Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il mondo dell’arte è chiamato a confrontarsi con una nuova egemonia culturale. Conservatorismo, estetica tradizionale e controllo politico sfidano la libertà creativa; tra digital collectibles e censura istituzionale, l’arte contemporanea si ridefinisce.
Washington, marzo 2025. Due notizie, in pochi giorni, hanno scosso il mondo della cultura: la firma di un ordine esecutivo con cui Donald Trump impone allo Smithsonian Institution di eliminare “ideologie improprie, divisive o antiamericane” dalle sue mostre, e la nomina di Richard Grenell come direttore esecutivo ad interim del Kennedy Center for the Performing Arts, dopo che Trump stesso è stato eletto presidente del consiglio di amministrazione dell’istituzione. Queste mosse hanno sollevato l’indignazione di artisti e curatori, innescando una nuova stagione di scontro tra la Casa Bianca e il mondo dell’arte.
IL RITORNO DEL KITSCH PATRIOTTICO
L’era Trump 2.0 non si sta limitando a ridefinire i confini della politica culturale pubblica, ma si riflette con forza anche nel mercato dell’arte contemporanea. Dopo anni segnati dall’ascesa di tematiche legate alla diversità, all’inclusione e all’attivismo, la vittoria del tycoon riporta in auge un’agenda identitaria e conservatrice che promette di riscrivere le regole del gioco. Secondo il magazine Artforum, l’arte rischia di diventare uno “strumento di propaganda soft“, dove il valore estetico torna a prevalere sul messaggio politico, in un ritorno al kitsch patriottico già teorizzato dallo storico dell’arte Dorothy Barenscott.
MUSEI SOTTO CONTROLLO
Il primo terreno di scontro è simbolico. La nuova amministrazione punta a revisionare i criteri di selezione delle opere pubbliche, privilegiando artisti che celebrano l’identità americana, i suoi padri fondatori, i valori della famiglia e della fede. Trump mira a eliminare le “mostre divisive”, ovvero quelle che affrontano tematiche LGBTQ+, postcoloniali o legate alle minoranze etniche. “Vogliamo un’arte che ci unisca, non che ci divida“, ha dichiarato il vicepresidente JD Vance, incaricato di supervisionare i programmi dello Smithsonian.
LE NUOVE SCELTE DEL MERCATO
Questa svolta ideologica sta già influenzando le scelte di gallerie, case d’asta e collezionisti. Secondo un’inchiesta di Artnet News, molti investitori stanno abbandonando artisti politicamente impegnati, considerati troppo rischiosi, per puntare su nomi ‘neutrali’ o più appetibili sul piano commerciale. In questo clima, riemergono autori legati all’iperrealismo, al figurativo tradizionale e a un’estetica rassicurante.
Ci sono poi artisti che si dichiarano apertamente filo-trumpiani. È il caso di Scott LoBaido, noto per le sue opere patriottiche e politiche, in particolare dipinti e sculture raffiguranti la bandiera americana o una serie di installazioni e ritratti dedicati proprio al presidente statunitense. In questo modo LoBaido è riuscito a guadagnare visibilità e riconoscimento nel contesto politico attuale.
Alla lista appartiene anche Lucian Wintrich, che ha organizzato e curato nel 2016 la mostra d’arte #DaddyWillSaveUs, considerata la prima esposizione d’arte conservatrice e pro-Trump negli Stati Uniti. Questa mostra ha attirato l’attenzione mediatica e ha contribuito a posizionare Wintrich come figura di spicco nell’arte legata al movimento conservatore.
NFT PATRIOTTICI
Ma la vera sorpresa potrebbe arrivare dal digitale. Trump, da sempre attento alle nuove opportunità di marketing politico, ha dimostrato una particolare predilezione per il mondo delle criptovalute e degli NFT. Già nel 2022 aveva lanciato la sua prima collezione di Trump Digital Trading Cards, vendute come NFT raffiguranti l’ex presidente in pose eroiche e fumettistiche — dal cowboy allo spaceman — e andate sold out in poche ore. A questa operazione è seguita una seconda serie, consolidando la presenza dell’ex presidente nel panorama della crypto art commerciale.
Nel 2024, in piena campagna per il secondo mandato, Trump ha poi lanciato la meme coin $TRUMP, una criptovaluta connessa a un ecosistema di prodotti digitali a tema patriottico. Secondo diversi analisti, questa strategia risponde a una duplice logica: fidelizzare la sua base elettorale più giovane e costruire un’economia parallela che rafforzi il suo brand politico.
Nel nuovo contesto istituzionale, il rilancio dei digital collectibles potrebbe passare attraverso piattaforme blockchain sostenute da fondi pubblici, trasformando l’arte digitale in un asset finanziario “patriottico”.
L’ARTE DELLA RESISTENZA
Non tutti, però, si stanno adeguando. Cresce il fronte del boicottaggio, con decine di artisti che hanno annunciato la loro uscita dal Kennedy Center in segno di protesta. Altri preferiscono portare avanti la propria contro-narrazione: collettivi indipendenti e spazi autogestiti stanno moltiplicando mostre dissidenti, spesso diffuse solo via streaming o nel dark web, per sfuggire alla censura istituzionale.
Oltre 400 artisti hanno firmato una lettera indirizzata al NEA (National Endowment for the Arts), esortando l’ente a resistere alle restrizioni imposte dall’amministrazione Trump, che vietano l’uso di fondi federali per progetti che promuovono diversità, equità, inclusione o ideologie di genere. “Queste restrizioni tradiscono la missione del NEA di beneficiare tutti attraverso l’arte”, scrivono gli artisti, “e compromettono i valori fondamentali della nostra società”.
Roberto Lugo, artista e ceramista noto per le sue opere che affrontano temi di razza e identità, ha invece espresso al Guardian preoccupazione riguardo all’ordine esecutivo di Trump volto a riformare lo Smithsonian. Lugo ha dichiarato: “È un momento spaventoso per gli artisti che cercano di raccontare storie autentiche. Censurare l’arte che affronta questioni razziali equivale a negare la nostra storia e la nostra realtà attuale.”
IL MONDO DELL’ARTE SOSPESO TRA COMPIACIMENTO E RIBELLIONE
Nel nuovo ordine trumpiano, l’arte contemporanea si ritrova così sospesa tra nostalgia e innovazione, tra la tentazione di compiacere un potere conservatore e la necessità di ribellarsi. La posta in gioco non è solo estetica, ma profondamente politica: chi decide cosa è arte, chi la finanzia, chi la racconta. E mentre le grandi istituzioni si adeguano, il futuro della creatività più radicale si sposta ai margini, dove la libertà, seppur precaria, continua a vivere.
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