L’immaginario erotico dell’IA tra desiderio, narcisismo e perversione digitale

L’arte e la tecnologia hanno sempre canalizzato i desideri umani, portando oggi a una crescente ossessione per l’intelligenza artificiale. Dal mito di Pigmalione ai moderni software di generazione d’immagini si delinea un cortocircuito tra creazione e desiderio che ridefinisce estetiche e consumi digitali.

La tendenza nel proiettare sé stessi – i propri desideri e le proprie pulsioni –, in progetti o cose altre, è da sempre insita nell’essere umano: una attitudine necessaria per la realizzazione concreta di idee visionarie propedeutiche all’evoluzione di ogni civiltà. Questo fattore congenito si manifesta principalmente grazie all’unione di due elementi che vanno a braccetto fin dalla notte dei tempi, ovvero l’arte e la tecnologia (non è un caso che il vocabolo greco “technología” sia traducibile con “discorso sistematico su di un’arte”).

Una volta appurato ciò, possiamo così cominciare a visualizzare una linea infinita che (al momento) unisce insieme tanto l’antica esperienza del fuoco utilizzato per illuminare le pitture rupestri, quanto l’attuale machine learning che potenzialmente consente alle intelligenze artificiali di realizzare qualunque cosa e in ogni dove, sia sul piano della materia che del digitale. D’altro canto, come afferma lo storico dell’arte George Kubler (1912 – 1996) nel suo La forma del tempo. La storia dell’arte e la storia delle cose: “Ogni opera d’arte importante può essere considerata come un avvenimento storico e allo stesso tempo come la soluzione faticosamente raggiunta di un certo problema”.

IL MITO DI PIGMALIONE

La storia dell’uomo infatti, non fa altro che procedere nella risoluzione di problemi che man mano si presentano sul suo cammino. Il prodotto artistico (da intendere nell’ampia accezione kubleriana che include “…tutti in generale i manufatti umani, dagli arnesi di lavoro alle scritture”) diviene così centrale per comprendere e rimodellare l’identità di un preciso momento storico. Ma cosa succede quando ci si innamora così tanto di ciò che si è creato da ergerlo a idolo?
Di questo ne sa qualcosa lo scultore Pigmalione, l’emblematico protagonista dell’omonimo racconto contenuto ne Le metamorfosi di Ovidio, che affranto e disgustato dai comportamenti lascivi delle donne che lo circondano realizza una statua femminile in avorio così bella e realistica da fargli perdere la testa. La mimesi estrema, messa in pratica dall’artista, parte da una disillusione generale per raggiungere un’illusione intima che sfocerà poi nella disperata richiesta (alla Dea Venere) di trasformare quel simulacro in una fanciulla vera e propria.
Volendo espandere il senso di questa leggenda non troveremo troppe differenze con quanto sta avvenendo oggi, ad esempio, con la sempre più graduale inclusione delle intelligenze artificiali in ogni aspetto del nostro quotidiano. Dall’assistenza di qualunque tipo (domestica e non), alla generazione di testi e immagini, stiamo sviluppando una devota ossessione nei confronti delle nuove tecnologie così forte da sfociare in un’allucinazione collettiva a tutti gli effetti. Quello che ne consegue è la parte di un processo che viene alimentato ancora di più sia dall’ambiguità intrinseca della locuzione stessa, “Intelligenza Artificiale”, sia dall’effettiva difficoltà di comprendere a pieno di cosa si tratta quando si parla di IA.

In un contesto così nebuloso si è portati inconsciamente a concepire questi strumenti al pari di entità superiori capaci di agire in maniera magica, autonoma e separata dalla volontà umana (stessa cosa si può dire per il termine “algoritmo”).
Soprattutto dall’avvento di Internet (altra importantissima divinità contemporanea), siamo stati costantemente nutriti dalla promessa truffaldina che con un semplice click avremmo potuto ottenere tutto ciò che desideravamo, ignorando però che tutto quello che avremmo continuato a desiderare sarebbe stato suggerito da Internet stesso, e a nostro discapito.

Divenuto gradualmente un luogo adatto alla soddisfazione di ogni tipo di curiosità, il Web ha saputo pian piano scoperchiare un vaso di Pandora che, dai cosiddetti shock site (ovvero quei siti atti a destabilizzare il visitatore con materiale esplicitamente violento, offensivo o di matrice pornografica) al suo doppelgänger Dark Web, ha contribuito all’esternazione di una perversità che può superare qualunque frontiera.

Fan Art in IA estratte dal profilo Instagram di EugenericAI

DALLA FAN ART AL TEXT TO IMAGE

Attingendo dalla cultura fantasy, nonché da estetiche come quella degli anime giapponesi e del mondo dei videogiochi, l’utente stereotipato – un po’ nerd, un po’ artista – ha saputo nel corso degli anni costruirsi dei mondi personalissimi nei quali far rivivere personaggi dell’immaginario collettivo estrapolandoli però dal loro contesto originale. Nei primi anni Duemila, su piattaforme quali DeviantArt, 4Chan, Reddit, e Tumblr, hanno cominciato così a fioccare le cosiddette Fan Art: delle illustrazioni amatoriali ritraenti protagonisti di fumetti, cartoni animati, film, etc. inseriti in narrazioni alternative tendenti facilmente alla pornografia. Da Scooby Doo ai Simpson, passando per Dragon Ball, Harry Potter e chi più ne ha più ne metta, nessuno è al riparo da questa ondata di creatività senza pudore. Neppure Luce, la mascotte del Giubileo 2025 disegnata da Simone Legno (fondatore di Tokidoki), ultimamente martorizzata da numerose reinterpretazioni in salsa porno. Come d’altronde recita la “celebre” Regola 34 (uno dei principi più importanti su cui si basa la lista/meme di norme per internauti, Rules of the Internet): “Se esiste, ce n’è anche una versione porno. Senza eccezioni”.

