La Poesia Visiva come antidoto alla società di massa: Global Visual Poetry

Nell’ambito del Giubileo degli Artisti, la mostra curata a Roma da Raffaella Perna pone l’accento sulle istanze di pace e inclusione alla base della Poesia Visiva. Le circa duecento opere sono ospitate presso il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede fino al 15 giugno.

Atto politico o gesto d’amore, strumento di controllo o arma retorica: raramente le parole sono soltanto parole. Affermare il contrario, come ancora oggi spesso accade, significa svuotare il linguaggio di quella complessità che lo rende un corpo vivo e non un immobile fantoccio di carta ingiallita. La Poesia Visiva prendeva le mosse da qui: dalla profonda comprensione della centralità della parola. Global Visual Poetry. Traiettorie transnazionali nella Poesia Visiva offre una panoramica su quel movimento d’avanguardia che, a partire dagli anni Sessanta, ha fatto dell’uso sperimentale della parola il mezzo con cui valicare i confini tra stati, paesi e continenti, in un mondo sempre più drammaticamente chiuso in sé stesso. Reazionaria alle derive alienanti e individualiste della cultura di massa, la Poesia Visiva si è fatta forte del suo carattere universale e “transnazionale”, antidoto all’ipnotico “logorio della vita moderna”.

LUNGIMIRANTE E UNIVERSALE: I CARATTERI DEL MOVIMENTO

Con oltre duecento opere provenienti dall’Europa, dalla Svizzera, dal Giappone, dal Sud e Nord America, la mostra dice tutta la lungimiranza che spesso ha caratterizzato l’arte nel corso della storia: sulla questione ecologica, la condizione marginale della donna, il colonialismo e la supremazia occidentale, le disparità sociali acuite dal boom economico, la follia della guerra in Vietnam il dibattito continua a essere necessario.

Mirella Bentivoglio, Pannello per finestra di cità (Addio agli alberi), 1976. Cortesy Dicastero per la Cultura e l'Educazione

UNA “GUERRIGLIA” AL SISTEMA TRADIZIONALE

La Poesia Visiva offriva un’alternativa alla narrazione coercitiva dei mass media, alla solitudine, all’automazione, alla vacuità nascosta dietro le frasi fatte di quotidiani, rotocalchi e cartelloni pubblicitari. Appropriandosi degli stessi mezzi di quella comunicazione inconsistente – la riformulazione dello spazio bidimensionale della pagina, l’alternarsi di pieni e di vuoti, la possibilità di leggere in più direzioni, l’utilizzo di pochissimi vocaboli accuratamente selezionati –, gli artisti hanno messo in atto quella che Eugenio Miccini ha definito una “guerriglia” al sistema tradizionale e all’impoverimento del linguaggio verbale.

Lucia Marcucci, Pax, 1979, dettaglio. Courtesy Dicastero per la Cultura e l'Educazione

LO “SLACIO UTOPICO”: IL COLLANTE DI TANTE E DIVERSE ESPRESSIONI ARTISTICHE

Le poesie nel quadrato di Betty Danon, i libri cuciti di Maria Lai, le scritture impiumate di Elisabetta Gut e quelle arrampicate di Tomaso Binga, il “Buongiorno signora, come va?” di Lucia Marcucci e “Il Vietnam. Eleganza maschile” nel collage di Pablo Echaurren: tutto concorre alla smitizzazione dei mass media, al sabotaggio dei messaggi certificati, all’abbattimento delle barriere cucite addosso all’individuo da un sistema perverso che lo voleva (e lo vuole) solo e isolato.

La mostra mette in risalto l’eterogeneità e la forte attitudine sperimentale che hanno animato la pratica dei quasi novanta artisti esposti. Le tre direttrici sulle quali si fonda il percorso – la ricerca di matrice tipografico concreta, la sperimentazione sulle tecniche di montaggio e collage e, infine, la scrittura corpo – sono tra loro tanto diverse quanto accomunate dal medesimo “slancio utopico” (R. Perna), “dal tentativo, quindi, di riavvicinare e ricongiungere – agendo sulla coscienza dell’uomo – l’estetica e la vita” (E. Miccini).

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Marianna Reggiani
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