Matteo Bergamini incontra Guilherme Almeida, giovane artista baiano, nel suo studio di Salvador: il risultato è una conversazione tra il metodo della pittura e la necessità di “professionalizzare” la figura dell’artista.
Guilherme Almeida (classe 2000) è originario di Salvador (Bahia) e, senza ombra di dubbio, è uno dei giovani artisti brasiliani più promettenti: dal 2021 la sua carriera è in ascesa, rappresentato dalla galleria Paulo Darzé di Salvador, una delle più importanti del Brasile, da Base di San Paolo e in collaborazione con l’italiana Ribot; inoltre, tre sue opere recenti sono state acquisite dal Reina Sofía di Madrid per entrare a far parte della collezione permanente del museo. Lo stile unico di Guilherme, pittore che “pulisce il pennello” sulla tela – come lui stesso ama definirsi – si riflette in soggetti che spaziano dalla natura morta al ritratto e al paesaggio, con un punto di osservazione radicato nella cultura, nella vita quotidiana e nelle relazioni che coinvolgono soprattutto il popolo baiano.
Incontro Guilherme nella sua casa-atelier, nel quartiere Roma a Salvador, dopo alcuni mesi dal nostro primo contatto e con molte novità all’orizzonte…
Guilherme, dall’ultima volta che ci siamo parlati, l’anno scorso, tre tue opere sono state acquisite dal Reina Sofía di Madrid e in Italia hai anche vinto il premio Marval Collection ad Arte Fiera a Bologna, con la Galleria Ribot di Milano. Partiamo da qui?
È stato fantastico: ho vinto come artista emergente e, tra l’altro, è stato il mio primo premio fuori dal Brasile.
E come è avvenuto l’ingresso nella collezione del Reina Sofía? Quali opere sono state scelte?
Grazie alla mediazione della Galleria Base di San Paolo. Nel 2022 ho tenuto la mia prima personale lì e subito dopo la galleria ha portato i miei lavori ad Art Rio. Lì, lo staff del Reina Sofía si è interessato molto alle opere che ritraevano Marielle Franco, Carolina Maria de Jesus ed Elza Soares, avviando le trattative subito dopo la fiera. Queste tre opere fanno parte della serie Destruição dos Mercados I e sono acrilici su carta di giornale. Ho aspettato un anno e mezzo per vedere conclusa l’acquisizione…
E ora, a cosa stai lavorando?
Quest’anno ho avuto altre due mostre personali, una qui a Salvador, alla Paulo Darzé, e un’altra a San Paolo. Ora sto approfondendo progetti di continuità del mio lavoro. È persino nata una serie dentro la serie.
I lavori che ho visto alla Paulo Darzé – parte della tua mostra Desfrutar do tambor – erano più grandi rispetto a quelli dello scorso anno, ma qui vedo opere più piccole. Stai lavorando a cose molto diverse...
Non sono lavori che penso di esporre o mostrare: sono studi, ricerche su colori e materiali.
In questi paesaggi, la figura umana sembra quasi scomparire...
Sono paesaggi ispirati alla Lagoa do Abaeté, la laguna di Itapuã [quartiere a nord di Salvador, ndr]. Ho ascoltato molte canzoni composte e cantate da Dorival Caymmi; sono innamorato dei suoi testi e di questo luogo mistico, di questo cielo bianco e delle leggende che parlano di una presenza che abita nell’acqua e emette suoni. Sulla scia di questa fascinazione, sto rendendo la laguna protagonista dei miei prossimi dipinti. Mi sto sforzando di allontanarmi un po’ dalla figura umana, perché nella pittura di paesaggio ci sono scene che raccontano molto anche senza il gesto umano; per questo sto lavorando di più sulle ombre o dipingendo solo frammenti di corpi, figure di spalle, o semplicemente in piedi. Il paesaggio offre una libertà immensa e permette le forme che amo esplorare con il pennello.
Perché, come utilizzi il pennello?
Io dico sempre che non dipingo, ma “pulisco il pennello”: voglio eliminare il colore che c’è su di esso. Ecco perché le mie pitture mantengono infinite tracce della pennellata. Lavoro molto con l’acrilico, senza diluirlo. Se ho bisogno di un tono più opaco, uso un altro tipo di colore: prendo una vernice di bassa qualità, con pigmenti meno pregiati, e la mescolo con una più ricca, anziché usare l’acqua. Così creo un gioco visivo in cui, ad esempio, un fiume appare più chiaro di un corpo umano e brilla come se fosse olio, ma ricorda anche un acquerello, una pittura bagnata.
Interessante questo processo. Ma come inizi esattamente a dipingere?
