Tra i monti della Thailandia nasce Khao Yai Art Forest. Intervista al direttore Stefano Rabolli Pansera 

Khao Yai Art Forest unisce arte, natura e benessere in un’ottica rigenerativa. Più di un parco di sculture, promuove dialogo e sostenibilità con opere di Fujiko Nakaya, Francesco Arena, Richard Long, Elmgreen & Dragset, Araya Rasdjarmrearnsook e Louise Bourgeois. Abbiamo intervistato il direttore Stefano Rabolli Pansera. 

La foresta lussureggiante di una riserva naturale, un progetto che intende coniugare arte contemporanea, natura, insieme a cura e benessere; quello personale e sociale, per le comunità locali. Benvenuti nella Khao Yai Art Forest, un centro culturale che supera l’idea del parco di sculture per abbracciare una visione rigenerativa, attraverso apprendimento e partecipazione attiva.  

Tra gli autori e opere presenti, Fujiko Nakaya e la sua Fog Forest, una nebbia artificiale per creare un effetto evanescente che avvolge la vegetazione tre volte al giorno; GOD (2024) di Francesco Arena gioca con il visibile e l’invisibile, il percorso meditativo spirituale concentrico di Madrid Circle (1986) di Richard Long, il provocatorio K-Bar (2024) di Elmgreen & Dragset; il dialogo tra i contadini thai e opere iconiche dell’arte occidentale protagonista della videoinstallazione Two Planets (2008) di Araya Rasdjarmrearnsook; Pilgrimage to Eternity (2024) di Ubatsat, commissionata dalla Khao Yai Art Forest all’artista thailandese, un tributo all’arte della costruzione delle pagode e alla filosofia buddhista; il ragno protettore e creatore Maman (1999-2002) di Louise Bourgeois. 

Tra i progetti in essere attività educative, residenze per artisti, workshop interattivi con le scuole e la comunità locale. L’obiettivo è approfondire il legame tra arte, conservazione ambientale e coinvolgimento comunitario, creando uno spazio di apprendimento e scambio culturale per visitatori di tutte le età. 

Ideato da Marisa Chearavanont, imprenditrice e collezionista thailandese-coreana, è diretto da Stefano Rabolli Pansera, architetto e curatore, ex direttore di Hauser & Wirth, curatore (e Leone d’Oro) del primo padiglione angolano alla Biennale di Architettura di Venezia, oggi a capo di duplice avventura, iper ed extra urbana: la Bangkok Kunsthalle e Khao Yai Art Forest. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo. 

Qual è l’idea alla base del Khao Yai Art Forest e cosa lo distingue dagli altri sculpture park nel mondo?

Il Khao Yai Art Forest è un’istituzione culturale innovativa che fonde arte contemporanea e natura, offrendo agli artisti la possibilità di realizzare progetti visionari all’interno di un ambiente naturale. Questo spazio unico si distingue per la direzione curatoriale basata sul concetto di “cura” nelle sue diverse declinazioni: prendersi cura di noi stessi prendendosi cura della natura.  

Curare la natura significa prendersi cura dell’integrazione tra installazioni artistiche e il paesaggio naturale, creando un dialogo continuo tra creatività umana e ambiente. 

A differenza del modello di sculpture park, con oggetti iconici distribuiti nella natura, Khao Yai Art Forest tende al non-riconoscimento delle opere d’arte. La mia speranza è che nel futuro, i visitatori siano circondati dalle opere d’arte senza rendersene conto. Stiamo lavorando in questa direzione

Araya Rasdjarmrearnsook, Two Planets Series, 2007, 200x250cm, Video installation, KhaoYaiArtForest, Courtesy Khao Yai Art Andrea Rossetti
Qual è il collegamento con la Bangkok Kunsthalle (e, a proposito, curiosità: perché “Kunsthalle”?)

Il progetto è strettamente collegato alla Bangkok Kunsthalle, entrambe iniziative fondate da Marisa Chearavanont sotto l’egida di Khao Yai Art. Bangkok Kunsthalle, situata nel cuore di Chinatown a Bangkok, funge da spazio espositivo per l’arte contemporanea nella “giungla urbana”. Khao Yai Art Forest, invece, offre un’esperienza immersiva in cui l’arte interagisce direttamente con la foresta naturale. Il termine “Kunsthalle” deriva dal tedesco e significa “sala d’arte”, indicando il paradosso di un Museo senza collezione. Infatti, la kunsthalle è uno spazio dedicato a mostre temporanee (spesso su commissione) senza una collezione permanente. La kunsthalle è un luogo dove l’arte viene prodotta, non semplicemente esposta. Abbiamo scelto il nome Bangkok Kunsthalle (con due nomi stranieri, Bangkok in tailandese si chiama Grung Taep) perché riassume un luogo di lavoro (Bangkok) e una modalità di lavoro (Kunsthalle).  Nello stesso modo Khao Yai Silapaa riassume un luogo e una missione (silapaa e’ un neologismo Tailandese che fonde “silapa” – arte e “paa” – foresta).  

