Per un design DIY del desiderio. Erotismo e superfici indossabili nella pratica artistica di Cristina Dezi

In questo breve articolo introduciamo la pratica di Cristina Dezi, artista multidisciplinare, concentrandoci in particolar modo sul rapporto tra superficie, pelle e tecnologia, riflettendo sulla nostra natura artificiale e manipolabile.

Artista queer e designer interdisciplinare, Cristina Dezi lavora attraverso una lente femminista tessendo una rete produttiva che include biomateriali, tecnologie indossabili, esplorazioni tessili, performance, new media art, sound design, biohacking e attivismo performativo. Con un background in Fashion Design e Nuove Tecnologie Tessili, la sua ricerca si concentra sulla costruzione di nuove tecnologie per l’esplorazione sessuale e rituali simbolici di stregoneria da una prospettiva eco e tecnofemminista. Insieme a Giulia Tomasello è co-fondatrice di Bruixes_Lab, un laboratorio nomade che intreccia in modo intricato biotecnologia intima, ideologie transfemministe e pratiche DIY intrecciando microbiologia e fluidi corporei.

Qui vorrei riflettere brevemente sulle sue sperimentazioni nel campo delle wearable’s, dispositivi tessili composti in biomateriali, seconde pelli interattive che costituiscono nuovi poli percettivi di godimento.

Cristina dezi, courtesy dell'artista

EDITING SENSIBILE

Dezi realizza veri e propri workshop in cui accompagna ogni partecipante a costruire la propria wearable personale, lembi di pelle applicabili in una zona del corpo a piacere in grado di generare stimolazioni ed esperienze sensoriali altrimenti non sperimentabili in quel medesimo punto del corpo. L’artista crea così le condizioni di possibilità per trascendere le zone erogene classiche attraverso l’applicazione di nuove di nuove zone sensibili. Per farlo, con le parole dell’artista, ‹‹le texture biologiche incorporano circuiti morbidi, attuatori e sensori in base alle preferenze dell’utente che producono frequenze, suoni, vibrazioni e cambiamenti cromatici che rispondono a stimoli sessuali, informazioni tattili e riscaldamento corporeo, creando esperienze sensoriali uniche che potrebbero migliorare o simulare altre sensazioni, espandendo lo spettro del piacere oltre ciò che è naturalmente ottenibile››.

INVERTIRE LE TECNOLOGIE DI POTERE

Le tecnologie indossabili a uso sociale sono sostanzialmente legate a una programmazione che viene dall’alto per poi arrivare alla fruizione passiva di chi le utilizza. In quanto oggetti di consumo, queste tecnologie tentano sempre di interpellare il desiderio della loro utenza. La pratica di Cristina Dezi tende invece a riconfigurare questa co-costruzione del desiderio dall’alto al baso invertendo la direzione: attraverso una pratica DIY, non si è più reduci di una costruzione immaginifica di un desiderio dettato da aziende e tendenze, ma si prova ad ascoltare il proprio corpo sperimentando aperture inedite che in fondo ci ricordano che la sessualità e l’erotismo sono sempre qualcosa di performativo, artificiale e manipolabile, e che ciò che viene calato dall’alto è sempre una delle tante narrazioni possibili.

Rednoises femlab residency, 2023, courtesy dell’artista.

LA METAFORA TESSILE

Non è un caso che la wearable dell’artista sia un tessuto indossabile, una seconda pelle. L’indossare qualcosa, l’abbigliamento, ha sempre avuto un carattere sociale legato alla costruzione di un immaginario visuale legato al potere e alle gerarchie sociali, ma soprattutto, pensiamo anche alla moda, si tratta di indossare desideri, di essere poli attrattivi, lo diceva anche il famoso saggio sulla moda di Georg Simmel. L’elemento tessile è già di per sé archetipo, proto-dispositivo indossabile che modifica il campo desiderante e i rapporti di forze tra soggetti, pensiamo all’abbigliamento BDSM o alla pelliccia della venere di Masoch. Andando ancora indietro, la stessa superficie della nostra pelle, che non scegliamo, è una sorta di travestimento involontario, sempre soggetto a cambiamenti percettivi legati alla fantasia, alla propriocezione di noi stessi o alla nostra nudità carnale di fronte ai desideri e alle fantasie di uno sguardo esterno. Siamo superfici artificiali infinitamente significabili e reversibili; l’artista, non a caso, utilizza biomateriali per costruire questo strato cutaneo ulteriore, come a significare che questo, seppur assemblato e munito di cavi elettrici e batterie, non è in fondo diverso dal nostro corpo.

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Christian Nirvana Damato
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