Inizio pensando all’opera come se fosse una palette di colori; scrivo letteralmente la palette che userò.
In che senso?
Non disegno mai prima. Dipingo direttamente sulla tela.
Quindi scegli tutti i colori in anticipo?
Sì, tutti i colori che entreranno nell’opera sono definiti dall’inizio. Non sono il tipo di artista che compra 300 tubetti e aspetta l’ispirazione per decidere quale usare. Scrivo quelli che voglio e il processo fa il resto.
Lavori sempre per cicli, vero?
Esatto. Di solito lavoro su cinque tele contemporaneamente. Pianifico tutto: i colori, le dimensioni e i formati, anche perché ho poco spazio. Non posso portare avanti più progetti insieme, quindi devo organizzarmi prima.
Parliamo ancora della Lagoa do Abaeté: anche per me è un luogo incredibile. Questa tua attenzione al paesaggio è nata grazie a Dorival Caymmi?
È iniziata un po’ prima. Ricordi quell’opera che hai citato nel tuo articolo dello scorso anno [su Umbigo Magazine n°84, ndr], con l’uomo e il cavallo? Stavo già pensando a come dipingere la vegetazione in modo che sembrasse inequivocabilmente un “Guilherme Almeida”, pur richiamando i ritratti. Mi chiedevo: come posso dipingere, ad esempio, un fiore che dialoghi con il corpo umano, mantenendo il mio stile?
Quindi stai ancora sperimentando?
Sì, ma credo stia andando bene. Sintetizzo molto: uso pochi colori e lascio emergere la texture della tela. In questa serie ci saranno poche figure e molte ombre, con tocchi di colore che creano un’atmosfera…
Che rapporto hai con il disegno?
Ne ho fatti circa 30 quest’anno, ma sono solo appunti tecnici: segno titoli, spazi da riempire, tipi di colore. Per me la pittura è quasi un processo grafico di applicazione del colore. Non è “disegno” nel senso tradizionale.
Riesci a visualizzare le idee in modo molto fedele al risultato finale...
Sì, vedo le tele già finite. Lavoro con largo anticipo perché, in realtà, a essere lungo è il processo di ricerca, non la pittura. Per la mia ultima personale alla Paulo Darzé, ho impiegato sei mesi per studiare i soggetti, ma poi ho dipinto 12 opere grandi in un mese. Inoltre, lavoro per colore: dipingo tutto ciò che richiede una certa tonalità in una sola sessione.
Direi che sei un artista molto matematico...
Lo sono, eccome. Ma il bello è che nelle mie opere non si percepisce questa razionalità.
Anzi, sembrano dipinte en plein air, con cavalletto e tutto il resto...
Molto impressionista, esatto. Forse è anche per l’abbondante uso di colore.
E il giornale avrà un ruolo in questa nuova serie?
In un certo senso, sì.
Tra i tuoi progetti ci sono anche dipinti su pizzo...
È una ricerca iniziata nel 2021, parallelamente ai ritratti su giornale. Mi interessa esplorare materiali diversi.
Ricordo che l’anno scorso eri incerto su questo approccio, ma se non sbaglio, ora nella collezione della Paulo Darzé ce ne sono due...
Tutti li trovano bellissimi, ma dipende dalla texture del pizzo: se è troppo traforato, il colore diventa astratto, con macchie che richiedono una parete perfetta per non sembrare casuali. È ancora un lavoro in evoluzione…
Hai frequentato Belle Arti, giusto?
Sì, alla UFBA [Universidade Federal da Bahia, ndr]. Ho iniziato la laurea triennale, ma alla fine l’ho sospesa. A metà del corso, ho partecipato a una residenza artistica in Portogallo, all’Università di Évora, dove sono rimasto sei mesi. Poi è arrivata la pandemia e tutto si è fermato. Sono riuscito a realizzare per loro un’opera in cartone, intitolata Voando Alto: la maggior parte di quei piccoli dipinti è stata acquistata da collezionisti italiani.
Ed è nata così la collaborazione con la galleria milanese Ribot?
Sì, alla UFBA [Universidade Federal da Bahia, ndr]. Ho iniziato la laurea triennale, ma alla fine l’ho sospesa. A metà del corso, ho partecipato a una residenza artistica in Portogallo, all’Università di Évora, dove sono rimasto sei mesi. Poi è arrivata la pandemia e tutto si è fermato. Sono riuscito a realizzare per loro un’opera in cartone, intitolata Voando Alto: la maggior parte di quei piccoli dipinti è stata acquistata da collezionisti italiani.
Non ti piacciono le collettive?