In uno scenario simile, le intelligenze artificiali non possono far altro che sostenere questo assioma. Testimonianza di ciò sono ad esempio i Deep Fake, ovvero quei video che, indicativamente dal 2014, si avvalgono di IA per effettuare verosimiglianti sostituzioni di volti e corpi, rappresentando un terreno fertile per tutti i fan del cosiddetto revenge porn.

L’ERA DEL DEEP FAKE

Come viene discusso anche da Silvia Dal Dosso nel suo video-essay The Future Ahead Will Be Weird AF (The Ultimate AI CoreCore Experience), oltre a rappresentare un problema per le celebrities costrette a proteggere la propria identità attraverso adeguate proposte di legge, queste pratiche contribuiscono a uno scollamento della realtà destinato a instillare dubbi costanti su cosa sia vero e cosa non: una riflessione sulla quale si sofferma anche il filosofo e artista Francesco D’Isa nel suo La rivoluzione algoritmica delle immagini. Arte e intelligenza artificiale.
“La nostra capacità di fidarci o meno di un’immagine, infatti, non dipende solo dalla sua autenticità e a giocare un ruolo cruciale è piuttosto il contesto, la fonte e la congruenza con le nostre conoscenze e credenze preesistenti”, scrive l’autore. “La propensione a credere a una foto manipolata è infatti maggiore se si allinea con le convinzioni politiche o sociali di chi la osserva. Nell’era dei deepfake questa dinamica si complica, ma sebbene la tecnologia abbia reso possibile creare falsi quasi indistinguibili dalla realtà, per giudicare l’autenticità di un’immagine le persone tendono ancora a fare affidamento su indicatori che vanno oltre alla semplice apparenza visiva”.

COSA SUCCEDE CON IL TEXT TO IMAGE?

Da un quattro anni a questa parte si può dire di star assistendo a un innalzamento sempre più evidente dell’asticella, una condizione resa tale soprattutto dalla comparsa di software Text To Image (TTI) quali Dall-E, Imagen, Midjourney, e Stable Diffusion, giusto per citarne alcuni. Sfruttando le intelligenze artificiali, queste applicazioni sono in grado di creare immagini altamente realistiche tramite l’inserimento di dettagliate descrizioni scritte (in gergo, prompt). Nel frattempo, merito di una profusione di programmi pensati proprio per garantirne una fruizione più libera, l’ostacolo della censura è praticamente stato superato e con la possibilità di scegliere molteplici stili e parametri differenti, l’utente medio si trasforma così in una sorta di Pigmalione 2.0 intento a dare un volto iperrealistico alle proprie fantasie più recondite. Di storie letterarie e cinematografiche su ipotetiche relazioni sentimentali tra uomo e macchina ne esistono a bizzeffe (una su tutte quella raccontata da Spike Jonze in Her, dove il protagonista si invaghisce profondamente della propria assistente vocale) ma, come spesso accade, la realtà sta superando di gran lunga la finzione; e la possibilità di provare impulsi sessuali vedendo qualcosa che non esiste, ma che proviene dalla nostra mente, crea un interessante cortocircuito che ci riporta a riconsiderare il concetto di illusione. Che tipo di appagamento può provocare la pratica dell’autoerotismo riferita a prodotti generati dalla nostra stessa mente? Quanto c’è di narcisistico in tutto questo?

Argentinox, "Organic Mix", frame video estratto dal profilo Instagram dell'artista

ESTETICA EROTICO-PORNOGRAFICA E IA

A porre l’attenzione sull’illusorietà di quanto illustrato è A.I. Nudes, un volume firmato dall’artista multimediale statunitense, nonché pioniere dell’animazione digitale, Judson Rosebush. Pubblicato nell’ottobre del 2024 dalla casa editrice tedesca Goliath, specializzata in fotografia erotica, il testo si compone di oltre 200 immagini generate tramite software TTI nelle quali delle modelle virtuali si susseguono in tutto il loro splendore. I canoni estetici idilliaci presentati in questo libro non sono però gli unici che caratterizzano l’universo immaginifico delle IA.
Se da un lato vi è allora un’idealizzazione totale dei corpi, fatta di fisici perfetti ed espressioni ammalianti, è inevitabile che dall’altra parte ci sia un exploit incredibile di tutte le mostruosità possibili e immaginabili. Si può così facilmente assistere a situazioni grottesche fatte di organi genitali al limite del body horror e accoppiamenti tra creature indefinite e indefinibili.
Esploratore di questo fronte è, tra i molti, l’artista italiano Argentino “Argentinox” Mazzarulli che si diletta proprio nella creazione di figure ai confini tra l’erotico e lo splatter dove fluidi corporei, agglomerati di carne, e forme più che allusive, si compenetrano tra di loro in un’orgia visiva che non può lasciare indifferenti.

In definitiva, espedienti simili ci portano dunque a ragionare non solo sulla natura umana e sul potenziale infinito dell’unione fra questi dispositivi e la nostra immaginazione, ma anche sull’influenza che le scoperte tecnologiche possono avere sulla modellazione di nuove estetiche erotico-pornografiche. Quello che si sta configurando sotto i nostri occhi è un baratro stupefacente e inquietante allo stesso tempo dove a far paura, non è più la macchina ma, come sempre, la nostra mente.

LINK
Valerio Veneruso
Torna in alto