E’ stata presentata la Biennale di Architettura curata dall’architetto italiano che insegna all’MIT di Boston. La manifestazione è complessa e rischia già di riflettere le contraddizioni del nostro tempo: ambizioni globali che tradiscono un nazionalismo latente, una sostenibilità dichiarata che appare più una strategia di marketing che un vero cambiamento strutturale. L’open call ha ampliato i partecipanti, ma il focus su Venezia come “living lab” sembra destinato a scatenare critiche locali.
“Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”
Giacomo Leopardi, 1824
Scelto da Roberto Cicutto e Pietrangelo Buttafuoco, Carlo Ratti è il primo curatore italiano della Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, dopo più di vent’anni. Anche se la sua figura si presenta come quella di un espatriato, il solo fatto che abbia deciso di utilizzare nel titolo il vocabolo di una lingua morta, rivela un inconscio liceale da boomer, che solo i connazionali possono immediatamente percepire. La prossima edizione della mostra, che aprirà in maggio, si intitolerà infatti Intelligens, una crasi volta a mettere in rilievo il carattere collettivo dell’intelligenza abitativa come un prodotto delle popolazioni.
COSA ASPETTARSI DALLA BIENNALE DI CARLO RATTI?
Nonostante qualcuno abbia sottolineato qualche contraddizione nella traduzione del vocabolo latino, pensiamo che sia giusto dare la fiducia curatore di storpiare vocaboli per inventare concetti efficaci per organizzare una mostra di tali dimensioni. Tuttavia, anche questa scelta sembra indicare un significato che rimanda allo spirito del prestigio nazionale che ispira quest’anno l’esposizione. Gens può infatti tranquillamente essere tradotto tanto come “razza”, “casato”, “famiglia”, quanto come “folla”, “umanità”, “orde barbariche”. In sostanza un modo efficace per tenere assieme lo storico profilo internazionale dell’istituzione e quello nazional-localista del governo e delle amministrazioni locali, che fanno parte del consiglio di amministrazione.
Tra gli aspetti specifici e cruciali della mostra di quest’anno vi sarà, in primo luogo, il fatto che il padiglione centrale, l’ex Padiglione Italia, resterà chiuso per restauri. Anziché considerare ciò un handicap, la mostra trasformerà questa condizione nell’opportunità di spostare installazioni nella città storica, sottolineandone così la vitalità e la funzione di esempio. “Progetti temporanei con l’ambizione di diventare permanenti, pronti a ispirare soluzioni simili per il resto del mondo”, ha dichiarato il curatore.
Una seconda novità risiederà nel fatto che “tutto sarà al 100% circolare”, ovvero tutti i materiali impiegati per gli allestimenti saranno riciclati. “Contenuto e contenitore diventano la stessa cosa, mettendo in pratica le cose che discutiamo” dice Ratti. In questa prospettiva, dopo il già annunciato Manifesto sull’economia circolare, sviluppato dal curatore sotto la guida dello studio di ingegneria Arup e le suggestioni della Ellen MacArthur Foundation, la mostra aggiungerà anche la realizzazione di un manuale prodotto attraverso la collaborazione tra università e studi cinesi e italiani, che consentirà di indagare in quale modo sia possibile trasformare in eventi circolari tutte le manifestazioni internazionali di rilievo, come Olimpiadi, Salone del Mobile, ecc.. L’allestimento, ad esempio, si affiderà sull’impiego di pannelli in legno per le strutture espositive, pannelli che, alla fine della fiera, verranno spezzettati e riciclati in qualcos’altro, direttamente sul sito dell’esposizione.
A confermare quanto la manifestazione abbia sempre più successo – le partecipazioni nazionali sono salite a sessantasei, due in più dell’edizione precedente (l’uscita di qualcuno è compensata dall’entrata di almeno quattro nazioni extra-europee: l’Azerbaigian, l’Oman, il Qatar e Togo) e di cui ventisei troveranno posto nei loro padiglioni ai Giardini, venticinque all’Arsenale e quindici nel centro storico di Venezia.