Penso che le mostre collettive, se concepite come progetti teorici, siano più adatte alle istituzioni. Spesso le gallerie hanno spazi limitati, e in quei casi le collettive rischiano di compromettere la comprensione delle opere. È anche per questo che sto pensando di aumentare la scala dei miei dipinti. Era già nei miei piani, ma ero molto concentrato sui ritratti – per via delle molte richieste – che non sono riuscito a sviluppare questa idea. Con Ribot, invece, ho avuto l’opportunità di distribuire le serie su piani diversi. Credo sia fondamentale per valutare davvero il lavoro: capire se è l’opera in sé a essere valida o se è merito della curatela. Io amo costruire le mostre, non amo le mostre che funzionano solo grazie all’allestimento.
Tornando all’università: perché hai interrotto? Lo trovo strano, anche perché in Brasile la formazione è considerata importantissima, in qualsiasi campo...
Secondo me, una facoltà di Belle Arti dovrebbe formare professionisti. Da studente, volevo capire come si crea un portfolio, cosa fa un curatore, come si assicura un’opera, come funzionano i mercati e le gallerie “reali” (e non quelle universitarie). Questi temi, spesso, non vengono affrontati. Ancora oggi, molti ex compagni mi contattano per chiedermi consigli. Dico sempre che ho dovuto studiare due volte: sia l’arte, sia come lavorarci, perché la realtà è ben diversa dall’accademia.
Quali sono i tuoi prossimi passi?
Voglio senza dubbio rafforzare i legami con le istituzioni per realizzare più mostre personali. E puntare ancora di più sul mercato internazionale. Quanto alle opere, desidero esplorare sempre di più la natura – nei paesaggi, nei fiori, persino nella vita umana. A proposito, fino al 23 aprile sarò in mostra a Brasília con la mia prima personale alla Galleria Karla Osório, “Mar que traz, também leva”, a cura di Tarcísio Almeida.
LINK
https://www.instagram.com/guilhermealmeidaaa
https://www.ribotgallery.com/wp-content/uploads/2022/12/WEB_Ribot_CatalogoAlmeida.pdf/
Tropical Studio #9. Guilherme Almeida: escrever a pintura
por Matteo Bergamini
Encontro com o jovem artista baiano Guilherme Almeida, em seu ateliê em Salvador: uma conversa entre o método da pintura e a necessidade de “profissionalizar” a figura do artista.
Guilherme Almeida (2000) é natural de Salvador (Bahia). Sem sombra de dúvidas, estamos falando de um dos mais proeminentes jovens artistas brasileiros: de fato, três de suas obras já foram adquiridas pelo Reina Sofia, em Madri, para integrar o acervo permanente do museu; desde 2021 a sua trajetória é ascendente, representado pela galeria Paulo Darzé de Salvador, uma das maiores galerias do Brasil, pela Base de São Paulo e colaborando também com a italiana Ribot. O estilo único de Guilherme, pintor que “limpa o pincel” na tela – como ele mesmo afirma – reflete-se em sujeitos que alcançam os gêneros da natureza morta, do retrato e da paisagem, tendo como ponto de observação primário a cultura, a vida cotidiana, as relações que envolvem, majoritariamente, o povo baiano. Encontro Guilherme na sua casa-ateliê, no bairro Roma, em Salvador, após alguns meses do nosso primeiro contato, com muitas novidades pela frente…
Guilherme, desde a última vez que conversamos, no ano passado, você teve três obras adquiridas pelo Museu Reina Sofia, em Madri, e também ganhou o prêmio Marval Collection na Arte Fiera de Bolonha, com a Galeria Ribot de Milão. Vamos começar por aqui?
Foi muito bom: ganhei como artista emergente e, inclusive, foi o meu primeiro prêmio fora do Brasil.
Quanto ao ingresso na coleção do Reina Sofia, como aconteceu? Quais obras foram selecionadas?
Foi por intercessão da Galeria Base de São Paulo. Em 2022, tive a minha primeira individual lá e logo em seguida a galeria levou os meus trabalhos à Art Rio. Ali, o time do Reina Sofia ficou muito interessado nas obras que representavam Marielle Franco, Carolina Maria de Jesus e Elza Soares, começando as negociações logo após a feira. Essas três obras fazem parte da série Destruição dos Mercados I e são pinturas acrílicas sobre papel de jornal. Esperei um ano e meio para ver finalizada essa aquisição…
E agora, está trabalhando em quê?
Neste ano, tive mais duas exposições individuais, uma aqui em Salvador, na Paulo Darzé, e outra em São Paulo. Agora estou mergulhando em projetos, não novos, mas de continuidade do meu trabalho seguindo essas exposições individuais. Até que nasceu uma série dentro da série.
