Cosa si nasconde dietro la curatela e la produzione di mostre? Come si riesce a conciliare vita personale e professionale? Lo abbiamo chiesto a Francesca Giubilei e Luca Berta, due curatori che nel 2014 hanno dato vita a VeniceArtFactory.
Francesca Giubilei e Luca Berta sono le menti creative dietro VeniceArtFactory, una realtà che fonde curatela e produzione artistica nel cuore di Venezia. Con un approccio unico e una profonda conoscenza del sistema dell’arte, la coppia ha contribuito a trasformare la città lagunare in un laboratorio per artisti, collezionisti e istituzioni internazionali.
In questa intervista, abbiamo voluto approfondire il loro lavoro, il ruolo di VeniceArtFactory a Venezia e nel panorama artistico contemporaneo, e il loro impegno nel connettere tradizione e innovazione.
Come vi siete conosciuti e quando avete deciso di fondare VeniceArtFactory?
Ci siamo conosciuti nel 2011-2012. All’epoca lavoravamo entrambi a Murano come project managers e assistenti curatori per il progetto Glasstress. Seguivamo gli artisti in fornace, assistendoli nella realizzazione delle loro opere e ci occupavamo di tutti gli aspetti organizzativi legati a questo progetto internazionale sul vetro e l’arte contemporanea. Abbiamo lavorato a stretto contatto e ci siamo subito sentiti in sintonia dal punto di vista professionale. In quel periodo abbiamo costruito tante relazioni professionali e di amicizia con artisti da tutto il mondo, che continuano ancora oggi. Poi nel 2014 abbiamo deciso di dare vita ad un progetto nostro e autonomo…e nel frattempo è nata anche la nostra storia di coppia.
Quali sono stati i primi progetti che avete realizzato?
Quando abbiamo fondato VeniceArtFactory la nostra sede era in un piccolo spazio ibrido (espositivo e di lavoro) a Castello, vicino alla Biennale. Misurava 18mq e aveva una vetrina affacciata sulla strada. Lì avevamo scelto di presentare micro-mostre con un focus sul vetro contemporaneo. Ci siamo molto divertiti a curare le mostre in quello spazio, così sfidante per le dimensioni ridottissime. Ogni scelta doveva essere ponderata, un’opera in più o fuori posto avrebbe distrutto l’equilibrio del progetto. L’idea iniziale si è velocemente trasformata, abbiamo da subito iniziato a lavorare anche per mostre collegate a Biennale, ad occuparci di ricerca e selezione di spazi espositivi e di supporto organizzativo per grandi progetti. L’attività è velocemente evoluta in qualcosa di più complesso e ambizioso, ma siamo rimasti nella sede di Castello per qualche anno.
C’è un progetto a cui siete particolarmente legati o che ha rappresentato una svolta per VeniceArtFactory?
Non crediamo ci sia un progetto specifico che ha rappresentato una svolta per la nostra attività professionale. Sono stati tutti mattoni che hanno contribuito a costruire la nostra esperienza, professionalità e credibilità. Sicuramente ci sono delle figure che all’inizio sono state determinanti, perché hanno creduto in noi, nonostante VeniceArtFactory fosse appena nata: Didier Guillon, presidente della Maison Valmont Cosmetics e di Fondation Valmont; James Putnam, critico e curatore inglese, Rosslynd Piggott, artista australiana. Una mostra, comunque, alla quale siamo molto legati, perché descrive un po’ la follia e l’incoscienza di chi inizia qualcosa ed è determinato a farlo funzionare è “The Sound of Creation”, la bi-personale di Beezy Bailey e Brian Eno che abbiamo curato nel 2015, come evento collaterale della 56. Biennale d’Arte di Venezia, presso lo scalone monumentale del Conservatorio Benedetto Marcello. Una mostra “quasi impossibile” sulla carta per tante ragioni, che si è trasformata in un successo. La mostra si sviluppava lungo i 7 piani dello scalone, con le opere all’interno delle nicchie dei pianerottoli, fino poi a giungere alle stanze del sottotetto e alla terrazza panoramica. I quadri, dipinti a quattro mani dagli artisti, erano accompagnati da tracce sonore composte da Brian Eno, che si potevano ascoltare in cuffia. Trovammo anche una piccola ma determinante sponsorizzazione da parte della Fondation Cartier di Parigi.
