Flora artificiale: l’IA e il nuovo immaginario botanico

La natura ispira l’arte da sempre, ma oggi “fiorisce” negli algoritmi. Ne abbiamo parlato con quattro artisti (e collettivi) che usano l’IA per esplorare il rapporto tra biologia e tecnologia: Debora Hirsch, studio fuse*, Sofia Crespo, Matteo Mandelli e Luca Baldocchi.

La natura è da sempre una musa per gli artisti. Dai dipinti botanici rinascimentali agli erbari ottocenteschi, fino alle composizioni contemporanee, il mondo vegetale ha ispirato innumerevoli forme d’arte. Ma cosa succede quando i fiori non sbocciano più nei campi, bensì negli algoritmi? L’uso dell’intelligenza artificiale per creare immagini floreali e vegetali è una tendenza sempre più diffusa, come testimonia anche la mostra, inaugurata lo scorso 14 febbraio al Chiostro del Bramante di Roma e intitolata FLOWERS. Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale. Artisti di tutto il mondo stanno infatti esplorando il confine tra biologia e tecnologia, tra organico e digitale, tra rappresentazione scientifica e immaginazione artificiale. Debora Hirsch, studio fuse*, Sofia Crespo e Matteo Mandelli sono tra i protagonisti di questa rivoluzione visiva. Ognuno con il proprio stile, questi artisti trasformano la natura attraverso l’IA, ponendo interrogativi su memoria, colonialismo, documentazione e sensibilità ecologica.

Artificial Botany .erbario assoluto, 2023, Smart Life Festival, courtesy of fuse*

DEBORA HIRSCH: COLONIALISMO BOTANICO E IA COME MEMORIA DIGITALE

L’artista italo-brasiliana Debora Hirsch esplora il concetto di colonialismo, istituendo un parallelismo tra il colonialismo storico e naturale, che ha interessato soprattutto il continente americano, e il colonialismo digitale contemporaneo.

Il colonialismo digitale contemporaneo rispecchia le ombre del passato”, spiega Hirsch, “oggi la conquista non avviene più con navi ed eserciti ma attraverso dati, IA e infrastrutture digitali. Una manciata di entità potenti detta il flusso di informazioni, riecheggiando i modelli storici di estrazione e dominio che un tempo caratterizzavano le Americhe”.

Una mentalità che si è profondamente radicata nella botanica: “le piante sono state saccheggiate, classificate e trasportate attraverso i continenti, il loro contesto nativo cancellato, il loro significato culturale ignorato. Quello che un tempo era un rapporto vivo e reciproco tra terra e persone è diventato un inventario di merci. Le monocolture sono fiorite sulla scia di questo sfruttamento, sostituendo la biodiversità con l’uniformità e saturando la terra di tossine”. L’artista è però ottimista sul ruolo della tecnologia in questo contesto: “Paradossalmente, la tecnologia – così spesso strumento di controllo – potrebbe anche diventare un dispositivo di rinnovamento, alimentando paesaggi decentralizzati di conoscenza, permettendo alle monocolture di svanire nella storia e riportando la coltivazione a pratiche rigenerative in un rinnovato equilibrio con la natura”.

Tra i suoi progetti più emblematici c’è la serie Herbaria (2024), che presenta immagini di piante pressate, molte delle quali originarie dello Stato di New York, che si trovano in diverse fasi di scomparsa a causa dell’impatto umano sull’ambiente. Attraverso l’intelligenza artificiale, Hirsch amplifica questo concetto, creando un archivio visivo di specie vegetali in via di estinzione, trasformandole in forme digitali che esistono solo come memoria.

In PLANT (2023 – in corso), Hirsch utilizza invece l’IA per creare immagini di piante che vengono registrate sulla blockchain, un processo che l’artista interpreta come una forma di erbario digitale immutabile. Questo gesto mette in discussione il potere dell’arte nel preservare ciò che sta scomparendo e suggerisce una riflessione sulla conservazione della biodiversità nell’era digitale.

Debora Hirsch, Herbaria, 2024. Video animation, 10 minutes, courtesy of Hutchinson Modern & Contemporary

FUSE*: ARTIFICIAL BOTANY E LA NUOVA ESTETICA DEL VEGETALE

Studio fuse*, collettivo artistico multidisciplinare italiano attivo dal 2007, si è contraddistinto negli anni per la sua ricerca sul rapporto tra arte e tecnologia. Con il progetto Artificial Botany, studio fuse* utilizza reti neurali generative per analizzare e reinterpretare le illustrazioni botaniche storiche. Il risultato è una serie di immagini di piante inesistenti, create dall’intelligenza artificiale a partire da erbari antichi.

