La mostra Disgelo di Gregorio Botta da Atipografia non ti colpisce con la forza di un pugno, ma ti scivola dentro piano, come un respiro. Le sue opere, fatte di cera, alabastro e luce, sussurrano invece di urlare, invitando chi le guarda a rallentare e osservare: un’arte della fragilità e dell’attesa.
Ci sono mostre che ti colpiscono con la forza di un pugno in pieno stomaco. E poi ci sono quelle che ti si insinuano dentro come un vento leggero, uno di quei refoli primaverili che ti sfiorano il collo e ti fanno venire voglia di toglierti il cappotto. Disgelo, la personale di Gregorio Botta ad Atipografia, ad Arzignano, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non urla, non stravolge, non cerca di dimostrarti niente. Ti prende per mano e ti accompagna dentro una dimensione fatta di silenzi, pause e attese. Ti invita a guardare meglio, a respirare più lentamente, a sentire il tempo mentre si distende sotto i tuoi piedi.
A pensarci bene, il titolo della mostra è già un manifesto. Il disgelo non è un evento spettacolare. È una transizione, un passaggio da uno stato all’altro. Il ghiaccio si fa acqua, la rigidità si scioglie, la vita torna a pulsare sotto la superficie. Ed è proprio in questo momento sospeso che si muovono le opere di Botta: oggetti, materiali e installazioni che sembrano trattenere il fiato, in bilico tra l’essere e il diventare.
IL MINIMALISMO CHE RESPIRA: GREGORIO BOTTA IN MOSTRA DA ATIPOGRAFIA
Gregorio Botta, classe 1953, è uno che lavora di sottrazione. Niente orpelli, niente effetti speciali. Solo essenza. Le sue installazioni sembrano fatte per durare poco, per svanire nel momento in cui cerchi di afferrarle con lo sguardo. È un’arte del respiro, della leggerezza. Usa la cera, l’alabastro, il ferro e il vetro con la stessa grazia con cui un poeta sceglie le parole. Poche, precise, necessarie.
Le sue opere stanno da qualche parte tra l’Arte Povera e la filosofia zen. Ti fanno pensare a Giuseppe Penone, a Jannis Kounellis, ma anche a Wolfgang Laib e ai suoi tappeti di polline. Sono lavori che parlano di fragilità, di attesa, di equilibrio precario. E in questo, c’è qualcosa di profondamente contemporaneo. Perché diciamocelo: viviamo in un’epoca in cui tutto è veloce, urlato, sovraesposto. E invece Botta ci chiede di rallentare. Di stare lì, davanti a un velo di cera attraversato dalla luce, e aspettare. Di osservare le pagine di un libro sfogliate da un soffio d’aria, e capire che forse, in quel gesto minimo, c’è già tutto.
LE OPERE: FRAMMENTI DI UN TEMPO CHE SCORRE
Il percorso della mostra è un piccolo viaggio nei dettagli della materia, nei sussurri delle forme. Ci sono opere che sembrano sospese tra la vita e l’assenza, tra la memoria e il futuro.
Aprile è una lastra di alabastro sotto cui scorre l’acqua, imprigionando un rametto di capelvenere. Non è solo un gioco di trasparenze. È un’immagine che racconta l’istante esatto in cui qualcosa sta per liberarsi. È un respiro trattenuto, un’onda che sta per infrangersi. Ogni cinque minuti, su una parete, appare la proiezione di una cascata in piena. Un attimo di fragore, poi di nuovo silenzio. È il battito del disgelo, il ciclo eterno della trasformazione.
Non ancora è un libro aperto, le cui pagine bianche vengono sfogliate da un soffio d’aria invisibile. Ti avvicini e pensi che sia una magia, poi capisci che c’è un meccanismo nascosto, e allora ti chiedi se il vero trucco non sia quello di farti credere che il vento stia davvero leggendo qualcosa che tu non puoi vedere. Il titolo è un invito e una sospensione: non ancora scritto, non ancora detto, non ancora vissuto. È una storia in attesa del suo narratore. Forse sei tu.
Poi c’è Velari, un’opera fatta di veli sottilissimi, quasi impalpabili, che reagiscono al passaggio delle persone. Ti muovi, e loro tremano appena, come tende leggere in una stanza d’estate. La luce li attraversa, il tempo li sfiora. Sono lì per ricordarti che tutto è fragile, che tutto è destinato a dissolversi, e che forse è proprio questo a rendere tutto così prezioso. Infine, La danse, un dittico cinetico in cui due elementi si muovono lentamente fino a trovare, per un istante, un’armonia perfetta. Un pas de deux che si compie e si scioglie, di nuovo e di nuovo, come il ritmo stesso della vita.
UN SUSSURRO NECESSARIO
Alla fine della mostra, ti ritrovi fuori, tra i rumori della città, e hai la sensazione di aver lasciato qualcosa dentro quelle stanze. Forse un pensiero, forse un ricordo, forse solo un’ombra di quella quiete che hai attraversato. Disgelo è una mostra che lavora in sottrazione, che non ti prende a schiaffi ma ti scivola dentro piano, senza che tu te ne accorga. In un panorama artistico in cui spesso si scambia il rumore per rilevanza, la voce di Gregorio Botta è un sussurro necessario.
Se passate da Arzignano, fermatevi ad Atipografia. Prendetevi il tempo di guardare un pezzo di alabastro, una pagina bianca, un velo che trema. Rischierete di riscoprire che, nel silenzio, si nasconde sempre una storia.
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