Come si integra e dialoga il progetto con il paesaggio naturale della regione di Khao Yai?

Situato tra le montagne di Khao Yai, il progetto si impegna nella riforestazione di terreni precedentemente utilizzati per la monocoltura, reintroducendo specie arboree e floreali autoctone. Questa iniziativa utilizza le installazioni artistiche per ripristinare l’ecosistema locale e creare un ambiente in cui le opere d’arte e la natura coesistono in modo sostenibile.

L’opera emblematica di questo approccio è Fog Forest di Fujiko Nakaya, la più grande installazione permanente di Fujiko Nakaya. Fujiko non impone una forma ma rivela le forze latenti nella natura. E con il tempo, la costante presenza della nebbia, creerà un piccolo ecosistema.

Quale messaggio o esperienza si vuole offrire attraverso l’interazione tra arte e natura?

Il Khao Yai Art Forest parte dall’intuizione di Osip Mandelstam “Sono fiore e giardiniere nello stesso tempo”: infatti prendendoci cura della Natura, curiamo noi stessi. Khao Yai Art Forest mira a offrire un’esperienza che promuove la consapevolezza ambientale e il benessere personale. Le installazioni sono progettate per stimolare la riflessione sulla relazione dell’uomo con l’ambiente e, non ultimo, incoraggiare una connessione più profonda e meditativa con la natura. In questo senso la filosofia buddhista è un pensiero sotteso a questa intera operazione culturale.

Nella prima selezione è forte la presenza di artisti occidentali, fino al “nostro” Francesco Arena: quale concept è stato seguito per la scelta degli artisti e delle opere? È previsto un dialogo con autori contemporanei orientali?

La selezione inaugurale presenta una forte presenza di artisti internazionali, tra cui l’italiano Francesco Arena con la sua scultura monumentale GOD. Non è importante l’origine geografica degli artisti ma la loro predisposizione ad abbracciare la missione che abbiamo intrapreso. Il criterio curatoriale si basa sulla realizzazione di progetti ambiziosi che esplorano il rapporto tra arte e natura, indipendentemente dalla provenienza geografica degli artisti.

Ogni collaborazione implica una simmetria: gli artisti occidentali abbracciano lo spirito della Tailandia. E gli artisti Thailandesi sono esposti alla ricerca che avviene in Occidente.

In questo senso, sono previste future residenze d’artista in Europa con artisti Tailandesi per promuovere uno scambio culturale dinamico.

Louise Bourgeois, Maman, photo by Andrea Rossetti
In che modo il progetto affronta le tematiche di sostenibilità ambientale e conservazione del territorio? Come si declina in un paese come la Thailandia, altamente sfruttato dal punto di vista turistico?

 La Thailandia rimane un paese basato fortemente sull’agricoltura. E parlare di agricoltura oggi, significa mettere in discussione il nostro rapporto con il Pianeta. Il progetto di Khao Yai Art Forest integra la sostenibilità attraverso la pratica della Land Art: l’agricoltura può essere vista come una forma di Land Art. Per questo, collaboriamo con artisti e con agricoltori per sviluppare anche pratiche agricole biologiche e tecniche costruttive ecocompatibili che cambiano e modificano il territorio. In un paese come la Thailandia, dove il turismo ha un forte impatto su alcune aree, il Khao Yai Art Forest rappresenta una forma di resistenza, un modello di agricoltura e di innovazione che valorizza e preserva il territorio. 

Sfide e prospettive future: quali sono state le maggiori sfide nella realizzazione del Khao Yai Art Forest? Ci sono già piani per nuove installazioni o collaborazioni?

Le principali sfide affrontate sono state la parziale riforestazione di terreni degradati durante i periodi di pioggia e la creazione di infrastrutture sostenibili per l’installazione delle opere nel rispetto dell’ambiente naturale.

Per il futuro, sono previste nuove commissioni di progetti artistici ma non vogliamo fare troppe opere. La priorità deve rimanere la Foresta. E le opere d’arte sono strumentali alla riscoperta della foresta come luogo spirituale e mentale.

Auspico una grande commissione ogni anno, in collaborazione con residenze e simposi internazionali per arricchire continuamente l’esperienza offerta ai visitatori.

Pensa che questo modello possa essere replicato in altri contesti e luoghi geografici?

Non esistono soluzioni universali e definitive. Ogni progetto nasce e si nutre del contesto in cui avviene e opera.  Se da una parte, questo modello di integrazione tra arte e natura ha il potenziale per essere replicato in altri contesti geografici, promuovendo sostenibilità ambientale e valorizzazione culturale attraverso progetti artistici immersi nella natura. Dall’altra parte è fondamentale declinare questi modelli sulla base di specifiche condizioni culturali e ambientali.  La Thailandia non è solo un paese, è un modo di pensare. E ogni paese richiede soluzioni creative specifiche.

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Chiara Vedovetto
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