LA BIENNALE COME “LABORATORIO DINAMICO” E COLLABORATIVO
Ma l’aspetto più rilevante è che la mostra si trasformerà essenzialmente in un “laboratorio dinamico”, con oltre 750 partecipanti (mai così numerosi), 80 progetti, oltre 500 persone coinvolte nei team interdisciplinari. Questo è anche il frutto di una procedura inusuale, ma non inedita per la manifestazione, imposta da Ratti: l’apertura di un’open call. Secondo il curatore, la Biennale non segue questa procedura di solito perché tende a seguire un movimento top-down, nel quale il curatore assicura la qualità selezionando chi e cosa presentare. Secondo Ratti l’aspetto positivo della sua scelta è che essa ha permesso di entrare in contatto con architetti e ricercatori dei quali non si sarebbe mai avuta conoscenza e da località le più remote del mondo, creando così un approccio differente dell’autorialità nell’architettura. Per lui l’architettura deve occupare il centro della conversazione, ma in questo centro non può stare da sola, deve associarsi con l’arte, la scienza, l’ingegneria, le scienze ambientali e del clima.
L’ALLESTIMENTO ALLE CORDERIE E LE TRE INTELLIGENZE: NATURALE, ARTIFICIALE, COLLETTIVA
Non è allora un caso che la mostra partirà nel presentare Venezia come invenzione umana dal significato planetario, capace di mettere insieme le tre intelligenze che costituiscono gli aspetti intorno ai quali si articola l’esposizione: l’intelligenza naturale, l’intelligenza artificiale, l’intelligenza collettiva.
Alle Corderie l’allestimento, atmosferico e metallico, sarà realizzato dallo studio Sub di Berlino, celebre per aver concepito numerosi flagship e show per Balenciaga. Una serie di spazi modulari e frattali, ovvero capaci di contenere scale diverse, darà vita a quello che Ratti ha definito “un organismo vivente” che occuperà l’insieme dell’ala lunga e al quale i giovani designer grafici svizzeri Kasper Florio – responsabili anche del catalogo – inseriranno dei layer digitali capaci di espandere la dimensione dell’esposizione.
Una parata interminabile di casi studio, dove ogni progetto presentato sarà l’illustrazione di una ricerca originale svolta nell’intento di portare nuove idee nell’ambiente costruito. Le domande di base per individuarli sono state: “Come apparirà il clima del domani? Come le popolazioni in movimento rimodelleranno il mondo? Come vivremo questi cambiamenti?”.
L’INTELLIGENZA NATURALE
Qui una prima sezione sarà dedicata appunto all’architettura, come parte dell’intelligenza naturale, in modo da dimostrare come dovremmo lavorare con la natura. Qualcosa ha plasmato il nostro ambiente in milioni di anni e rispetto alla quale dobbiamo trovare il modo di trasformarlo in modi diversi dagli attuali. Tra i progetti elencati nel comunicato stampa segnaliamo qui solo Matter Make Sense di Ingrid Palette e Stefano Campolongo, per la presenza di Margherita Palli, vedova di quell’Italo Rota che stava collaborando alla concezione delle Biennale fino alla sua morte, e con cui Ratti ha realizzato l’indimenticabile padiglione delle barche rovesciate per la partecipazione dell’Italia a Expo Dubai 2020.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’intelligenza artificiale occuperà invece una seconda sezione. Artificiale va inteso secondo la definizione data da Herbert Simons, premio Nobel per l’economia per le ricerche sul processo decisionale nelle organizzazioni economiche, pioniere nel campo dell’intelligenza artificiale, e ideatore del celebre General Problem Solver, il primo programma per computer creato al fine di risolvere problemi generali (formalizzati) separando la strategia di problem solving dall’informazione sui problemi da risolvere. Scienze dell’artificiale, è il nome che Simon dà a quell’insieme di saperi il cui oggetto è quell’ampio ventaglio di attività pratiche – che va sotto il nome di progettazione – volte alla costruzione e trasformazione di qualcosa in vista di determinati obiettivi e di un migliore adattamento dell’uomo all’ambiente, come le città, gli edifici, gli oggetti. Tali oggetti, secondo Ratti, oggi sono diventati “quasi vivi”, in un processo di coevoluzione tra artificiale e naturale, e vanno perciò osservati con attenzione. Tra tutti i progetti annunciati, vale la pena aspettare di vedere con interesse la ricerca sul futuro della costruzione attraverso l’impiego di robot umanoidi, un modo per capire come evolverà il lavoro umano nell’edilizia grazie alla partecipazione di queste macchine intelligenti.