Quali sono gli aspetti più complessi e stimolanti del vostro lavoro di curatela e produzione di mostre?
Crediamo le due cose coincidano, ciò che è più complesso è anche più stimolante. Si tratta della necessità e abilità di gestire le relazioni umane, che sono sempre il motore di ogni progetto espositivo. Confrontarsi con culture, modi di pensare e relazionarsi molto diversi dal nostro, perché questo è quello che accade collaborando con artisti e team da tutto il mondo, ci arricchisce infinitamente, si aiuta a metterci nei panni degli altri, a guardare con i loro occhi. A volte è faticoso, ci sono indubbiamente degli ostacoli nella comprensione reciproca, ma crediamo sia il valore più rilevante del nostro lavoro.
Dietro ad una mostra ci sono gli artisti con le loro aspettative, i desideri, le ambizioni, le ansie, a volte i capricci; i curatori con le loro idee e i loro ego, gli sponsor con le loro ambizioni di visibilità, e poi c’è chi deve far quadrare i conti, chi deve realizzare praticamente le opere e gli allestimenti, ecc… noi agiamo come aggregatori di tutte queste differenti necessità e dobbiamo cercare di indirizzare le molteplici forze verso un obiettivo condiviso. Non è sempre facile, ma quando la mostra apre e tutti gli attori sono soddisfatti, è molto appagante.
La curatela, a differenza del project management, concede più spazio all’espressione delle nostre idee. Quando assumiamo questo ruolo possiamo sfidare noi stessi dal punto di vista intellettuale, non solo delle capacità manageriali e organizzative. Ma ormai, tranne poche eccezioni, la maggior parte dei curatori deve comunque occuparsi anche di budget, raccolta fondi, comunicazione e di tanti altri risvolti pratici.
Qual è stata la situazione più surreale o inaspettata che avete vissuto nel vostro lavoro?
Una domenica mattina a maggio 2020 riceviamo una telefonata. È un giornalista americano che ha letto una nostra intervista online sulla situazione dell’arte a Venezia, durante il periodo del confinamento pandemico. Ci mettiamo d’accordo per vederci, Luca lo porta in giro in una Venezia appena riaperta, gli fa vedere la mostra di un artista inglese, Anthony Corner, che avevamo aperto nel nostro spazio SPARC* il giorno prima del primo caso di covid in Italia. La curiosità globale resta alta nei confronti di Venezia e del suo futuro, alimentata dalle immagini delle calli deserte, o dalle notizie incontrollate sulla presenza di animali di ogni tipo nei canali. Il lato surreale era quello di girare per Venezia, o di riaprire le mostre e sentire parlare solo il veneziano, senza quel miscuglio di lingue che da sempre contraddistingue la città. Il lato inaspettato fu, la settimana dopo, trovare l’articolo scritto dal giornalista sul New York Times, con la foto di Luca in prima pagina.
Se poteste cenare con un artista (vivente o del passato), chi scegliereste e perché?
Francesca: Sceglierei un buongustaio, qualcuno di divertente, che apprezzi la cucina, il buon vino e le risate. Sceglierei qualcuno che comprenda il valore della tavola come luogo simbolico di scambio e condivisione. Mangiare insieme richiede un certo grado di intimità, fiducia. Spesso si abbassano le difese e ci si mostra onestamente per quello che si è. Le conversazioni più interessanti nascono sempre davanti ad un buon piatto! Dunque, per rispondere a questa domanda, devo nominare necessariamente qualcuno che conosco e apprezzo per queste caratteristiche. Sceglierei Pedro Cabrita Reis, con il quale ho pranzato qualche giorno fa, perché sono certa che trasformerebbe l’incontro culinario in qualcosa di inatteso e creativo.
Luca: Forse sceglierei Harald Szeemann, che non era un artista, ma ha di fatto inventato il ruolo del curatore. È una di quelle figure di fondatori che riescono a esprimere una visione di lungo termine. E pare avesse una capacità straordinaria di raccogliere persone diverse attorno a un’idea. Mi piacerebbe fargli tante domande, rubargli qualche segreto.
