La mostra When Seeds Become Torpedoes di Simone Scardino alla Galleria Aarduork a Venezia esplora la storia di un sito negletto, l’ex Orto Botanico, rivelando connessioni tra ecologia e industria. Con azioni simboliche e opere che trasformano armi in strumenti di rigenerazione, il progetto riflette su memoria storica e crisi ecologica.
Il progetto presentato da Simone Scardino alla Galleria Aarduork – When Seeds Become Torpedoes – è una bella sorpresa per Venezia. Esso conferma il buon lavoro che questa galleria sta svolgendo nell’accumulare una serie di indagini individuali utili a consolidare un piccolo centro di ricerca artistica innovativo e indipendente e, attraverso la riscoperta di un luogo negletto e rimosso della città, rivela ancora una volta l’inesauribile ricchezza della storia urbana dello spazio lagunare.
Il concetto della mostra, curata da Mario Ciaramitaro e Alberto Restucci, è semplice ed efficace: rivelare la densità storica di un sito attraverso un’interpretazione aggiornata che, attraverso il progetto artistico, lo reinserisca nell’attualità delle questioni del nostro presente, quali gli effetti della globalizzazione, i conflitti mondiali, le urgenze ecologiche, le rappresentazioni della realtà attraverso narrazioni popolari e i progetti di comunicazione industriale.
Un lavoro in piena continuità con quello svolto da Scardino, il quale riflette intorno alla nuova antropologia, come un disciplina che pone l’accento sulla comprensione delle ecologie locali e globali, non solo attraverso il punto di vista scientifico, ma anche come un processo che abbraccia le pratiche artistiche e l’attivismo. Una riflessione che si concentra in particolare sul modo nel quale le diverse ecologie degli ecosistemi, passati e presenti, possano interagire in modi inaspettati e come le pratiche artistiche possano fungere da strumento per una rinnovata comprensione del mondo naturale.
TRA LOCALE E GLOBALE: IL PERCORSO DI SIMONE SCARDINO A VENEZIA
La chiave di lettura tra locale e globale è anche la base che ha dato vita all’esperienza di Scardino a Venezia, dove giunge nel 2023. dopo aver vinto la residenza di In-Edita 3. Un programma delle gallerie Marina Bastianello Gallery, Gallerie Alberta Pane e Ikona Gallery, per la realizzazione di nuovi progetti artistici in laguna. In-Edita 3 è anche il momento in cui è avvenuto il contatto con i galleristi di Aarduork, uno dei quali era presente nella giuria per l’assegnazione della residenza, e che si appassionano immediatamente al progetto desiderando non perdere la possibilità che il lavoro sia presentato a Venezia.
E il progetto riguarda la città da vicino. Affascinato da uno spazio negletto non lontano dalla stazione ferroviaria di Santa Lucia, Scardino esplora in profondità alcuni archivi storici della città – in particolare l’Archivio di Stato e la Biblioteca Marciana – ricostruendo così le vicende fisiche ed economiche di quella che si rivela ben presto non essere stata altro che l’area dell’antico Orto Botanico di Venezia. Un luogo che, alla cessazione di quella attività, ha attraversato trasformazioni significative nel corso XX secolo, diventando prima un silurificio tedesco e più tardi una stazione dell’ENEL. Scandagliando queste due vicende lo storico-artista rivela quanto un luogo così intimo della città rivela inaspettate connessioni globali. La produzione delle torpedini sarà destinata infatti soprattutto alla marina cinese, e l’impresa energetica di Stato ne farà invece un elemento di connessione tra terraferma e l’insediamento lagunare.
Questa sequenza di eventi storici, che va dalla ricerca botanica alla produzione industriale, fino all’energia, ha ispirato il lavoro di Scardino, che ha deciso di indagare la relazione tra la natura e le attività umane, tra ecologia e industria, tra memoria storica e trasformazione ambientale, dando vita a una serie di azioni che trovano traccia nelle opere oggetto esposte in mostra.
L’ORTO BOTANICO NASCOSTO: RISCOPERTA DI UN LUOGO DIMENTICATO
Il primo intervento di Scardino è volto a dare nuova vita all’Orto Botanico di Venezia e consiste in un’azione simbolica e pratica: una “incursione notturna” nell’area ormai abbandonata. Qui l’artista raccoglie esemplari di piante sopravvissute e ne ricava i semi, che poi mischia con cellulosa per creare dei disegni astratti su supporti deperibili. La sua idea è quella di inviare questi fogli a vari orti botanici con cui entra in contatto, chiedendo loro di seppellirli per restituire così la vita ai semi, un atto che riporta simbolicamente in vita l’antico orto veneziano. Questo gesto, che unisce la riflessione ecologica alla pratica artistica, mette in evidenza la connessione profonda tra il passato di quel luogo e le sue possibili rigenerazioni future.
