Dopo la rielezione di Trump, il mondo appare sempre più polarizzato, con confini ideologici sempre più rigidi. A Città del Messico, la mostra Bordear. Una idea de frontera esplora il concetto di confine oltre il limite politico, coinvolgendo artisti e ricercatori per stimolare una riflessione critica.
Dopo la rielezione di Donald Trump, la situazione geopolitica mondiale appare sempre più sotto pressione, influenzata da nuove ideologie populiste che sfociano in slogan razziali e in mosse ormai prive persino di quelle goffe procedure “diplomatiche” che un tempo regolavano le dinamiche internazionali. Oggi la politica globale somiglia sempre più a una tifoseria ultras, dove i diversi schieramenti si sfidano a chi urla più forte e a chi la spara più grossa. In questo sistema caotico e polarizzato, farsi un’opinione pubblica consapevole o provare ad approfondire certe tematiche diventa sempre più difficile. Fortunatamente, però, esistono ancora progetti che riescono a fornire gli strumenti per comprendere il nostro presente e il futuro.
Con questa nuova uscita di SUPER FRESH, vi portiamo in Messico, al Museo Palacio de Autonomía, all’interno della mostra Bordear. Una idea de frontera. In spagnolo, il verbo bordear si riferisce sia all’azione di camminare lungo il bordo di qualcosa, sia a quella di evitare una difficoltà. In entrambi i casi, che si tratti di percorrere un limite o di eluderlo, il termine racchiude l’esperienza del confine.
L’intento di questo progetto è quello di superare il concetto tradizionale di confine e di invitare il visitatore a esplorare questa esperienza ben oltre l’archetipo dei limiti politici e sociali che il confine simboleggia.
Qual è oggi il significato di questo concetto? E come lo percepiamo? A offrirci, non delle risposte definitive, ma chiavi di lettura, sono sei artisti internazionali — Border Forensics, Pierre Valls, Ingrid Hernández, Cassandra Mayela, Yeni Mao e Rubén Ulises Rodríguez Montoya — insieme a un team curatoriale di esperti e ricercatori composto da Anne-Laure Amilhat Szary, Andrea Masala, Paula Duarte e Torrivilla.
La mostra si basa su ricerche approfondite e testi scientifici, grazie alla collaborazione tra gli istituti di ricerca Université Grenoble-Alpes, Università di Genova, CEMCA, Villa Albertine e l’agenzia curatoriale Procu. Oltre alla mostra, questo progetto sarà il punto di partenza per una serie di attività mirate a riflettere sul concetto di confine da una prospettiva accademica e artistica.
Il confine è uno spazio di transito e trasformazione e, per questi artisti, diventa anche il luogo ideale per installazioni, video e sculture. Le loro opere ci invitano a ripensare l’idea di confine, in un momento in cui frontiere e migrazioni sono al centro del dibattito politico e sociale. Anche se, a pensarci bene, quando hanno mai smesso di esserlo?
Siamo riusciti a parlare con due dei curatori coinvolti. “Che le si intenda come arte ‘dai’, ‘sui’ o semplicemente ‘a proposito’ dei confini, opere come queste si rendono sempre più necessarie — ora più che mai — come contro-antidoto alle frequenti narrazioni enfatizzate e distorte dei confini come teatri di invasioni barbariche che impediscono di cogliere il vero potenziale di crescita culturale offerto dall’incontro tra popoli e saperi”. ci racconta Andrea Masala, dottorando in storia dell’arte contemporanea e geografia, che studia la spettacolarizzazione dei confini ed è stato visiting researcher presso rinomate istituzioni internazionali.
Con Anne-Laure Amilhat Szary, PhD, Professoressa ordinaria presso l’Université Grenoble-Alpes in Francia e membro onorario dell’Institut Universitaire de France, abbiamo provato, invece, a entrare dentro la mostra: “‘Bordear’ offre al visitatore un’esperienza di confine lontana dalla linea stessa. La connessione proposta con le opere d’arte crea un ulteriore legame con la condizione di confine, che in realtà riguarda tutti e tutte noi: i confini sono il luogo in cui definiamo le nostre identità, che sono sempre plurivocali”.
Viviamo in tempi in cui la ridefinizione dei confini è al centro di campagne e programmi politici. Progetti come questo ci permettono di interrogarci, individualmente e collettivamente, su un concetto complesso come il confine: sia sulle emozioni che scatena in noi, sia su quelle che ci vengono mostrate sui social, su internet o dentro le nostre televisioni domestiche.
Ho voluto parlarvi di questa mostra, anche se lontana da raggiungere, per farvi scoprire progetti diversi da quelli che vediamo in Italia o in Europa. Progetti che partono da testi critici e da un lavoro di ricerca profondo, dove alla base non c’è il commento di un curatore qualsiasi, ma il contributo di studiosi e ricercatori che dedicano la loro vita a questi temi, raggiungendo livelli di approfondimento straordinari.
Non voglio screditare le mostre a cui siamo abituati, ma mostrare che esiste anche altro. L’augurio è quello di continuare a farsi sempre domande, senza mai adagiarsi su risposte preconfezionate, dogmi irremovibili o slogan superficiali che colpiscono senza lasciare spazio all’analisi. Andare in profondità è l’unico modo per comprendere davvero ciò che ci circonda.
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