La mostra Flowers al Chiostro del Bramante di Roma unisce arte e tecnologia: dai maestri rinascimentali alle installazioni digitali. Suggestiva e varia, presenta però limiti commerciali e un percorso dispersivo. La nostra recensione.
Fino al 14 settembre il Chiostro del Bramante di Roma ospita Flowers. Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale, una mostra che celebra la potenza espressiva dei fiori attraverso cinque secoli di arte, scienza e tecnologia. Curata da Franziska Stöhr e Roger Diederen, in collaborazione con Suzanne Landau, l’esposizione offre un percorso immersivo tra opere di artisti storici e contemporanei, mostrando come il linguaggio floreale attraversi epoche e culture diverse. Dai dettagli botanici di Jan Brueghel il Vecchio alle audaci installazioni digitali di Miguel Chevalier, Flowers promette di stupire il pubblico con una lettura inedita del rapporto tra uomo e natura.
Siamo stati al Chiostro del Bramante per scoprire se la mostra abbia mantenuto le sue promesse.
GLI ASPETTI POSITIVI: DIVERSITÀ, SCELTE ARDITE E DIALOGO TRA NATURA E SCIENZA
Uno degli aspetti più riusciti della mostra è sicuramente la varietà e la ricchezza delle opere esposte. Accostamenti arditi e scelte curatoriali coraggiose caratterizzano un percorso che spazia da dipinti rinascimentali a installazioni che utilizzano l’intelligenza artificiale. Particolarmente affascinante la sezione Wunderkammer (Camera delle meraviglie), che include pezzi unici come i campionari botanici di Girolamo Pini (1615), l’audace serie di Patricia Kaersenhout, Of Palimpsests and Erasure (2021), che restituisce dignità alle donne schiavizzate del Suriname, e l’opera digitale di Rob e Nick Carter, Transforming Still Life Painting after Ambrosius Bosschaert the Elder (1573-1621), Vase with Flowers in a Window (1618), che dialoga in armonia con due dipinti di Jan Brueghel il Vecchio (Caraffa di fiori (1591-1595 ca.) e Vaso di fiori (fine XVI – inizio XVII secolo), proponendo un’inedita fusione tra arte fiamminga e tecnologia digitale. Abbiamo trovato molto suggestiva l’opera Honeycomb Head of the Emperor Hadrian (2023) di Tomáš Gabzdil Libertíny, che riproduce una testa in bronzo dell’imperatore Adriano del 130 a.C in stampa 3D, poi installata in un alveare, dove circa 100 mila api hanno costruito il loro favo di cera, riproducendo l’effige imperiale. Un’opera frutto della collaborazione tra uomo e natura e sintesi tra tecnologia e processi naturali.
È esposta poi tutta una serie di opere di carattere politico o anticapitalista, che mostrano l’uso ideologico o persuasivo che governi, regimi e aziende hanno fatto dei fiori nel corso del tempo. Esempi eccellenti di questo filone sono l’iconica opera Bicycle Basket with Flowers (2015) di Ai WeiWei, che riflette sull’importanza del dissenso; Better Be Watching the Clouds (Again) (1992) dell’artista libano-palestinese Walid Raad, che ritrae figure politiche di grande rilevanza, come Margaret Thatcher, Mikhail Gorbachev e Hafiz al-Assad, con le sembianze di piante con caratteristiche diverse; la serie Nine Wild Plants dell’artista inglese Tracey Bush, che invita a riflettere sull’impatto del consumismo e sulla perdita di conoscenze botaniche nella società contemporanea; la foto Pyongyang I (2007) di Andreas Gursky, che immortala un momento dell’Arirang Festival in Corea del Nord, dove centinaia di persone si muovono in sincronia, riproducendo fome floreali, in omaggio al dittatore nordcoreano. Infine, la sorprendente installazione Blackfield (2008-2015) dell’artista Zadok Ben-David, che si compone di migliaia di fiori in acciaio inciso, caratterizzati da una duplice superficie: da un lato grigia, colore simbolo di morte e devastazione, dall’altro colorata, segno di gioia e vitalità. Molto coinvolgente ed emozionante anche l’installazione Meadow (2024), realizzata da Studio Drift (Lonneke Gordijn e Ralph Nauta), dove fiori meccanici si aprono e si chiudono a ritmo di musica in una coreografica poetica.
