L’estasi dell’abisso: il femminile in Nosferatu e nel cinema horror (e nella società)

Incompresa e per questo temuta, la donna è spesso protagonista di narrazioni oscure dai risvolti magico/demoniaci. Ma cosa ne pensa la Settima Arte a riguardo? Partendo dal recente Nosferatu di Robert Eggers, i temi di sofferenza, possessione e isteria verranno qui riletti sotto la lente sempre attuale del cinema.

*Disclaimer: all’interno di questo articolo la figura della donna è da intendersi nella sua accezione più assoluta e primordiale, provvista cioè di tutte le prerogative che le appartengono per antonomasia.

Come ogni opera d’arte che si rispetti, anche i film fungono da specchio dello spirito del proprio tempo. Anzi, a differenza di altri media e discipline, il cinema è forse quello che maggiormente incarna questo concetto grazie al suo strettissimo legame con la sfera dell’intrattenimento e, di conseguenza, con un pubblico estremamente vasto e variegato. Creatrice di storie e mondi immaginifici, la figura del regista si muove avvolta da un’aura mitologica dovuta tanto a una popolarità ben costruita nel tempo, quanto (nel migliore dei casi) da un talento artistico che può portare al compimento di veri e propri capolavori destinati a entrare per sempre nell’immaginario collettivo.
Grazie all’intrinseco elemento della spettacolarità, nonché a tutto il lavoro di promozione commerciale che ne consegue, i prodotti filmici possono ovviamente avere un impatto così forte sulle masse da portare anche all’invenzione di mode e tendenze. Ma tolte le derive capitalistiche dell’industria cinematografica e la narcisistica fame di fama dei cineasti, cosa può spingere davvero qualcuno a imbarcarsi non solo nella produzione di un film ma soprattutto nel remake di un capolavoro indiscusso?

ESOTERISMO E RIVISITAZIONE DEL FEMMINILE NEL NOSFERATU DI EGGERS

Una domanda del genere è impossibile non porsela dopo aver visto la versione di Nosferatu diretta da Robert Eggers. Dell’amore incondizionato da parte del regista statunitense nei confronti di Murnau, e del rispettivo Nosferatu, non è mai stato fatto mistero ma forse questa non basta come giustificazione. E allora perché decidere di riproporre il rifacimento di una pietra miliare del genere horror a più di un secolo di distanza, e dopo l’ulteriore rivisitazione di un altro mostro sacro come Werner Herzog? A differenza del primo, il Nosferatu di Eggers indugia infatti un po’ di più sull’aspetto esoterico insito nella storia evidenziando così alcune sfumature che, ricontestualizzate ai giorni d’oggi, svelano nuovi significati.

Centrale all’interno della pellicola è infatti lo stato psicofisico di Ellen Hutter (magistralmente interpretata da Lily-Rose Depp): un personaggio che tra invocazioni, incubi, e presagi riesce a stabilire una connessione così intima con il vampiresco Conte Orlok da diventarne il suo nefasto oggetto del desiderio. Incarnando di fatto lo stereotipo della “donna isterica per sua stessa natura”, la signora Hutter si fa in realtà portatrice di una serie di insoddisfazioni e frustrazioni generate da una incomprensione di fondo profondamente radicata nella cultura maschile.

Isabelle Adjani in un frame tratto da Possession di Andrzej Żuławski (1981)