Os trabalhos que vi na Paulo Darzé – parte da sua exposição “Desfrutar do tambor” – eram maiores comparados aos que você estava trabalhando no ano passado, mas aqui vejo esses trabalhos menores. Está trabalhando em muitas coisas diferentes…
Não são trabalhos em que eu penso poder fazer exposição ou mostrar: são estudos, são pesquisas a respeito de cores e materiais.
Nesses paisagens, a figura humana está quase a desaparecer…
São paisagens inspiradas na Lagoa do Abaeté, a lagoa de Itapuã [bairro ao norte de Salvador, ndr]. Tenho ouvido muitas músicas compostas e cantadas por Dorival Caymmi; estou apaixonado pelas letras dele e também por esse lugar místico, por esse céu branco e pelas lendas que narram de uma presença que mora dentro da lagoa e que emite sons. Conforme toda essa fascinação, estou trazendo a lagoa como a protagonista das minhas próximas pinturas. Tenho me esforçado muito para sair um pouco da figura humana, mesmo porque na pintura de paisagem há cenas que contam muita coisa mesmo sem precisar do gestual humano; por isso tenho trabalhado mais nas sombras ou pintando só pedaços de corpos, figuras de costas, ou então só em pé. O trabalho de paisagem oferece uma liberdade imensa e possibilita as formas que eu gosto de explorar com o pincel.
Por que você utiliza o pincel de qual forma?
Eu sempre digo que eu não pinto, eu limpo o pincel: quero acabar com a tinta que está nele. Então as minhas pinturas levam muitas marcas do pincel. Eu trabalho muito com acrílica, sem diluí-la. Se precisar de um tom mais fosco, uso outra tinta: pego uma de baixa qualidade, que não tenha um pigmento tão bom, misturando-a com uma tinta mais rica, em vez de usar água. E aí eu consigo criar esse jogo visual onde, por exemplo, o rio está mais claro do que o corpo humano e brilha como se fosse óleo, e também fica parecendo uma aquarela, uma pintura molhada.
Interessante esse processo, mas como começa a pintar, exatamente?
Começo pensando no trabalho como se fosse uma paleta de cores; escrevo mesmo a paleta que eu vou usar.
Em que sentido?
É assim: eu não desenho os trabalhos. Pinto diretamente na tela.
Então você escolhe, antes de começar, todas as cores que usará?
Todas as cores que entrarão são estabelecidas logo no começo, no princípio. Eu não sou aquele tipo de artista que compra 300 tintas e vai esperando um processo de inspiração para decidir qual tinta entrará na tela. Eu escrevo as que eu quero e o processo acerta.
Você trabalha sempre por ciclos, não é?
É. Eu costumo trabalhar em cinco telas de uma vez. Planejo tudo: as tintas que entram, os tamanhos das telas e os formatos, até porque não tenho muito espaço, então não tem como fazer mais de um projeto ao mesmo tempo e por isso tudo isso tem que ser pensado antes.
Conte-me mais sobre a Lagoa do Abaeté: para mim, também, é um lugar incrível. Essa sua vontade de pintar a paisagem veio por causa do Dorival Caymmi mesmo?
Veio um pouco antes. Lembra-se daquele trabalho que você incluiu no seu texto do ano passado [publicado na Umbigo Magazine n°84, ndr] que tinha como sujeito o homem e o cavalo? Pensava em pintar a vegetação, em como eu poderia pintar uma planta com a cara de ser uma pintura de Guilherme Almeida que remetesse também aos retratos. Enfim, para pensar nessa característica, perguntei-me como posso pintar – por exemplo – uma flor que eu consiga dialogar com o corpo humano, que se encaixe e fique interessante visualmente sem parecer de outro artista, mantendo o meu estilo.
Enfim, ainda está testando?
Estou, mas acho que está indo bem, até porque estou sintetizando: gosto de trabalhar a pintura usando poucas cores e, sim, evidenciando a mesma textura da tela. Nessa série surgirão poucas figuras e muitas sombras e toques de cores se somando para criar uma atmosfera…
Que relação tem com o desenho?
Eu tenho aqui, sei lá, 30 desenhos que eu fiz este ano, que são parte dos projetos… mas são desenhos puramente informativos: coloco o título, os espaços que vou preencher com a tinta, o tipo de tinta. É na construção da tela, também, que a pintura se torna quase um processo gráfico de aplicação de tinta. Não é tanto pintura assim.
