In occasione della mostra Nimbus Limbus Omnibus al FOROF di Roma, i Gelitin/Gelatin raccontano la loro visione artistica in un’intervista. Tra memoria e libertà, il collettivo celebra con una performance i vent’anni dell’iconica scultura alpina Hase / Rabbit / Coniglio.
Immaginate di trovarvi sulle Alpi Marittime e di scorgere, tra le vette, un enorme coniglio rosa di 50 metri, disteso come se fosse caduto dal cielo. È Hase / Rabbit / Coniglio, una delle opere più iconiche dei Gelitin/Gelatin, collettivo viennese celebre per il suo approccio irriverente e visionario.
Quell’opera, realizzata nel 2005, non solo ha sfidato i confini tra arte e paesaggio, ma ha anche invitato il pubblico a immergersi letteralmente al suo interno, attraversando corpo, memoria e decadenza. Vent’anni dopo, il “fantasma” di quel coniglio riemerge a Roma, nello spazio culturale FOROF, con una performance celebrativa che si inserisce nell’alveo della mostra Nimbus Limbus Omnibus.
I Gelitin/Gelatin – Wolfgang Gantner, Ali Janka, Florian Reither e Tobias Urban – non sono artisti qualunque. Uniti da una storia iniziata in un campo estivo nel 1978, hanno fatto dell’assurdo e del paradosso il centro del loro linguaggio, portando nel mondo dell’arte contemporanea una dose di humor, critica sociale e un’insaziabile voglia di sfidare le convenzioni.
Al FOROF, spazio fondato da Giovanna Caruso Fendi per coniugare archeologia e arte contemporanea, il collettivo ha trasformato i sotterranei della Basilica Ulpia in un archivio vivo di memoria e creatività: un percorso che invita il pubblico a esplorare libertà, limiti e transizioni – come suggerisce il titolo enigmatico della mostra.
La formula Nimbus Limbus Omnibus, infatti, è un concentrato di significati, a metà tra gioco e profondità concettuale. “Nimbus” evoca una nube, uno stato etereo e indefinito, “Limbus” rimanda al limbo, una soglia tra due mondi, mentre “Omnibus” sottolinea l’inclusività universale del messaggio artistico. Gli artisti si ispirano alla manumissio – il rito di liberazione degli schiavi nell’antica Roma, celebrato nell’abside della Basilica Ulpia – per riflettere sulla libertà come transizione e possibilità di superare limiti fisici e mentali. La mostra traduce queste idee in un’installazione multisensoriale e stratificata, un viaggio che attraversa il tempo e lo spazio, dialogando con l’archeologia e la memoria collettiva.
L’evento inaugurale del 24 gennaio, Coniglio 20 in 25, è un ritorno alle origini: una celebrazione ironica e surreale del ventesimo compleanno del loro coniglio alpino. Tra balli, dipinti dal vivo e costumi grotteschi, la performance promette di coinvolgere gli spettatori in un’esperienza immersiva e giocosa, in perfetto stile Gelitin/Gelatin.
L’allestimento site-specific, curato da Bartolomeo Pietromarchi, celebra venticinque anni di provocazioni artistiche del gruppo, intrecciando memoria, materia e libertà espressiva, in un dialogo aperto con l’archeologia e la cultura del presente. Li abbiamo raggiunti per comprendere meglio quali siano i riferimenti e i significati nascosti dietro al loro messaggio artistico.
Nimbus Limbus Omnibus è un titolo enigmatico e ironico. Potete dirci come è nato e che tipo di immaginario volevate evocare con questa mostra a FOROF?
Il titolo ci è venuto in mente l’estate scorsa. Stavamo ballando il limbo nel bosco con i nostri amici caraibici e, così facendo, abbiamo imparato molto sul significato di trovarsi nel limbo. Nel corso di quest’ultima estate, il limbo è diventato una parte importante del nostro vocabolario. Nimbus (nube, ndr) e omnibus (per tutti, ndr) hanno sempre fatto parte del nostro lavoro, forse anche il limbo, ma adesso abbiamo capito una volta per tutte che ci troviamo tutti sul limbo.
