Quando il cinema incontra l’arte. Il meglio di Art City Cinema 2025

Nella rassegna di Art City Cinema 2025, due film esplorano l’arte e la memoria. How About Art? di Koppelkamm riflette sulla rappresentazione dell’arte nel cinema, mentre Ernest Cole: Lost and Found di Peck racconta la vita del fotografo sudafricano attraverso i suoi scatti (e la sua voce).

All’interno delle fitte e frenetiche programmazioni di Artefiera e Art City 2025, che dal 7 al 14 febbraio hanno trasformato la città di Bologna in un enorme museo di arte contemporanea diffuso, si trova un luogo speciale di visione che si distingue da tutti gli altri spazi espositivi; tale spazio, contemporaneamente pubblico e privato, condiviso ma intimo, ci permette di sederci, calarci in un’atmosfera parallela e sprofondare, almeno per un paio d’ore, in storie di vita, d’arte e di artisti capaci di introdurci a mondi, prospettive e percezioni mediate dal sapiente occhio della camera, e di colui che la manovra.

Stefan Koppelkamm, How About Art? (2024)

HOW ABOUT ART? (2024), DIRETTO DA STEFAN KOPPELKAMM

“That’s the magic of cinema, baby!”, direbbe un qualsiasi produttore hollywoodiano, rimarcando l’ovvietà dell’osservazione. Eppure, ancora seduti sulla poltrona del Cinema Modernissimo dopo aver assistito alla proiezione di How about art? ci si rende conto di quanto queste sovrapposizioni di sguardi e intenzioni possano influenzare la percezione di interi microcosmi, fino addirittura ad assumersi a paradigmi che s’impongono nell’immaginario collettivo. Proprio su questo complesso processo culturale afferma di aver lavorato Stefan Koppelkamm, fotografo, designer e visual artist che con How about art? compie la singolare scelta di giustapporre tutte le scene più significative di film che dal 1924 al 2020 hanno immortalato l’arte e le sue più disparate pratiche: un archivio di scene estrapolate da oltre 250 film e un lavoro di ricerca di ben 4 anni si racchiudono in 14 capitoli, che scorrono davanti agli occhi dello spettatore invitandolo a riconoscersi nei rituali del mondo dell’arte.

Dall’evento glamour e ancora immutato degli opening al leggendario e tormentato processo creativo dell’artista, passando per l’osservazione – anche ironica – delle pratiche di vendita delle opere, il microcosmo dell’arte, tutte le sue prassi e persino le sue più piccole meschinità vengono affiancate e giustapposte senza commenti, né soluzione di continuità, lasciando spazio alle associazioni creative dello spettatore e offrendo una raffigurazione piuttosto accurata di quale sia la percezione del mondo dell’arte osservato al di fuori di se stesso. Una percezione certamente stereotipata e «fantascientifica», come lo stesso Koppelkamm ha precisato durante il dibattito post-proiezione, ma che è reale nella misura il cui l’immaginario popolare la riconosce come tale: «illustrando come il cinema abbia sostituito la storia (dell’arte) con le sue finzioni», continua Koppelkamm, «racconto la modalità con cui la collettività ha deciso di abitare l’arte attraverso una sua personale rappresentazione».

Inserendosi all’interno del più ampio di interesse di Koppelkamm per l’evoluzione del rapporto tra spazio, società e memoria, tale fenomeno di ”esperienza cinematografica dell’arte” qui osservato trova peraltro un suo ulteriore valore sociale e antropologico: nel suo essere, infatti, un progetto potenzialmente inesauribile, che vedrebbe la sua fine solo con la morte dell’arte (o con l’estinguersi dell’umanità), quello individuato da Koppelkamm è uno strumento che può offrire spunti di approfondimento per lo studio di altri fenomeni di rappresentazione collettiva non ancora messi sotto la lente di ingrandimento (della camera).

Raoul Peck, Ernest Cole: Lost and Found (2024)

ERNEST COLE: LOST AND FOUND (2024), DIRETTO DAL RAOUL PECK

Nel 2017, in un box deposito di una banca di Stoccolma, vengono ritrovate scatole e faldoni contenenti oltre 60.000 negativi di fotografie e cinquecento stampe di grande valore. Nessuno – o così pare – sa chi le abbia affidate alla banca né, tantomeno, chi ne abbia pagato le spese di mantenimento per molti anni. Di certezza ce n’è una soltanto: gli scatti appartengono al noto fotografo sudafricano Ernest Cole (1940-1990), l’artista che, per primo, ha raccontato senza censure al mondo gli orrori dell’Apartheid.

Potrebbe sembrare il promettente incipit di un romanzo giallo, invece si tratta della realtà: è proprio dalla scoperta di quelle fotografie ritenute perdute che muove il documentario Ernest Cole: Lost and Found, di Raoul Peck, vincitore del premio L’Œil d’or al Festival di Cannes 2025. Chi conosce il cinema del regista haitiano sa che attivismo politico e denuncia sociale sono pilastri fondanti della sua poetica; basti pensare al brillante documentario I am not your Negro – candidato nella sezione miglior documentario agli Oscar 2017 –, in cui viene dissezionata, con un approccio originale focalizzato sul gioco degli sguardi, la carriera di James Baldwin, noto attivista afro-americano.

Otto anni dopo il successo di I am not your Negro, Peck torna a dedicarsi alla poetica dello sguardo attraverso la macchina fotografica di Ernest Cole, ma non si accontenta di raccontarne vita e opere in maniera tradizionale: per favorire una comprensione completa e sfaccettata della mentalità artistica del protagonista, Peck non solo eleva Cole a co-sceneggiatore, ma lascia che sia il voice-over del fotografo stesso – impersonato da Lakeith Stanfield – ad accompagnare una narrazione visiva affidata quasi completamente ai suoi scatti fotografici.

Dall’infanzia nei sobborghi di Pretoria alla pubblicazione del controverso libro House of Bondage, passando per l’esilio forzato negli Stati Uniti e gli anni passati a vagabondare come clochard per le stazioni americane, la breve, tormentata vita di Ernest Cole assume le fattezze di centinaia di scatti in bianco e nero e riflessioni personali, andando a costituire un ritratto intimo e amaro.

Centocinque minuti perlopiù riempiti da foto e voice-over rappresentano un rischio molto alto per la soglia dell’attenzione del fruitore e, va detto, non mancano durante la visione dei momenti di difficoltà. Tuttavia, la bellezza feroce e brutale fotografie di Cole messe a nudo sullo schermo fanno di questo documentario una personale imperdibile.

Articolo scritto in collaborazione con Letizia Cilea

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Martina Bazzanella
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