Durante un talk organizzato da art-frame su arte e artigianato, Luca ha confessato che spesso vi confrontate su questo tema a cena. Come si riesce a essere una coppia nella vita e nel lavoro? Ci sono dei momenti in cui si creano delle tensioni tra di voi?
Come dicevamo all’inizio, ci siamo conosciuti prima in ambito lavorativo e successivamente siamo diventati una coppia. Questo probabilmente ci ha aiutati, perché conoscevamo già le modalità lavorative dell’altro. Ci piace discutere, a volte anche con animosità. Nella maggior parte dei casi abbiamo opinioni convergenti, ma a volte capita che le nostre posizioni siano distanti. Alla fine, però, soprattutto in ambito professionale, sappiamo di dover trovare una sintesi e la troviamo.
Per noi non è così difficile condividere vita e lavoro, è sempre stato così sin dall’inizio. Ci piace, abbiamo un sacco di interessi in comune e poi per noi le due cose non sono mai state così distinte. Abbiamo scelto di creare VeniceArtFactory insieme, che è la nostra realtà professionale, ma è anche parte di noi, di quello che siamo, dei nostri desideri, speranze.
Qual è l’aspetto dell’altro che più apprezzate, sia a livello professionale che personale?
Francesca: Di Luca apprezzo soprattutto quello che sento mancare a me: la capacità di mediare sempre e comunque, di trovare una ragione valida, un aspetto positivo in ogni situazione. Devo dire che questa qualità professionale ha dei riverberi anche nella nostra relazione personale, Luca con me deve esercitare spesso tutta la sua pazienza 😊… e poi di lui apprezzo senza dubbio la vasta cultura e le doti intellettuali.
Luca: Francesca ha molte doti speciali, innestate su una capacità impressionante di gestire carichi di lavoro. Mi fido del suo occhio, e del suo giudizio, anche quando è diverso dal mio. E non sono sicuro delle mie stesse idee finché non mi sono confrontato con lei. Credo che una dinamica simile impronti anche la nostra relazione personale, dove le reciproche differenze diventano una forza di attrazione.
Se non vi foste dedicati all’arte, in quale altro ambito vi sareste immaginati di lavorare?
Francesca: Ho sempre avuto abbastanza chiaro che questo era il settore di mio interesse, certo non era scontato che sarei riuscita a trasformare una passione in un lavoro.
Comunque, se oggi potessi rispondere alla domanda che si fa ai bambini “Cosa vorresti fare da grande?” forse risponderei l’etnografa o l’antropologa.
Mi affascina l’osservazione di pratiche culturali e espressioni simboliche diverse dalle nostre… forse la macroarea di interesse rimane comunque la stessa: interessarsi all’arte in fin dei conti significa analizzare la cultura e dunque le relazioni nelle diverse società umane.
Luca: Forse avrei proseguito, se avessi avute le capacità e la resistenza necessarie, il mio percorso accademico in ambito filosofico-letterario. Ma mi piace vedere come certe attitudini di pensiero si applicano a un ambito diverso come quello dell’arte contemporanea.
Qual è il vostro posto preferito a Venezia, magari un angolo meno conosciuto ma speciale per voi?
Francesca: a Venezia io spesso cerco il verde, perché un po’ mi manca. Dunque, d’estate mi piace sedermi sulla piccola terrazza dentro i Giardini della Biennale, tra il Padiglione Germania e Canada. Da lì, sotto l’ombra degli alberi, c’è una bella vista sulla laguna, si è fuori dal caos e ogni tanto gironzola un bel gattone a cui piace stendersi al sole e farsi accarezzare.
Luca: c’è una piccola nicchia in pietra lungo il perimetro di Campiello Pisani, accanto al Conservatorio. Mi piace sedermi lì e fumare una sigaretta, ascoltare gli studenti che fanno le prove con i diversi strumenti, assistere al cambio dell’inclinazione dei raggi del sole durante il succedersi delle stagioni.
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