ISTERIA, SOLITUDINE E DESIDERIO

Il tema della cosiddetta “isteria femminile” non è ovviamente una novità nella storia del cinema, basti pensare all’emblematico Häxan – La stregoneria attraverso i secoli che, già nel 1922 (fatalità, stesso anno del Nosferatu di Murnau), ne metteva in luce le criticità. Diretto dal danese Benjamin Christensen, il film analizza infatti l’antico fenomeno della stregoneria con l’intento di tracciare un interessante parallelismo fra le pratiche inquisitorie medievali e la normalizzazione di discutibili approcci medici a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Quello che ne emerge con lucidità è il ritratto di una civiltà ipocrita e opprimente in grado di resistere allo scorrere del tempo.
Erroneamente ritenuto alla base dell’isteria, nonché principio di tutti i mali, l’organo dell’utero è stato bersaglio di studi violenti e illazioni varie sin dall’antico Egitto dimostrando così, da sempre, l’insorgere di una sorta di inesauribile e soggiogante morbosità verso l’universo femminile. In grado di dare alla vita, nonché implicitamente custode anche dei segreti della morte, la donna continua a essere al centro di abusi e denigrazioni che rivelano un’incapacità da parte dell’uomo di accettarne la sua atavica superiorità psichica e biologica.
Protagonista di racconti millenari e relative rappresentazioni teatrali (si pensi al mito di Medea e alla sua rivisitazione pasoliniana nell’omonimo film del 1969), l’archetipo femminile è stato sovente utilizzato per sottolineare un qualche nesso misterioso con le dimensioni ultraterrene: una dote che contribuisce all’aumento del peso di quel fardello di responsabilità che la donna si trascina da sempre con sé.

A caratterizzare principalmente il personaggio di Ellen Hutter è in realtà la sua assoluta solitudine che, mescolata a insoddisfazioni e pregiudizi dell’epoca, la porta a tessere quella terribile relazione di cui sopra. Questo è quanto avviene, per esempio anche in altri celebri film quali Belladonna of Sadness, di Eiichi Yamamoto, e Possession di Andrzej Żuławski (rispettivamente del 1973 e del 1981), nei quali il maligno prende magicamente forma proprio per alleviare un malessere frutto di delusioni e ostilità di genere che attraversano millenni di storia: un espediente narrativo che fa perno sull’estrema sensibilità femminile per descrivere i disperati tentativi di salvezza personale tramite quello che poi si rivelerà un ingresso irreversibile nel mondo degli inferi.
Attraverso la rappresentazione esplicita di amplessi poderosi e raccapriccianti allo stesso tempo, da queste pellicole emerge  un altro paradosso della natura umana, ovvero quello dell’inarrestabile attrazione nei confronti dell’orrido: un concetto che, rimanendo in ambito horror, tocca sicuramente il suo punto estetico più alto con gli xenomorfi sensuali e aberranti di Giger (concepiti nel 1979 per l’Alien di Ridley Scott).

Un altro elemento controverso che va di pari passo con questa pulsione innata è il senso di eccitazione che si può provare nell’atto di profanare qualcosa di sacro e di puro. Un impulso che trova nella figura della fanciulla innocente il suo capro espiatorio ideale. Emblematici sono qui i personaggi di Linda Blair (da L’Esorcista, di William Friedkin) e della ragazzina senza nome interpretata da Tikaeni Faircrest nell’ottavo episodio di Twin Peaks: The Return, di David Lynch. Seppure con modalità completamente differenti, in entrambi i casi i due soggetti si vedono privare in maniera subdola della loro castità, un’usurpazione in piena regola messa in atto da entità infernali pienamente consapevoli della gravità delle loro azioni.
Come afferma per l’appunto Laura Tripaldi nel suo saggio Mater dolorosa (contenuto all’interno del volume Demonologia Rivoluzionaria, edito da Nero Editions nel 2020):
“Nell’assoluta vulnerabilità della vergine si nasconde il segreto impronunciabile di una potenza cosmica distruttiva: una purezza rifulgente che attraversa la creazione sfrecciando profetica come un fuoco di meteora. In virtù della sua natura profondamente paradossale e necessariamente sfuggente, la verginità è una condizione sacra che pertiene ai misteri iniziatici del femminile”.