La loro ricerca non si limita alla semplice generazione di immagini: Artificial Botany esplora il rapporto tra scienza, estetica e intelligenza artificiale, ponendo la questione se la tecnologia possa ridefinire il modo in cui cataloghiamo e comprendiamo il mondo vegetale.

Uno degli obiettivi della nostra ricerca è reinterpretare e valorizzare ricerche scientifiche che ci ispirano, restituendole al pubblico da una prospettiva nuova”, racconta studio fuse*. “Nel caso specifico di ‘Artificial Botany’, non intendiamo mettere in discussione la ricerca scientifica né contrapporre l’opera finale alle straordinarie ricerche degli illustratori botanici che ci hanno ispirato. Al contrario, quello che abbiamo cercato di fare è dare nuova vita alle loro illustrazioni, offrendo un’occasione per riscoprirle con occhi diversi. Più che aggiungere qualcosa in senso stretto, l’intelligenza artificiale offre un nuovo punto di vista. Il nostro interesse si è concentrato più sul processo che sul risultato finale, esplorando quella dimensione intermedia che enfatizza la metamorfosi delle forme botaniche e la loro continua fluidità – aspetti che solitamente sfuggono all’occhio umano. In più, in questo caso specifico, le GAN (Generative Adversarial Networks) utilizzate ci hanno permesso anche di creare un contrasto affascinante con il mondo organico, aggiungendo un nuovo livello di tensione estetica e interpretativa”.

Per studio fuse* la tecnologia non è un fine ma uno strumento espressivo: “Solitamente ci lasciamo ispirare da una ricerca scientifica, un pensiero, una narrazione che ai nostri occhi potrebbe avere il giusto potenziale, e scegliamo di volta in volta lo strumento più adatto. Ad esempio, per ‘Artificial Botany’, abbiamo iniziato a esplorare alcuni dataset open source di illustrazioni botaniche del XVIII secolo nell’autunno del 2019, nello stesso periodo in cui era appena stato rilasciato StyleGAN2. La tecnica delle due reti neurali che competono per generare immagini sintetiche ci è sembrata una soluzione con il potenziale di valorizzare le illustrazioni botaniche di partenza, creando un parallelismo importante tra i due mondi”.

Lo scopo ultimo del nostro progetto artistico”, aggiunge studio fuse*, “è dimostrare che le nuove tecnologie possono ampliare le possibilità della rappresentazione visiva, senza però sostituire l’elemento umano, ma piuttosto collaborando con esso per generare nuove forme di conoscenza“.

Artificial Botany .herbarium, 2019, courtesy of fuse*

SOFIA CRESPO: L’IA COME FORMA DI EVOLUZIONE DIGITALE

L’artista visiva argentina Sofia Crespo è tra le figure più influenti nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale applicata alla natura. Il suo lavoro si concentra sul concetto di bio-inspirazione, ovvero l’idea che la tecnologia possa replicare i processi creativi della natura. Attraverso reti generative antagoniste (GANs), Crespo crea immagini di esseri vegetali e animali che sembrano plausibili, ma non esistono in natura. Il suo lavoro solleva interrogativi sul confine tra creatività umana e generazione automatica, suggerendo che l’IA potrebbe essere vista come una nuova forma di evoluzione artificiale.

Gran parte del suo lavoro esplora la biodiversità attraverso dataset di immagini naturali rielaborati dall’IA. “Può essere utile spiegare un po’ come le reti neurali apprendono dagli insiemi di dati”, afferma Crespo. “Quando si addestra un modello su un insieme di dati, come ad esempio le immagini raccolte dal mondo naturale, si verifica un processo di distillazione in cui vengono appresi i modelli e le caratteristiche visive essenziali (linee, bordi, forme, ecc.) che costituiscono l’insieme di dati. Ciò consente di generare nuove immagini che fungono da rappresentazioni distillate dell’’essenza visiva’, ad esempio, delle meduse. Di conseguenza, le immagini prodotte sono raramente, se non mai, biologicamente accurate. Tuttavia, è possibile riconoscere chiaramente qualcosa che rimanda alle meduse nei risultati, anche se non rappresentano alcuna specie esistente”. Nel caso delle forme vegetali, la sfida principale per l’artista non sta nell’apprendimento di modelli come la simmetria, la modularità o i dettagli invisibili a occhio nudo, ma “nel creare insiemi di dati in cui gli aspetti rilevanti che si è interessati a esplorare siano presentati in un formato adatto all’apprendimento. Poiché le reti neurali possono generare immagini solo in base a ciò su cui sono addestrate, un modello addestrato su molte immagini di foglie non potrà mai generare modelli tipici del microscopico. Questo fatto mi ha spinto a stringere frequenti collaborazioni con scienziati e istituti scientifici per creare insiemi di dati rilevanti per il concetto o il fenomeno che si sta esplorando al momento”.