L’INTELLIGENZA COLLETTIVA
L’intelligenza collettiva occuperà una terza sezione, ovvero quell’intelligenza di noi insieme per migliaia di anni e che ci ha permesso di creare un’architettura prima degli architetti stessi. Per dare voce a tutti gli angoli del mondo questa sezione conterrà uno Speakers’ Corner, una piattaforma fisica disegnata da Christopher Hawthorne, Johnston Marklee e Florence Rodriguez dove si svolgeranno discussioni e workshop con dozzine di eventi ogni mese. Infine una sezione “Out” esplorerà gli spazi non terresti, interrogandosi se ci andremo a vivere. In essa sarà proposto anche un progetto transdisciplinare che coinvolge il celebre Jean-Michel Jarre e la sua concezione della musica nello spazio, oltre a molte proposte ispirate dalle ricerche spaziali ma volte a migliorare la vita sulla terra, come le tecniche di isolamento termico.
Indubbiamente la Biennale sarà eccezionale e ricca di progetti stimolanti, efficienti e curiosi (nel senso genuino della parola: della ricchezza umana che accompagna e ci unisce a esperienze lontane). Sarà un punto di incontro importante e il format laboratorio imporrà di tornare più volte a vedere la quantità mostruosa di esempi presentati.
UNA BIENNALE CHE NON VUOLE ESSERE POLITICA?
Ascoltando le prime reazioni l’approccio tecnocratico impressiona per i numeri, ma sembra lasciare volutamente al di fuori l’aspetto politico delle proposte. L’incidenza di esso potrebbe però essere spiegata, senza ricorrere al facile esempio delle recenti elezioni americane, proprio recuperando la teoria della razionalità limitata di Simon, che descrive come le persone prendono decisioni non in forma perfettamente razionale, ma in modo limitato e spesso sub-ottimale a causa di vincoli cognitivi, informazioni incomplete e tempo a disposizione.
L’insieme della mostra evoca così un po’ la Roadmap 2050: A practical Guide to a Prosperous, Low-carbon Europe di OMA, redatta da Reinier de Graaf. Commissionato dalla European Climate Foundation, quel rapporto, pubblicato nell’aprile 2010, includeva approfondite analisi tecniche, economiche e politiche condotte da cinque importanti società di consulenza (Imperial College London, KEMA, McKinsey & Company, Oxford Economics e AMO) per rendere prospero il Vecchio Continente e risolvere per sempre il problema ambientale. C’è però da chiedersi, se questa cosa esisteva già 15 anni fa, perché siamo ancora a questo punto? Probabilmente perché, al di là del ruolo giocato dalle lobby, evidente nelle figure coinvolte nello studio, il problema costante rimane la complessità umana e la capacità di implementare i progetti con coerenza e rispetto delle parti. Qualcosa di estremamente umano, ma in cui forse difetta l’intelligenza, sulla quale incidono, più che prevalgono, le strutture e le vischiosità sociali, a impiegare termini estremamente neutri.
VENEZIA COME “LABORATORIO VIVENTE”. MA NON CI CONVINCE
Venice living laboratory, la parte dedicata a Venezia, sembra invece purtroppo la sezione più debole del programma. Attendendo di essere felicemente smentiti, sarà quella che scatenerà le polemiche dei veneziani, certamente troppo reazionari, privi di una visione che non sia nostalgica e vernacolare del futuro da voler il museo delle imbarcazioni storiche, delle arti e dei mestieri tradizionali al posto dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale all’Arsenale (uno dei progetti del PNNR più cruciali in città e che farà tornare finalmente i documenti della storia della mostre nella sede espositiva), ma a cui è difficile negare di essere consapevoli delle dinamiche di questi eventi. Sarà per loro difficile non accusare queste proposte immedesimandosi nei poveri a cui è salva la vita grazie alle ennesime trovate dei ricchi benpensanti del jet set accademico-professionale.
