Questo articolo è il seguito di una riflessione postuma alla visione del video-saggio The Kawayoku Inception. Nella prima parte ho riflettuto su come e perché l’estetica Kawaii (adorabile) possa ibridarsi a un immaginario rappresentativo della violenza e dell’oppressione, tentando di tracciare le cause e le implicazioni psicologiche soggettive che sottendono questa strana unione. Qui, nella seconda parte, mi focalizzerò sulle implicazioni politiche e collettive di questo fenomeno.
VIOLARE (I DIRITTI UMANI) E BALLARE (SU TIKTOK)
A questo punto (si rimanda alla prima parte), è facile come l’estetica kawayoku, così largamente condivisa, dato che interpella e coinvolge i tre superstimoli per eccellenza, ovvero violenza, sesso e consumismo, passi da essere un passivo cuscino con una stampa di una Waifu armata (Tafeche, 07:44) a una campagna attiva di propaganda su TikTok.
Il caso più esemplificativo, mostrato dall’artista nel video, è quello di come la propaganda israeliana utilizzi i social per mostrare il lato “umano” delle IDF mentre massacrano i civili palestinesi tra un balletto su TikTok e l’altro. Si tratta di quello che in un mio libro ho definito amatoriale intersoggettivo, ovvero quella forma di interpellazione del pubblico mediante una narrazione del proprio spazio intimo e privato in modo da accorciare le distanze. A questo si aggiunge l’elemento kawaii: vediamo infatti vere e proprie influencers-modelle-soldato, come Natalia Fadeev.
Questa propaganda auto-generatasi dai profili stessi delle IDF non solo normalizza e ridefinisce l’estetica e la fruizione digitale della guerra, ma provoca due conseguenze: la prima è quella di diventare facile strumento per invisibilizzare – unendosi ad algoritmi, censure e ideologie – l’oppressione e la violenza messa in atto; la seconda è la costruzione di una narrazione che rende la guerra e la vita da “forze armate” qualcosa di desiderabile.
In questa misura, per il soldato, il porsi davanti all’obiettivo non è tanto un modo per esorcizzare la guerra e la violenza mediante una transizione simbolica in cui da un lato si estetizza e si erotizza, rendendo dunque quell’immaginario più desiderabile, e dall’altro lo si copre di innocenza nascondendone il risvolto brutale: il digitale diventa piuttosto un supporto ideologico all’esaltazione narcisistica di sé e del proprio “lavoro”, esaltazione e desiderabilità che si trasmette a chi guarda senza una prospettiva critica.
OSCENITÀ DIGITALE
In un video pubblicato nel mese di ottobre 2024, Donald Trump ha criticato l’apparato militare Biden-Harris accusandolo di essere troppo “woke”: in occasione di ciò, il neo-presidente americano ha mandato in onda un video in cui c’è un prima e un dopo delle forze armate americane: se nel dopo vengono mostrati soldati travestiti da donna e comandanti espressamente queer, il prima mostrato da Trump è letteralmente il frammento di Full Metal Jacket in cui il sergente Hartman insulta pesantemente il nuovo plotone a scopo “educativo” utilizzando tutta una serie di epiteti oppositivi alla cultura woke che si accinge a voler eliminare.
Trump non vuole l’ipocrisia del rainbow-washing per occultare violenza, militarismo e oppressione, come ha imparato a fare anche Israele: nella sua ottica conservatrice, Trump vuole riportare la tradizione fuori dal tempo di una violenza esplicitamente violenta al punto da risultare parodia di se stessa.
Quello che vediamo come suo vice de facto o potenziale successore, Elon Musk, probabilmente non avrebbe fatto questo errore generazionale: se il desiderio di qualcosa necessita di un supporto estetico, allora quest’ultimo deve riadattarsi e attingere dall’immaginario mutevole che lo circonda. Essendo le tecnologie digitali intrinsecamente ed esplicitamente pornografiche e pubblicitarie, il militarismo, l’oppressione e la violenza non possono che seguire e assumere queste forme, riproponendo vecchie narrazioni sotto nuovi vesti.
NUOVE NARRAZIONI PER NUOVE GENERAZIONI OBBEDIENTI
Nel finale del video, l’artista nota che forse ‹‹Dovremmo cominciare a riconsiderare che ciò che una volta era percepito come violento ora potrebbe essere accolto come desiderabile››.
In un mondo in cui in fondo nessuno crede più nell’idea di patria o di nazione, per armare le nuove generazioni non servono nuovi clown come il sergente Hartman; piuttosto le generazioni si armeranno spontaneamente se l’atto e la figura che ne consegue rientrerà nelle coordinate di un desiderio contemporaneo fatto di esposizione narcisistica del sé, promessa di sicurezza, innocenza zuccherina, bontà d’animo assicurata, sessualità spinta, divertimento e gamification.
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