Sofia Crespo, Critically Extant, Times Square, NYC (2021)

MATTEO MANDELLI E LUCA BALDOCCHI: FIORITURE SINTETICHE, TRA NATURA E ETERNO DIGITALE

Con il progetto Fioriture Sintetiche Matteo Mandelli e Luca Baldocchi offrono una riflessione sulla caducità della natura e sul desiderio umano di immortalità. Curata da Alisia Viola, l’installazione trasforma fiori reali in creazioni digitali eterne, combinando vasi tradizionali con schermi digitali su cui l’IA genera animazioni di fioriture infinite.

L’opera parte da un’idea semplice ma potente: i fiori sono per loro natura effimeri, destinati a sfiorire in pochi giorni. Ma cosa accadrebbe se potessero esistere per sempre, in una versione digitale? Mandelli e Baldocchi raccolgono fiori veri, li sottopongono a un processo di scansione e poi lasciano che l’IA elabori versioni animate, in cui i petali si aprono e chiudono senza mai appassire. Le immagini create vengono poi esposte su schermi integrati in vasi fisici, unendo tradizione e tecnologia in un unico oggetto d’arte.

Questa coesistenza di materiali antichi e innovazione digitale è uno degli elementi chiave della ricerca di Mandelli e Baldocchi, che si muove nel campo della Phygital Art, un’arte che fonde dimensioni fisiche e digitali. “L’intelligenza artificiale in Fioriture Sintetiche non è solo uno strumento, ma un vero e proprio mezzo espressivo che ci permette di amplificare il concetto alla base del progetto: la trasformazione della natura in un nuovo linguaggio visivo, capace di attraversare il tempo. I fiori, per loro natura effimeri, trovano una nuova dimensione, sospesa tra il reale e il digitale, tra la memoria e l’innovazione”, spiegano.
Il progetto intende anche sensibilizzare l’opinione pubblica su temi urgenti come il cambiamento climatico e la fragilità degli ecosistemi messi a rischio dall’attività umana: “Le nuove tecnologie, se usate con consapevolezza, possono offrire prospettive inedite su questi temi. L’arte ha sempre avuto il compito di tradurre in immagini e sensazioni ciò che spesso rischia di restare astratto. In questo senso, strumenti come l’IA non sostituiscono il pensiero artistico, ma possono amplificarne il messaggio, rendendolo più accessibile e immediato, aprendo nuove possibilità di dialogo e riflessione”.

Con il loro lavoro, Mandelli e Baldocchi aprono una riflessione sul concetto di preservazione della natura nel digitale: si tratta di un atto di conservazione o di un’illusione tecnologica?

Matteo Mandelli e Luca Baldocchi, Fioriture sintetiche, installation view

QUATTRO SGUARDI DIVERSI SUL RAPPORTO TRA NATURA E NUOVE TECNOLOGIE

Pur partendo dalla stessa matrice – il rapporto tra IA e mondo vegetale – Debora Hirsch, studio fuse*, Sofia Crespo, Matteo Mandelli e Luca Baldocchi sviluppano la loro ricerca in modi profondamente diversi.

Hirsch usa l’IA per indagare le connessioni tra botanica e colonialismo, fuse* mette in discussione il concetto di rappresentazione scientifica della flora, Crespo esplora il parallelismo tra IA e processi biologici, mentre Mandelli e Baldocchi usano la tecnologia per fermare il tempo e creare fioriture digitali eterne.

Ciò che accomuna questi artisti è la volontà non solo di rappresentare la natura, ma di reinventarla attraverso la tecnologia. Tutti e quattro, con linguaggi e tecniche differenti, mettono infatti in luce il potenziale dell’intelligenza artificiale nel ridefinire la nostra percezione e il nostro rapporto con la natura.

Immagine di copertina: Debora Hirsch, Plant composition 02 (detail), 2024, courtesy Hutchinson Modern & Contemporary

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Alessandro Mancini
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