In questi ultimi anni sono emerse forti critiche nei confronti di diversi musei per la decisione di privilegiare progetti “glamour” rispetto alla manutenzione ordinaria. L’aumento dei prezzi dei biglietti e la crescente commercializzazione dell’arte sollevano interrogativi sull’accessibilità e sull’autenticità dell’esperienza culturale.
“Meravigliosa location che non ha nulla a che fare con le canzoni di Jovanotti”, “È mai possibile che ormai i musei cercano tutti di acchiappare like sui social con celebrità e pseudo tali?”, “Luoghi d’arte, storia e cultura, devastati dal nulla, sottoposti a rischi inutili, non lo trovo per nulla necessario…”. Queste alcune delle decine di commenti critici arrivati sotto al video pubblicato dalla pagina Instagram della Galleria Borghese di Roma, che annuncia la collaborazione del museo romano con Jovanotti, in occasione dell’uscita del suo nuovo album Il corpo umano.
Nel video si vede il cantautore romano aggirarsi tra le celebri sale della Galleria Borghese mentre suona, canta e danza, circondato dai capolavori di Caravaggio, del Bernini e di Canova.
“Abbiamo lavorato con grande rispetto: niente è stato toccato, le luci usate erano quelle consentite per non interferire con le opere d’arte” ha spiegato Jovanotti in un’intervista, ma le sue puntualizzazioni non sono bastate a placare le critiche.
La questione, in realtà, non è nuova. Si parla dell’opportunità o meno di stringere questo genere di partnership per entità e istituzioni culturali, come quelle museali, già da tempo, anche se negli ultimi anni i casi si sono moltiplicati, e con loro i dubbi e le voci dissonanti.
IL CASO DEL LOUVRE TRA CENE DI GALA, COLLABORAZIONI CON BRAND E VIDEOCLIP MUSICALI
Seppur con toni e una risonanza mediatica ben diverse, una polemica simile si scatenò a seguito dell’uscita del videoclip, nel 2018, di Beyoncé e Jay-Z, che ballavano sulle note del brano Apeshit dentro le prestigiose sale del Louvre. Il messaggio era forte e dirompente: due persone nere e afrodiscendenti ostentavano il loro potere e il loro successo in una società, quella bianca e occidentale, che per secoli ha sfruttato, invisibilizzato e razzializzato le persone come loro. Nonostante ciò, anche in quell’occasione le polemiche non sono mancate, toccando la questione dell’opportunità e della “svendita” di un luogo, di altissimo valore culturale, artistico ed educativo come quello, per una collaborazione di natura prettamente commerciale e promozionale.
Il caso del Louvre ha avuto il merito di aprire un dibattito acceso sul tema, che non si è mai spento. Eppure, sempre più musei e istituzioni culturali in tutto il mondo, Italia compresa, sembrano ormai voler intraprendere la strada del profitto e degli accordi con privati per rimpinguare le casse e far quadrare i conti.
Sempre il Musée du Louvre, è tornato sotto i riflettori in queste settimane per via della decisione di trasferire il famoso quadro della Gioconda in una sala dedicata del museo e con un biglietto extra da pagare. Ufficialmente lo spostamento rientra all’interno di un più grande piano di ristrutturazione, stimato in un miliardo di euro, per problemi di “degrado strutturale e sovraffollamento”, ma è chiaro che dietro a questa scelta si celano motivi molto più semplici, di tipo economico. Sempre in quest’ottica, negli ultimi anni il Louvre ha organizzato eventi privati e glamour, destinati proprio a raccogliere fondi per finanziare le operazioni del museo e la conservazione delle opere. Tra questi rientrano numerose cene di gala per aziende e collezionisti privati, che sono in grado di generare incassi significativi, variando da 100 mila a 500 mila euro. C’è stata poi la collaborazione con Airbnb nel 2019, che prevedeva un tour privato delle collezioni e la possibilità di dormire nella Piramide di vetro. Inoltre, nel 2021 il Louvre ha sottoscritto una collaborazione di quattro anni con il marchio giapponese di abbigliamento Uniqlo, mentre nel 2023 ha collaborato con Lancôme per una collezione di prodotti ispirata alle sue opere d’arte.
Scelte che sono state aspramente criticate dai sindacati. In particolare, la CGT e Sud Solidarités hanno accusato la direzione del museo di trascurare la manutenzione ordinaria a favore di progetti costosi e “alla moda”. Ad esempio, Elise Muller di Sud Solidarités ha affermato che il museo ha privilegiato eventi temporanei anziché investire nella cura delle collezioni e della struttura.
NON SOLO IL LOUVRE: GLI ALTRI CASI IN EUROPA
A queste critiche si sono aggiunte le proteste riguardo all’accessibilità del museo, che ha recentemente deciso di aumentare i prezzi dei biglietti per i turisti extracomunitari, rischiando così di escludere una grossa fetta di visitatori stranieri.
