che vittimistica e che in sintesi verte verso una gamification estetica di qualcosa che è reale – come le armi, attraverso l’uso iper-sessualizzato e idealizzato della figura femminile. D’altro canto, tuttavia, questa ossessione mostra la taciuta necessità di un supporto estetico che abbia la funzione di esaltare le loro credenze: nel momento in cui l’arma viene femminilizzata e feticizzata, come se fosse un’estensione del corpo femminile, quest’arma diventa desiderabile mettendo in scena la parabola dell’uomo impotente che non potendo avere l’oggetto del desiderio nella sua totalità ne feticizza e ne prende solo una parte. Una lettura psicoanalitica risulta coerente: non a caso, lo sottolineo ancora una volta, la fanbase principale è di estrema destra o di stampo incel: paura di castrazione e impotenza.

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Christian Nirvana Damato
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