Nell’ambito del Giubileo degli Artisti, la mostra curata a Roma da Raffaella Perna pone l’accento sulle istanze di pace e inclusione alla base della Poesia Visiva. Le circa duecento opere sono ospitate presso il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede fino al 15 giugno.
Atto politico o gesto d’amore, strumento di controllo o arma retorica: raramente le parole sono soltanto parole. Affermare il contrario, come ancora oggi spesso accade, significa svuotare il linguaggio di quella complessità che lo rende un corpo vivo e non un immobile fantoccio di carta ingiallita. La Poesia Visiva prendeva le mosse da qui: dalla profonda comprensione della centralità della parola. Global Visual Poetry. Traiettorie transnazionali nella Poesia Visiva offre una panoramica su quel movimento d’avanguardia che, a partire dagli anni Sessanta, ha fatto dell’uso sperimentale della parola il mezzo con cui valicare i confini tra stati, paesi e continenti, in un mondo sempre più drammaticamente chiuso in sé stesso. Reazionaria alle derive alienanti e individualiste della cultura di massa, la Poesia Visiva si è fatta forte del suo carattere universale e “transnazionale”, antidoto all’ipnotico “logorio della vita moderna”.
LUNGIMIRANTE E UNIVERSALE: I CARATTERI DEL MOVIMENTO
Con oltre duecento opere provenienti dall’Europa, dalla Svizzera, dal Giappone, dal Sud e Nord America, la mostra dice tutta la lungimiranza che spesso ha caratterizzato l’arte nel corso della storia: sulla questione ecologica, la condizione marginale della donna, il colonialismo e la supremazia occidentale, le disparità sociali acuite dal boom economico, la follia della guerra in Vietnam il dibattito continua a essere necessario.
UNA “GUERRIGLIA” AL SISTEMA TRADIZIONALE
La Poesia Visiva offriva un’alternativa alla narrazione coercitiva dei mass media, alla solitudine, all’automazione, alla vacuità nascosta dietro le frasi fatte di quotidiani, rotocalchi e cartelloni pubblicitari. Appropriandosi degli stessi mezzi di quella comunicazione inconsistente – la riformulazione dello spazio bidimensionale della pagina, l’alternarsi di pieni e di vuoti, la possibilità di leggere in più direzioni, l’utilizzo di pochissimi vocaboli accuratamente selezionati –, gli artisti hanno messo in atto quella che Eugenio Miccini ha definito una “guerriglia” al sistema tradizionale e all’impoverimento del linguaggio verbale.
LO “SLACIO UTOPICO”: IL COLLANTE DI TANTE E DIVERSE ESPRESSIONI ARTISTICHE
Le poesie nel quadrato di Betty Danon, i libri cuciti di Maria Lai, le scritture impiumate di Elisabetta Gut e quelle arrampicate di Tomaso Binga, il “Buongiorno signora, come va?” di Lucia Marcucci e “Il Vietnam. Eleganza maschile” nel collage di Pablo Echaurren: tutto concorre alla smitizzazione dei mass media, al sabotaggio dei messaggi certificati, all’abbattimento delle barriere cucite addosso all’individuo da un sistema perverso che lo voleva (e lo vuole) solo e isolato.
La mostra mette in risalto l’eterogeneità e la forte attitudine sperimentale che hanno animato la pratica dei quasi novanta artisti esposti. Le tre direttrici sulle quali si fonda il percorso – la ricerca di matrice tipografico concreta, la sperimentazione sulle tecniche di montaggio e collage e, infine, la scrittura corpo – sono tra loro tanto diverse quanto accomunate dal medesimo “slancio utopico” (R. Perna), “dal tentativo, quindi, di riavvicinare e ricongiungere – agendo sulla coscienza dell’uomo – l’estetica e la vita” (E. Miccini).
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