Con un percorso tematico che spazia dall’amore al desiderio, dal sesso alla solitudine, la prima grande mostra mai dedicata in Italia all’artista britannica ci spinge a fare i conti con il dolore (di Emin e nostro).
Corpo e sessualità, solitudine e vulnerabilità: sono questi i poli della ricerca dell’artista britannica Tracey Emin presentati con un approccio diretto e crudo nella mostra Sex and Solitude, aperta a Palazzo Strozzi a Firenze fino al 20 luglio 2025.
La scelta del titolo riflette in pieno quanto per Emin il sesso e la solitudine siano intrecciati, come racconta lei stessa: “Ognuno di noi ha esperienza sia del sesso che della solitudine, che per me sono intrinsecamente connessi, viaggiano fianco a fianco. Anche gli animali fanno sesso, ma quando parlo di questo penso alla concezione umana del sesso, alla procreazione, al piacere. Nella mia vita ho avuto dei periodi di celibato e il sesso era qualcosa che conoscevo, così come la solitudine. Da giovane il sesso mi stimolava di più, mentre oggi la solitudine è fondamentale per me, aiuta la creazione”.
CHI SOFFRE AMA
La capacità con cui Emin riesce a tradurre esperienze personali in opere profondamente intime, intense e potenti è impressionante. Il percorso a Palazzo Strozzi, che non vuole essere cronologico ma tematico, colpisce come un pugno nello stomaco: visitare questa mostra è come percorrere un viaggio tra amore, desiderio, corpo e sacrificio, entrando in totale sintonia con l’artista. Come la madeleine di Proust riesce ad attivare, attraverso un semplice sapore, la memoria involontaria del protagonista de Dalla parte di Swann, allo stesso modo le opere di Emin ci rimandano a un dolore ancestrale che tocca ognuno di noi, seppur in modi diversi.
Ed è un tema, quello dell’amore vissuto più come sofferenza che estasi, che attraversa non solo la storia dell’arte, ma anche la filosofia. Pensiamo a Platone che, nel Simposio, descrive l’amore come una mancanza, un desiderio inappagato che spinge l’anima a cercare il bello e il vero, ma che allo stesso tempo condanna all’inquietudine. A Schopenhauer che molto tempo dopo radicalizza questa visione: l’amore è l’inganno della volontà di vivere, una forza cieca che illude l’individuo e lo getta in un ciclo infinito di desiderio e delusione. Anche nella riflessione esistenzialista, da Kierkegaard a Sartre, l’amore è spesso vissuto come angoscia, perché implica la perdita del sé nell’altro o l’impossibilità di un’unione autentica. In questa prospettiva, il dolore nell’amore non è un’anomalia, ma una sua essenza ineliminabile, radicata nella condizione umana stessa.
MOMENTI INTIMI COME METAFORE ESISTENZIALI
Nella pratica di Emin vita e arte si intrecciano e le sue opere trasformano momenti intimi e privati in metafore esistenziali, che riflettono sui grandi temi quali la sessualità, la malattia e la solitudine.
Con una ricerca onesta e totalmente autobiografica, Emin si concentra principalmente sulla figura umana, ispirandosi a maestri come Edvard Munch ed Egon Schiele e sovvertendo il ruolo della donna, che non è più semplice modella ma attiva protagonista. Come nel caso dell’installazione Exorcism of the last painting I ever made (Esorcismo dell’ultimo dipinto che abbia mai fatto, 1996), che documenta la performance che segnò il ritorno di Emin alla pittura dopo anni di interruzione, dovuta a una forte crisi personale causata da un aborto. In questa installazione, viene ricostruito lo studio in cui Emin visse e lavorò nuda per tre settimane e mezzo – il tempo che intercorre tra un ciclo mestruale e l’altro – creando disegni e dipinti di fronte agli occhi del pubblico.
L’USO DEL LINGUAGGIO
“Voglio che le persone provino qualcosa quando guardano il mio lavoro. Voglio che sentano sé stesse, è ciò che conta di più”, spiega Emin. Con Sex and Solitude, l’obiettivo è raggiunto: ciascuna delle oltre 60 opere (alcune delle quali già viste nella mostra alla White Cube di Londra nel 2024), dalla pittura alla scultura, dai ricami ai neon, sono associate a un uso del linguaggio diretto ed esplicito, che coinvolge visceralmente il pubblico.
Le parole che Emin utilizza sono come una sorta di confessione. I neon riproducono la sua scrittura manuale, trasformandola in un’esperienza visiva ed emotiva: basti pensare alla grande scritta Sex and Solitude sulla facciata di Palazzo Strozzi, a Love Poem for CF (Poesia d’amore per CF, 2007), la dichiarazione di dolore e desiderio dedicata all’ex fidanzato Carl Freedman, e a Those who Soffer LOVE (Chi soffre AMA, 2009).
LE OPERE IMPERDIBILI
Molte delle opere sono presentate in Italia per la prima volta, come la grande scultura I Followed You To The End (Ti ho seguito fino alla fine, 2024), che rappresenta una figura femminile in un’intima posizione di sottomissione. Ma il mezzo espressivo centrale per Emin è la pittura, che “non porta nessun dolore, contrariamente all’amore che invece fa male”.
Opere come It – didn’t stop – I didn’t stop (Non si è fermato – non mi sono fermata, 2019), I waited so long (Ho aspettato così a lungo, 2022), e Non Fuckable (Non scopabile, 2024), emergono per le pennellate rapide e le sovrapposizioni di colore, che amplificano il carattere passionale delle opere e le forti sensazioni di fragilità.
Sex and Solitude si chiude con una selezione di tele realizzate nel 2022, dopo l’intervento chirurgico per rimuovere il tumore alla vescica diagnosticatole nel 2020. Questi grandi lavori esplorano il trauma dell’operazione e il processo di guarigione, con contrasti bianchi e tonalità scure di blu, grigio e nero che rimandano a Goya e Manet. In questa serie, per Emin ricreare la propria immagine diventa un atto di ribellione, perché nonostante i progressi, il nudo femminile è ancora legato allo sguardo maschile. Le figure rappresentate esprimono dolore e libertà, la stessa che l’ha accompagnata per tutta la vita.
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