Il Louvre, però, non è il solo museo a essersi mosso verso questa direzione, anzi, pare si trovi in ottima compagnia. Ci sono infatti altri musei in Europa che hanno intrapreso percorsi simili: il Museo del Prado, a Madrid, ad esempio, ha iniziato a ospitare eventi privati e cene di gala per generare entrate aggiuntive. Stessa cosa per il Museo Nazionale di Storia Naturale, a Londra, che ha aperto le sue porte a eventi privati, inclusi matrimoni e cene aziendali, attirando sia elogi che critiche per la gestione delle risorse e la preservazione delle collezioni. Ancora, il Museo Van Gogh, ad Amsterdam, Paesi Bassi, ha avviato collaborazioni con aziende per eventi esclusivi, suscitando discussioni simili su come tali iniziative possano influenzare l’accessibilità del museo e l’integrità artistica.
L’ITALIA NON È DA MENO: DAGLI UFFIZI AL MUSEO DEL CINEMA DI TORINO
Passando al Bel Paese, la musica non cambia, anzi. Da Nord a Sud musei e monumenti iconici si prestano a collaborazioni a scopo di lucro con sponsor e privati: Il Museo Nazionale del Cinema Torino, per esempio, ha ospitato eventi privati, come cene e feste, per generare entrate aggiuntive. Anche la Galleria degli Uffizi di Firenze in questi anni ha organizzato eventi esclusivi, tra cui cene private e mostre temporanee con accesso limitato, sollevando critiche sulla percezione che tali iniziative possano escludere i visitatori comuni.
Tra i casi più eclatanti dell’ultimo anno c’è stato quello della Pinacoteca di Brera, che, a giugno 2024, ha ospitato all’interno della Biblioteca Braidense un party, con tanto di cena, di Veralab, brand di cosmesi di proprietà dell’Estetista Cinica (alias Cristina Fogazzi). Scelta che ha fatto molto discutere visto che si tratta della terza biblioteca italiana per numero di libri conservati, con oltre 1 milione e mezzo di volumi, e che le regole di accesso e di visita sono rigidissime per i visitatori comuni. A dicembre scorso è stata invece la volta dell’Archivio di Stato di Napoli, finito al centro delle polemiche per aver ospitato una festa di matrimonio, con circa 300 invitati, che ha trasformato le preziose sale dell’istituto in una discoteca invasa da alcol, fumo artificiale, luci al neon e musica a tutto volume. Sempre a fine 2024 aveva fatto scalpore invece la notizia della partnership tra il Parco Archeologico del Colosseo e Airbnb, che prevedeva la possibilità per alcuni fortunati turisti di sfidarsi come gladiatori nell’arena dell’anfiteatro più famoso del mondo. Un’operazione da 1,5 milioni di euro che per adesso il Comune di Roma pare sia riuscita a bloccare con una mozione approvata dall’Assemblea Capitolina.
Intanto, anche i prezzi dei biglietti d’ingresso dei musei lievitano, rendendo l’accesso all’arte e alla cultura sempre più escludente ed elitario. Prendendo in considerazione tre dei musei più visitati del mondo, gli aumenti appaiono da capogiro. Nel 2024 il ticket del Museo del Louvre è passato da € 17 a € 22, con un incremento di circa il 30%. Tra il 2022 e il 2023, la Galleria degli Uffizi ha aumentato di €4 il prezzo del proprio biglietto, passando da € 16 a € 20, con un aumento del 25%, mentre il biglietto per il Parco Archeologico del Colosseo, che oggi costa € 18, nel 2020 si attestava a € 12.
LA DIFFICILE STRADA DEL COMPROMESSO TRA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA E MISSIONE EDUCATIVA
In sostanza, le preoccupazioni riguardanti la crescente commercializzazione dei musei condividono tutte l’idea di fondo che eventi privati e sponsorizzazioni possano distogliere l’attenzione dalla missione culturale e educativa delle istituzioni. Alcuni critici sostengono, infatti, che la ricerca di entrate aggiuntive possa portare queste realtà a scelte che privilegiano il profitto a dispetto della qualità dell’offerta culturale.
C’è poi il tema dell’accessibilità: l’introduzione di eventi esclusivi e a numero chiuso solleva interrogativi sull’accessibilità per il pubblico generale. Gli esperti temono che la priorità data a eventi privati possa limitare le opportunità di visita per i cittadini e i turisti, rendendo l’arte sempre meno fruibile, venendo così meno alla sua vera funzione.
Un altro punto toccato dalle critiche a questo sistema sono le risorse limitate e la carenza di personale che affligge i musei italiani. L’apertura a una commercializzazione sfrenata può sì rappresentare una soluzione temporanea a problemi più profondi di finanziamento e gestione, ma si rivela miope e insostenibile sul lungo periodo.
Insomma, i musei sembrano comportarsi e operare sempre più come grandi aziende private che come poli culturali con fini conservativi ed educativi. Se è vero che questa trasformazione può avere effetti positivi sulle loro casse, d’altro canto, in un’epoca in cui il patrimonio culturale dovrebbe essere sempre di più difeso e valorizzato come bene comune, sarebbe bene riflettere su come tali scelte possano influenzare la fruizione dell’arte da parte del pubblico. La sfida per il futuro sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e impegno verso la cultura e l’educazione, di cui abbiamo un urgente e disperato bisogno.
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