Carlo Zanni trasforma l’arte digitale in un’esperienza fluida e interattiva. Con bot e algoritmi, crea opere che riflettono sulla fruizione superficiale online. Nella mostra DAN, lo spazio fisico diventa digitale, proiettando l’arte in una dimensione continua.
Navigando online in cerca di risorse sull’opera di Carlo Zanni, può capitare di imbattersi nell’indicazione “dimensioni variabili” in relazione ad alcune sue opere, come nel caso di Save Me For Later (2022) una delle sue recenti performance digitali. Trovo che questo termine, solitamente impiegato per descrivere la modularità o l’adattabilità di un’opera nello spazio fisico, qui assuma una valenza quasi epifanica. Non metto solo in discussione il concetto di materialità dell’opera – un tema ormai assodato nell’arte digitale – ma le riconosce una natura fluida, capace di trasformarsi continuamente in relazione ai nuovi canali di diffusione nati con l’evoluzione del web e del panorama artistico contemporaneo. Sebbene tratti caratteristici simili siano ormai evidenti in numerosi progetti contemporanei, in particolare nell’ambito delle nuove tecnologie, l’approccio di Zanni si distingue per la sua costante inclinazione a percorrere traiettorie marginali rispetto al sistema dell’arte tradizionale, sin dagli albori della sua ricerca. Quello che trovo particolarmente interessante è che, tra i flussi digitali più disparati e i meandri più remoti del web, l’opera di Zanni si insinua anche in reti nascoste, attraverso filtri e convenzioni che non emergono a uno sguardo superficiale.
HO VISTO UNA PERFORMANCE DIGITALE NEL FEED DI INSTAGRAM
Scorrendo, ad esempio, la pagina Instagram di Zanni, si possono notare alcuni contenuti legati a Save Me For Later, tra cui screen recording che offrono delle finestre su questa performance digitale. Questi contenuti rivelano come l’opera, in apparenza, venga traslata dalla sua forma iniziale di performance autonoma a un contenuto facilmente integrabile e consumabile all’interno della piattaforma.
L’opera segue la navigazione di un bot su amazon.com, che seleziona casualmente articoli proposti sul sito, e li aggiunge nel carrello fino a riempirlo, costringendo così il sistema a spostare automaticamente gli oggetti nella lista “Salvato per dopo”. A prima vista, sembrerebbe che sia l’artista a compiere questa azione: il suo volto compare in un feed video in streaming, con lo sguardo apparentemente sincronizzato ai movimenti del cursore. Solo successivamente ci si accorge che i suoi occhi si muovono indipendentemente dal puntatore, svelando una natura automatizzata del processo. Un dettaglio che non sfugge all’occhio più attento: la finestra del browser, posizionata con precisione, lascia intravedere il codice che governa il bot, rendendo visibile la logica algoritmica sottostante. La struttura del video, costretta in una forma verticale, è un’impostazione che merita di essere indagata. Riflette infatti la modalità visiva e comunicativa imposta dai dispositivi mobili e dalle piattaforme social, dove ogni contenuto è progettato per essere fruito rapidamente, spesso in spazi ridotti. Se inizialmente l’opera si sviluppa in un formato orizzontale, la sua diffusione virale la costringe inevitabilmente a ridursi e adattarsi a questa dimensione. Un ridimensionamento che non solo trasforma la modalità di fruizione, ma cambia anche lo statuto ontologico dell’opera: ciò che inizialmente sembrava un lavoro pensato per il contesto artistico, ora assume l’aspetto di uno screenshot banale, un’azione che chiunque potrebbe compiere con il proprio dispositivo.
In Zanni è evidente un intento di diffusione che rispecchia la natura stessa di Instagram come piattaforma social, ma è comunque interessante notare come questa modalità stia generando un tipo di immagine diversa. Potremmo forse parlare di una vera e propria estetica che, pur nella superficialità della fruizione digitale, mantiene uno sguardo verso il mondo dell’arte. Questo comporta una perdita della sacralità dell’oggetto artistico per divenire, tutt’al più, un frammento da consumare e archiviare. Penso al concetto di screenshot, come lo definisce Steve Shapin, un atto di “virtual witnessing” che consente di (di)mostrare ciò che stiamo facendo o vedendo, in tempo reale, nel contesto digitale; Save Me for Later si inserisce perfettamente in questa dinamica, ma con una consapevole riflessione sul significato consumistico e sulla superficialità del gesto di scrolling. L’opera, in questo senso, non si limita a riflettere il mondo digitale, ma ne fa propria la logica, trasformando la formalizzazione dell’opera in un meccanismo che diventa parte integrante del suo stesso messaggio. Un caso in cui la forma e il contenuto si intrecciano, suggerendo una critica alla banalità della fruizione digitale e alla sua continua trasformazione in prodotto consumabile.
