Il lavoro transmediale di Jacqueline Humbert & David Rosenboom è al centro della nuova edizione di Sound Quests: il format del collettivo torinese ALMARE che, fra sessioni d’ascolto, mostre e seminari, rilegge le narrazioni sonore insite nelle opere di autori e autrici sempre attuali.
Capitale storica della musica underground nazionale, la città di Torino continua in un modo o nell’altro a fungere da punto di riferimento per l’esplorazione e l’indagine del sottobosco artistico-sonoro. A dimostrare ciò è l’impegno di numerose associazioni e realtà che, da circa un decennio fa, sono nate proprio con tale intento. Una di queste è sicuramente ALMARE, organizzazione fondata a Torino nel 2017, che periodicamente propone eventi e iniziative rivolte a un’analisi socio antropologica della sperimentazione in ambito audiovisivo: un’indagine attenta e puntuale supportata anche da istituzioni del territorio e non, come la Fondazione Baruchello di Roma, l’Hangar di Barcelona, e il Mambo di Bologna.
L’OPERA DAYDREAM VIEWING DI JACQUELINE HUMBERT & DAVID ROSENBOOM
Rappresentativo della ricerca del team curatoriale è Sound Quests, il format monografico che saltuariamente propone, in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la riscoperta di determinate opere mediante una rilettura particolarmente allineata ai dettami e alle relative criticità del tempo nel quale ci muoviamo. Giunta alla sua quarta edizione, la rassegna offre questa volta un focus sull’interessante e sfaccettato Daytime Viewing, il progetto transdisciplinare prodotto a cavallo tra il 1979 e il 1980 da Jacqueline Humbert & David Rosenboom. Incentrato sul peso collettivo della televisione – nonché sul suo ruolo all’interno della vita quotidiana di un pubblico principalmente femminile –, il lavoro si avvale di diversi approcci al fare artistico per tessere le fila di una narrazione fin troppo attuale. Dalla musica alla moda, passando per il video e la performance, sono infatti molteplici i medium utilizzati dalla coppia statunitense per restituire il ritratto di una donna costretta ad affidarsi alla distrazione del tubo catodico per evadere temporaneamente da una dimensione angusta segnata da momenti di solitudine e abusi domestici.
Emblema di una condizione tristemente diffusa ancora oggi (seppur tramite dispositivi tecnologici differenti), la protagonista si ritroverà così a trasformare l’alienante processo di “daytime viewing” (stabilito giorno per giorno dai rispettivi palinsesti televisivi) in “daydreaming”: un momento liberatorio nel quale ci si proietta nella vita degli altri per fantasticare sul raggiungimento di uno status diverso da mettere in pratica attraverso viaggi da sogno e lussuosi capi d’abbigliamento.
Concepita originariamente come una piéce teatrale, l’opera si concretizza non solo in un video dove viene inscenata la narrazione principale, ma soprattutto in un concept album in cui lo stile alla Broadway s’incontra idealmente con un synth pop dai rimandi psichedelici. Fissato su nastro nel 1983 per una edizione privata su cassetta, il componimento musicale è stato recentemente recuperato e pubblicato dall’etichetta Unseen Worlds.
INTIMITÀ E CONDIVISIONE NELLE SESSIONI D’ASCOLTO
Allestita nello spazio eventi della Fondazione, in sinergia con l’artist-run space Mucho Mas!, la mostra Daytime Viewing si compone di alcuni televisori e pochi altri elementi che richiamano l’ambiente (sia casalingo, sia mentale), descritto da Humbert e Rosenboom.
Visitabile fino al 16 febbraio, l’esposizione si inserisce nel più ampio programma di Sound Quests 25 che dallo scorso 23 gennaio ha visto susseguirsi una listening session del disco, lo screening di una riproposizione performativa di Daytime Viewing, e un seminario al quale hanno preso parte lo stesso David Rosenboom, l’artista Victoria Keddie e il docente di Semiotica delle Culture Musicali dell’Università di Torino Gabriele Marino.
Oltre a contribuire alla divulgazione di un lavoro pressoché sconosciuto in Italia, Sound Quests 25 lancia anche alcuni interessanti spunti di riflessione su quali possano essere i metodi più efficaci per poter fruire collettivamente di un prodotto sonoro.
Svoltasi all’interno dell’auditorium della Sandretto, la sessione d’ascolto dell’album è stata purtroppo condotta in un modo tale da non convincere pienamente. Apparentemente organizzato come una normale proiezione cinematografica, l’evento è stato caratterizzato dalla visualizzazione di uno sfondo monocromatico di colore rosa sul quale si stagliavano i testi dei brani selezionati per l’incontro. Una scelta estetica non casuale che ha rischiato però di appesantire il tutto portando inevitabilmente alla memoria la drammatica solennità di una pietra miliare del cinema contemporaneo come Blue di Darek Jerman (ampiamente approfondito nell’edizione del 2023 della rassegna).
E se la fase dell’ascolto di un lavoro discografico, seppur condiviso in gruppo, rappresentasse comunque un momento intimo di cui fare esperienza senza implicare la suggestione di influenze ulteriori e includendo magari delle cuffie individuali e dei testi da leggere singolarmente? Chi vivrà sentirà.
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