IL CAFFÉ CON L’ACQUA DELLA LAGUNA (E ALTRI NAZIONALISMI INCONSAPEVOLI)
Tutti questi progetti sull’acqua sono veramente necessari? Non sappiamo se avranno lo stesso valore dei murales al mercato di Chioggia degli artisti cileni nel 1974 (tanto per ricordare quanto progressivamente decentrata fosse la Biennale di cinquant’anni fa), ma di sicuro nessuno canterà – come si ascolta nello splendido documentario Murales (alla Biennale di Venezia) di Michele Sambin e Sergio Ballini, uno dei grandi architetti che questo estuario non è nemmeno consapevole di avere – “Pinochet, ma chi ti xe?”.
Senza voler portare indietro l’orologio della storia, che non va mai bene, bisognerebbe forse però almeno non portarlo inutilmente avanti, se ora si vuol fare con l’acqua del canale il caffè più buono d’Italia (“e quindi il più buono del mondo” è stato detto in presentazione, con un inconsapevole dose di nazionalismo – come se altre forme di caffè fossero implicitamente tutte da meno – e di mancanza di conoscenza, visto che le preferenze italiane sono in mutazione e la Gen Z sta già dedicandosi ad altre bevande e dimostrando che, come sempre, i dati saranno anche oggettivi, ma li si usa come si vuole). Un’immagine da ottimismo inizio anni 2010, quando si facevano i cocktail con i robot al Salone e nelle elezioni amministrative la sinistra faceva man bassa, mentre oggi il cantiere dell’acquedotto sta devastando l’idrografia della laguna centrale sotto gli occhi di tutti e la città vive una crisi politica non da poco.
E qui emerge una grossa questione, perché è difficile uscire dal circolo celebrità, sponsor solidi, capaci di finanziare in modo sostanzioso progetti importanti in modo da offrire un evento in grado di attirare il pubblico. Non è un problema dell’istituzione Biennale, che ha selezionato ancora una volta un ottimo curatore – strepitosa ad esempio l’idea delle interviste impossibili a mitiche figure del passato, anche se l’ideazione del programma fu di Lidia Motta e Sandro D’Amico, e non di Eco e i testi li scriveva a volte Italo Calvino e non ChatGPT – è qualcosa di epocale…
NAZIONE, CULTURA E FUTURO: QUALI RADICI, QUALI STRADE?
Allora sarà forse il caso di concludere da boomer liceali anche questa riflessione, ricordando che nel dialogo leopardiano “tra la natura e un islandese” non manca un accenno conclusivo all’architettura, sotto forma di mausoleo e spazio espositivo: “… è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.”
Un modo di cominciare a chiedere ironicamente quanto l’idea di cultura nazionale nostra sarà capace di dimostrare di essere sincronizzata sui tempi presenti e non esprimere una volatile esposizione di sabbia. Qualunque cosa diverranno questi tempi.
In questo senso l’Italia, non tanto con la sua presunta cultura classica – che era ad esempio quella che promuoveva anche il fascismo (magari pensando con leggerezza ad Amarcord che dimostrava quanto si potesse fare di positivo anche con quell’immagine, e che comunque fu presentato a Cannes e non al Lido per evitare polemiche) – ma con un’idea di razionalità, di umanesimo e democrazia repubblicana, sarà capace di far dialogare con meno contraddizioni masse e privilegiati progressisti? Intanto, bravo è stato il presidente filosofo dell’istituzione a insistere, sin dall’inizio, sulla necessità di dare una pronuncia dura della “G” nel titolo, visto che la gran parte nominerà inconsapevole il titolo all’inglese, dando vita a un inquietante significato: “la raccolta di informazioni è l’atto di ottenere informazioni segrete o riservate” (intelligence).
LINK
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