La performance Coniglio 20 in 25 promette di essere un'esperienza unica. Cosa potete dirci del concetto e del significato simbolico di questo atto performativo? Come si collega al vostro percorso artistico?
La performance Coniglio 20 in 25 sarà la celebrazione del ventesimo compleanno di una lepre morta. Un paradosso assurdo in sé.
Il vostro approccio performativo è spesso associato a un senso di giocosità, ironia e destabilizzazione. Che ruolo hanno l'assurdità e il paradosso nella vostra ricerca artistica?
Il nostro percorso artistico è come un vero viaggio, con curve e colline, manovre e situazioni inaspettate. Affrontiamo gli ostacoli col nostro personale modo di pensare, sentire e agire e amiamo addentrarci in territori sconosciuti. Coniglio 20 in 25 sarà un atto gioioso, informativo, divertente, che prevede la partecipazione del pubblico, la nudità, una presentazione di diapositive, pittura dal vivo, danza, musica dal vivo e molto altro. Di solito non sappiamo quale sia il significato simbolico di un’opera. Nel migliore dei casi, nel nostro lavoro non c’è alcun simbolismo o, al contrario, ce ne sono troppi e contraddittori.
In che modo la dimensione dello spazio, sia fisica che concettuale, influenza le vostre opere? Come vi siete confrontati con lo spazio storico e archeologico di FOROF per creare Nimbus Limbus Omnibus?
Il fatto che lo spazio non abbia limiti né confini fisici o temporali ha influenzato molto il nostro lavoro. Lo spazio archeologico di FOROF è ‘pieno’ e resistente, ma è anche senza tempo, futuristico, pesante e continua all’esterno. Abbiamo fatto quello che abbiamo fatto e lo rifaremmo allo stesso modo. Forse sarà uno spettacolo piacevole. Forse no. Non è ancora finito.
Nel corso degli anni avete creato installazioni e performance che vanno dal monumentale all'effimero. Qual è, secondo voi, il confine tra arte temporanea e memoria collettiva?
I confini sono fluidi e cambiano continuamente. Per questo crediamo che i confini non esistano.
Siamo tutti parte di una memoria collettiva. Incontriamo spesso persone che hanno visto i nostri spettacoli, le quali ci confessano di avere avuto reazioni molto emotive e sentimenti forti nei confronti di ciò che facciamo.
La vostra poetica sembra sfidare i codici sociali contemporanei con uno spirito irriverente. In che modo l'attuale contesto sociale, con le sue crisi e trasformazioni, influenza le vostre opere e il vostro immaginario?
Cerchiamo di influenzare il contesto sociale attuale e soprattutto quello futuro. Sviluppiamo attivamente idee, oggetti, mostre. Non reagiamo. Cerchiamo di non essere reazionari.
Il rapporto con il pubblico è centrale nel vostro lavoro: i vostri progetti prevedono spesso una partecipazione attiva, sfidando il ruolo tradizionale dello spettatore. Qual è per voi il confine tra attore e osservatore nell'arte performativa?
I confini sono fluidi. Alcune persone amano stare sul palco. Altre sono felici di restare tra il pubblico. A volte si assiste a una performance che ci colpisce, ma non si vuole comunque farne parte. Ci si diverte solo a guardarla. Noi offriamo al pubblico la possibilità di mescolarsi, ma non obblighiamo mai nessuno a partecipare.
In un mondo sempre più digitalizzato, che valore attribuite alla fisicità, all'imperfezione e alla materialità nella creazione dell'arte? Come immaginate l'evoluzione della performance art nel contesto attuale e futuro dell'arte contemporanea?
La fisicità degli oggetti d’arte ha un valore molto grande. Poiché ci consideriamo artisti non legati a un medium specifico, non prevediamo un’evoluzione di una forma d’arte specifica. A noi interessa fare arte in generale, non vogliamo ridurci o limitarci a un mezzo specifico.
Realizziamo disegni, film, dipinti, sculture, fotografie, performance… Lavoriamo con una vasta gamma di materiali. In questo momento siamo molto impegnati a espanderci e a superare ogni limite che incontriamo.
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