I LIMITI DELLA MOSTRA: COSTO ELEVATO, COMMERCIALIZZAZIONE E DISPERSIVITÀ
Nonostante la qualità delle opere e la ricchezza del percorso espositivo, la mostra non è esente da critiche.
In primis, il costo: il prezzo del biglietto intero è di 19 euro. Sicuramente non economico, se consideriamo, per fare qualche paragone, che il biglietto intero per la mostra Caravaggio 2025 (che espone ventiquattro capolavori del pittore), ospitata da Palazzo Barberini, costa 18 euro. A onor del vero, però, anche la mostra dedicata a Munch da Palazzo Bonaparte, ha un costo simile a quello di Flowers: 19,50 dal lunedì al venerdì, 21,50 sabato, domenica e festivi. Sta poi al pubblico decidere se, nel caso della mostra al Chiostro del Bramente, il prezzo è coerente con l’offerta proposta o se, invece, è de tutto sproporzionato.
Il principale difetto della mostra, secondo noi, però un altro: l’aspetto commerciale. Opere come quella site-specific Tempio di Fiori (Il Piccolo Paradiso) di Austin Young, che dialoga con il chiostro rinascimentale, e l’installazione floreale di Rebecca Louise Law, costituita da un corridoio ricoperto di fiori essiccati, sembrano concepite appositamente per offrire un’esperienza visiva a misura di foto da condividere sui social, piuttosto che per un approfondimento artistico.
Un altro aspetto che può generare perplessità è l’organizzazione delle sale: il percorso espositivo non è cronologico ma tematico e, in alcuni punti, risulta dispersivo, creando passaggi bruschi tra epoche diverse senza una logica narrativa chiara. Sebbene il macro-tema dei fiori sia affascinante, la vastità dell’argomento rischia di rendere la mostra troppo ampia e priva di un vero focus.
Inoltre, alcune sezioni sembrano eccessivamente orientate verso un pubblico generalista, trascurando un approccio più approfondito che avrebbe reso la mostra maggiormente rilevante per gli appassionati d’arte e gli studiosi. Anche l’esperienza sensoriale proposta con il percorso olfattivo di Campomarzio70, sebbene intrigante, appare più un’aggiunta di marketing che un vero e proprio arricchimento dell’esperienza curatoriale.
CONCLUSIONI: UNA MOSTRA DA VIVERE SU DUE LIVELLI
La mostra può quindi essere letta e esperita su due livelli diversi: uno più superficiale, che si ferma al primo stadio di lettura, in cui non ci si sofferma sulle singole opere, sul loro significato e sui riferimenti, anche complessi, che contengono, ma si vive solo l’esperienza instagrammabile e puramente estetica del percorso, da condividere con i propri amici suoi social. L’altro, più profondo e analitico, che permette di esplorare e approfondire il complesso rapporto tra uomo e natura, grazie a opere che sollecitano riflessioni profonde sul ruolo dei fiori nella cultura umana, a partire dal Rinascimento fino ai nostri giorni.
Sebbene alcuni aspetti commerciali possano risultare eccessivi, la qualità, la varietà e la ricchezza della selezione artistica rendono Flowers una mostra godibile e ricca di spunti interessanti, adatta a tutti i gusti. Sia a chi vuole solo scattarsi la nuova foto profilo per i social, sia a chi vuole imparare qualcosa in più sui fiori, come inesauribile fonte di ispirazione per gli artisti nel corso dei secoli.
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