Você consegue entrever e estruturar suas ideias de uma maneira muito fiel ao resultado final…
É, eu consigo ver as telas todas prontas, trabalho com muita antecedência, porque na verdade a minha pintura não demora, o que demora é a pesquisa. Por exemplo, demorei seis meses para pesquisar os sujeitos e para pensar nas obras da última individual na Paulo Darzé, mas quando tudo estava pronto, eu pintei tudo em um mês, doze obras grandes. Além disso, eu trabalho por cor, pinto tudo que deve ter uma determinada cor de uma vez.
Eu diria que você é um artista bem matemático…
É, matemático mesmo. Mas é engraçado, porque não dá para perceber nessas pinturas que é um trabalho muito racional.
Pelo contrário, parece quase uma pintura ao ar livre, com cavalete e a ferramenta toda…
Muito impressionista, exato. Mas acho que é também pelo uso de muita tinta.
E o papel de jornal vai entrar também nessa nova série?
De uma certa forma, sim.
Entre os seus projetos, há também pinturas sobre renda…
É uma pesquisa antiga, que comecei em 2021, juntamente com a demanda dos retratos nos jornais. Eu sempre tenho esse interesse na exploração dos materiais.
Lembro-me de uma certa incerteza, no ano passado, a respeito desse tipo de trabalho, mas se eu não estiver errado, agora também no acervo da Paulo Darzé há dois…
Todo mundo fala que esses trabalhos são lindos, mas dependendo da textura da renda – se for muito vazada ou não – a pintura fica muito abstrata, com manchas de cores que, para não ficar completamente avulsas, precisam de uma parede perfeita por trás: é um trabalho ainda muito em processo…
Você cursou Belas Artes, é isso?
Cursei. Na UFBA [Universidade Federal da Bahia, ndr]. Fiz bacharelado, mas acabei trancando. No meio do curso, frequentei uma residência em Portugal, fiquei lá três meses, na Universidade de Évora, mas contemporaneamente veio a pandemia e acabou tudo. Consegui fazer um trabalho para eles, em papelão, chamado Voando Alto: a maioria dessas pequenas pinturas foi vendida a colecionadores italianos.
E daí veio a colaboração com a galeria italiana Ribot?
Na verdade, a minha primeira galeria foi a Base de São Paulo, depois veio a Ribot. O trabalho das duas galerias é bem diferente, pois a Mônica [dona da Galeria Ribot, em Milão] só trabalha com o mercado primário e sempre com exposições individuais, o que eu acho muito legal.
Não gosta de coletivas?
Acho que as exposições coletivas, imaginadas como projetos teóricos, claramente cabem melhor em uma instituição. É muito comum a galeria ter pouco espaço; as coletivas em lugares pequenos podem afetar a compreensão dos trabalhos. É por isso que eu tenho pensado, também, em aumentar a minha escala de pintura. Já estava nos meus planos ampliar o formato, mas, como eu estava preso aos retratos, conforme as muitas demandas, não tinha conseguido expandi-lo muito. Só consegui fazer isso com a Ribot, porque eles me deram a proposta de colocar cada série em um andar diferente. Eu sinto que deve ser assim, para a verificação da obra de arte mesmo, para ver se o trabalho de fato é bom ou se é só o trabalho do curador que é bom. Eu sinto essa necessidade: eu gosto de trabalhar com exposições, não gosto de exposições com trabalho.
Voltando para a faculdade: você trancou por quê? É estranho, mesmo porque – na minha visão, o Brasil aposta muitíssimo na formação, de qualquer tipo que seja…
Eu acho que a universidade, a Faculdade de Belas Artes, deveria ensinar e formar artistas profissionais: como estudante, eu queria entender o que significa realizar um portfólio, queria entender o que é um curador e como trabalha, como fazer um seguro para uma obra de arte, como funcionam os mercados, como funciona uma galeria que não seja a galeria utilizada pelos alunos e pelos professores. Todos esses assuntos, na maioria das vezes, as faculdades de arte não abordam. Até hoje, muitos colegas da faculdade me procuram para tirar suas dúvidas. Eu sempre falo que tive que estudar duas vezes: é preciso aprender tanto sobre a arte quanto sobre como trabalhar com ela, porque a realidade não é a faculdade.
Pode contar-nos quais serão as suas próximas etapas?
Sem sombra de duvidas quero aumentar minha relação com as instituições para conseguir exposições individuais. Também quero crescer mais no mercado internacional de arte. E sobre os trabalhos quero cada vez mais apresentar a natureza nas minhas obras, seja nas paisagens, nas flores, até mesmo na vida humana. A propósito, até o dia 23 de abril estarei com a minha primeira individual na Galeria Karla Osório, em Brasília: “Mar que traz, também leva“, curada por Tarcísio Almeida.
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