UN BOT GENERATIVO DI CARLO ZANNI ALLA BANQUET GALLERY
Alla luce di quanto finora analizzato, è fondamentale sottolineare che la modalità progettuale e artistica di Carlo Zanni non comporta un rifiuto dei contesti più convenzionali. Carlo ha presentato, infatti, la mostra DAN, presso la Banquet Gallery di Milano e questo progetto rappresenta una prova tangibile di come, se da un lato la sua ricerca si evolva e si adatti a contesti digitali e virali, dall’altro mantenga un legame con gli spazi espositivi tradizionali, come nel caso di una galleria. Durante l’esposizione DAN, presentata alla Banquet Gallery di Milano nei mesi scorsi, Zanni ha operato una vera e propria riconfigurazione dello spazio, partendo dal seminterrato, dove il semibuio angusto, tipico di questo angolo della galleria, ha accolto una seconda performance digitale intitolata My Shameful Sweet Spot Between Distress and Hilarity. Questa nuova performance, sebbene simile nella struttura alla precedente Save Me For Later, si è svolta all’interno del sito web della Maison Margiela, un marchio di moda parigino di alto livello. Il bot interagiva con il sito, eseguendo una serie di azioni apparentemente prive di logica. Eppure, dietro questa apparente incongruenza, si nasconde una riflessione profonda sulle dinamiche di informazione e consumo nell’era digitale. Il bot raccoglieva titoli di notizie provenienti da fonti come Al Jazeera, integrandoli come query di ricerca all’interno del sito di moda. Questa frizione tra gli eventi globali trattati dalle notizie e gli oggetti di lusso proposti dalla Maison Margiela genera un cortocircuito visivo e concettuale che ci costringe a riflettere sulle contraddizioni del nostro tempo: nell’era della produzione algoritmica e della sovrabbondanza di immagini, lo spazio web è sempre più un luogo dove miseria e lusso convivono.
RICALIBRAZIONE DEL WHITE CUBE: DA SPAZIO ESPOSITIVO A INFRASTRUTTURA DIGITALE
È quasi buio lo spazio che accoglie quello che, a questo punto, dovremmo forse definire “utente” piuttosto che visitatore. Se da un lato la galleria conserva le caratteristiche di un ambiente espositivo, è la natura stessa dell’azione a suggerire un cambio di prospettiva. L’unica fonte di luce è la grande proiezione che domina l’intera parete: un’enorme pagina web sovraccarica di input, finestre e continue sovrapposizioni, che non si limita a riempire lo spazio, ma lo ridefinisce. La galleria cessa di essere un semplice contenitore e diventa un dispositivo che assorbe la progettualità di Zanni, piegandosi alla logica dell’opera fino a trasformarsi nel suo stesso medium. Ne deriva una ricalibrazione dello spazio espositivo tradizionale, che da white cube si riconfigura in infrastruttura digitale: non più un involucro fisico, ma un sistema fluido, capace di riattivarsi in contesti sempre nuovi. L’opera, infatti, non si esaurisce con la mostra, ma si prolunga oltre i confini finiti della galleria, insinuandosi nei meandri di altri spazi digitali e trovando nuove forme di esistenza sulle piattaforme online. Lo spazio originario della performance viene radicalmente rinegoziato: l’ecosistema digitale – la pagina web bianca – non solo ingloba e trasforma questo linguaggio, ma si configura come un contesto concepito per un’esistenza postuma. Se in passato il dibattito si concentrava sulla documentazione dell’azione e sulla sua natura ontologica, oggi l’effimerità dell’evento performativo cede il passo alla sua trasformazione in contenuto post-prodotto, pensato fin dall’inizio per essere registrato, condiviso e fruito attraverso il filtro dei media digitali. La documentazione dell’azione e la sua diffusione online non sono più elementi accessori, ma componenti essenziali del processo. Tra presenza effimera e traccia persistente, My Shameful Sweet Spot Between Distress and Hilarity rinegozia i confini dello spazio espositivo e sovverte il concetto stesso di durata. Con un’estetica low-tech, l’opera sfrutta la familiarità ossessiva dell’interfaccia web con cui interagiamo quotidianamente, guidandoci esattamente dove vuole: di fronte alla nostra condanna, facendoci sprofondare in essa.
Immagine di copertina: Exhibition views of DAN, a solo show by Carlo Zanni at banquet gallery
LINK
- THE EGGSCAPE: quando è una statuetta a raccontarsi. Intervista a Stefano Conti - Ottobre 10, 2025
- Riapre a Bologna con Family Matters Gelateria Sogni di Ghiaccio - Luglio 25, 2025
- Il dispositivo performativo tra estetica minimale e rappresentazione digitale - Maggio 2, 2025