Un secondo lavoro importante di Scardino riguarda la realizzazione di una serie di “teste di fango”. Dopo aver recuperato il modello di un siluro presso l’Archivio di Stato, l’artista ne riproduce la testa esplosiva, realizzando dei multipli in terra cruda. Alcuni di questi esemplari sono stati trasformati in “bombe di semi” durante una performance, dove le sculture sono state “armate” con i semi e sigillate con l’argilla. Con quest’azione, Scardino intende ribaltare il significato tradizionale di “arma”, decontaminandola dal suo legame con la violenza e restituendole un significato positivo, legato alla vita. La “bomba” non è più un oggetto di distruzione, ma uno strumento di rigenerazione, poiché, una volta seppellita, l’argilla si dissolve e i semi, se piantati, possono germogliare.
LA PRODUZIONE BELLICA TRA STORIA E ARTE CONTEMPORANEA
Un terzo lavoro visivo di Scardino si concentra sulla produzione e commercializzazione delle armi, in particolare dei siluri, documentata attraverso una serie di fotografie storiche recuperate alla Biblioteca Marciana. Queste immagini, che mostrano le fasi di produzione, vendita e trasporto dei siluri, sono state rielaborate dall’artista in serigrafie su zinco. Le opere rivelano l’interconnessione tra industria bellica e commerci globali, mettendo in evidenza il legame tra Venezia, la Germania e la Cina in un contesto storico di guerra e produzione industriale.
Un ulteriore elemento che arricchisce il lavoro di Scardino è il cortometraggio realizzato da Ermanno Olmi negli anni Cinquanta per conto dell’ENEL. Il film, che racconta le attività industriali dell’ente energetico nell’area dell’Orto Botanico e di Marghera, presenta una narrazione poetica e visivamente suggestiva di Venezia e dei suoi cambiamenti. Scardino si appropria di questo materiale e lo rielabora in modo critico, utilizzando le immagini di Olmi come un punto di partenza per raccontare la trasformazione dell’area. In particolare, l’artista gioca sull’elemento visivo delle esplosioni dei test dei siluri, affiancandole a immagini di fiori che sbocciano, creando un contrasto tra la distruzione e la vita.
Le opere esposte in galleria includono anche delle miniature botaniche, dedicate alla conservazione di piante specifiche, come l’aglio, un rimando alla tradizione botanica e scientifica che ha radici nell’orto veneziano. Tali opere sono un omaggio alla scienza e alla conservazione, ma anche un richiamo alla memoria storica del luogo e alla sua evoluzione.
Infine, l’esposizione si arricchisce di un elemento significativo: le casse utilizzate come parte dell’arredo, che fanno parte della storia dello spazio espositivo. Queste casse appartenevano a un’azienda di distribuzione che operava negli spazi della galleria. Le casse, ora trasformate in oggetti d’arte, fungono da collegamento tra la storia produttiva di Venezia e il lavoro artistico di Scardino, rappresentando la connessione tra luogo espositivo e ricerca artistica.
STORIA NATURALE E FUTURO: RIFLESSIONI SULLA CRISI ECOLOGICA
Simone Scardino, nel definire la sua ricerca, afferma: “L’orto botanico è come una fabbrica della natura dove non esiste una ‘natura autentica’ da proteggere, ma un sistema vivente che include anche le attività umane. Esso può mostrare la rete intricata di relazioni, inclusi i conflitti e le zone grigie tra conservazione e intervento umano“. Con questa affermazione, l’artista sottolinea l’approccio critico ed ecologico che guida il suo lavoro, un lavoro che invita a riflettere sulla natura come un’entità in continua evoluzione, dove la linea tra naturale e artificiale non è mai chiara, ma è sempre in movimento.
La mostra di Simone Scardino gioca sulla forza simbolica degli oggetti e sulla loro capacità di trasformarsi in agenti di cambiamento. La natura non è più vista come un’entità passiva e lontana, ma come un agente attivo e vivente, in grado di plasmare le relazioni tra l’umano e il non umano rinascendo dal passato. Un lavoro che invita a ripensare l’idea di storia naturale in un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dalle sfide globali, mettendo in discussione le narrazioni tradizionali, sempre rivolte verso il passato, per suggerire invece nuove modalità di svolgimento dell’interazione tra uomo e ambiente.
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