Frame dall'VIII episodio di Twin Peaks The Return di David Lynch (2017)

PARADOSSI ARDENTI

È inevitabile a questo punto constatare che sia principalmente il paradosso a rappresentare l’unica chiave d’accesso per trovare un senso a tutto questo. E proprio di natura contraddittoria è anche il connubio fra tormento ed estasi insito in tutte le esperienze che accomunano quest’unico storytelling.
“È un semplice caso che la parola ‘passione’ venga usata sia per l’esperienza sessuale, sia per l’esperienza mistica? O esiste una connessione da tempo accantonata ma assai forte?”. Si chiede giustamente la sociologa statunitense Riane Eisler nel suo Sacred Pleasure: Sex, Myth, and the Politics of the Body (1996).
Etimologicamente parlando, questa parola deriva infatti dal latino passio, passionis, che a sua volta proviene dal verbo pati, che sta per “patire, subire”; un termine che unisce la sofferenza fisica e la visione estatica in una sorta di dualismo inestricabile. Come ricorda nuovamente Tripaldi, citando la vita di Santa Teresa D’Avila: “Attraverso i diversi livelli dell’esperienza mistica classificati da Teresa, ricorre l’idea che l’avvicinamento al divino che si realizza nell’estasi sia essenzialmente un’esperienza che prescinde dalla coscienza e dalla volontà, e che affligge l’anima al pari di una malattia, che non ha senso cercare di stimolare intellettualmente e a cui non ha senso cercare di opporre resistenza. La via estatica tracciata da Teresa propone la sofferenza stessa come la più alta forma di gnosi, l’unica in cui la coscienza può intuire la propria necessaria separazione dalla luce divina: uno stato profetico di ‘glorioso delirio, celeste follia’ in cui ‘l’anima […] è come crocifissa fra il cielo e la terra’”.

Carico sia di un certo erotismo, sia di una trascendenza senza pari, il concetto di passione è al centro anche di alcune pellicole imprescindibili di Carl Theodor Dreyer: La Passione di Giovanna D’Arco, del 1928, e Dies Irae (quest’ultimo girato in Danimarca nel 1943 durante l’occupazione nazista). Sullo sfondo di entrambe le opere vi è ancora una volta l’agghiacciante avvenimento della “caccia alle streghe” con tutto ciò che ne deriva, torture e rapimenti estatici inclusi. Al pari di presunti rapporti con il diavolo, anche l’estasi mistica viene temuta in egual misura perché rivelatrice di una pulsione libera e viscerale difficilmente raggiungibile dall’universo maschile: l’assaggio di un potere temuto e invidiato che, con simili episodi storici, raggiunge i suoi momenti più parossistici.
A tal proposito, nel suo Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, la scrittrice femminista Jude Ellison Sady Doyle si esprime così: “C’è un fuoco all’orizzonte. Sta bruciando laggiù ai confini del mondo. Il vento è caldo e sa di cenere […] le ceneri di migliaia di donne date alle fiamme solo per aver mostrato una proibita scintilla di potere”. E ancora: “Le streghe sono quel che le donne sarebbero se avessero potere. L’ambiguità della stregoneria è quella del potere stesso, che è al contempo orribile e magnifico, intriso di sangue e luminoso di vita, a seconda di chi lo detiene e contro chi è bandito”.
In conclusione, data la loro complessità, certe tematiche continuano tristemente ad essere attuali e, per questo, facilmente traducibili in opere filmiche. Dato inoltre il periodo particolarmente cupo e inquietante che stiamo vivendo – fatto di conflitti insostenibili e avanzamenti tecnologici che annunciano scenari distopici – non è un caso se ultimamente grandi classici della letteratura gotico-romantica (come Dracula, di Bram Stoker, e il Frankenstein o moderno Prometeo, di Mary Shelley) siano ritornati in auge. Si consideri ad esempio anche un film come Povere Creature di Yorgos Lanthimos che, oltre alla presenza dell’attore/feticcio Willem Dafoe, condivide col Nosferatu di Eggers una particolare urgenza di raccontare come certe cose continuino ancora a stare. Nonostante tutto.

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Valerio Veneruso
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