Don Thompson ci racconta perché non fidarsi dell’arte

Oggi vi consigliamo Lo squalo da 12 milioni di dollari di Don Thompson, un viaggio ironico e lucido nel mondo dell’arte contemporanea, tra aste, speculazioni e squali in formaldeide. Un libro che svela come il valore artistico sia spesso solo una questione di…marketing.

Ok, che vi racconto per questo giro? Quale libro vi consiglio? E perché?

Qualche anno fa, trovai in una libreria di Londra un libro molto divertente che aveva in copertina un famoso squalo, da noi in Italia sarebbe arrivato solo 3 anni dopo. Inizio così ma proseguo dicendovi che a volte il mondo dell’arte contemporanea sembra un film di Martin Scorsese: ci sono i boss delle aste, gli speculatori senza scrupoli, i colpi di scena e, ovviamente, il denaro che scorre a fiumi. Poi c’è Damien Hirst con il suo squalo (quello della copertina) in formaldeide, che da solo riassume tutto il senso (o il non-senso) di questo mercato surreale. Don Thompson, con Lo squalo da 12 milioni di dollari, scrive un libro che è una via di mezzo tra un thriller finanziario e una guida per aspiranti truffatori, con il tono di chi ha capito il gioco ma si diverte ancora a raccontarlo.

Se vi siete mai chiesti perché un dipinto che sembra uno scarabocchio venga venduto per il PIL di un piccolo Stato, Thompson ha la risposta: non si tratta di arte, ma di narrazione. Il valore di un’opera non sta in quello che rappresenta, ma in chi la vende, chi la compra e chi riesce a convincere il mondo che è importante. È una partita a poker dove il banco è gestito da galleristi come Larry Gagosian e curatori superstar, mentre i collezionisti – hedge fund manager e miliardari annoiati – sono i giocatori che alzano sempre la posta.

SQUALO CERCASI (VIVO O MORTO)

Prendiamo il caso più famoso del libro: lo squalo (sempre lui) di Damien Hirst. Un pescecane immerso nella formaldeide, acquistato dal collezionista Charles Saatchi e poi rivenduto per una cifra astronomica. Un’opera che, con il tempo, ha iniziato letteralmente a decomporsi, mettendo il suo nuovo proprietario di fronte a un dilemma: lasciare che il capolavoro marcisse o farsene confezionare uno nuovo dall’artista? (Spoiler: ne hanno ordinato un altro, come fosse un divano IKEA).

Ed è qui che il libro di Thompson diventa geniale, perché smonta il mito del “genio artistico” e mostra che l’arte contemporanea funziona come il mercato azionario: la percezione conta più della realtà. Se il giusto critico dice che uno squalo morto è un capolavoro, allora lo è. Se lo dice Jeff Koons di un coniglio d’acciaio, il valore schizza alle stelle. Se invece lo stesso concetto viene esposto da un artista sconosciuto, resta nel magazzino di qualche galleria senza mai vedere la luce.

L’ARTE È MORTA? NO, È SOLO IN VENDITA

Ma è davvero così scandaloso? Forse no. Forse tutto questo circo di aste, pubbliche relazioni e follie speculative è solo la versione moderna del mecenatismo rinascimentale, con meno affreschi e più press release. Forse Warhol aveva ragione quando diceva che l’arte è affari e gli affari sono arte. E forse, se ti dà fastidio che un teschio tempestato di diamanti valga più della Gioconda, il problema è solo tuo.

Leggere Lo squalo da 12 milioni di dollari significa smettere di illudersi che l’arte sia solo espressione e iniziare a vederla per quello che è: un mercato, un sistema di potere, una lotteria dorata dove il vero talento non è dipingere, ma vendere. Eppure, in fondo, rimane anche un pizzico di magia. Perché anche se sappiamo che dietro il sipario ci sono i giochi di potere, continuiamo ad ammirare il palcoscenico. Anche se sappiamo che quello squalo è solo un’operazione di marketing, restiamo a fissarlo, chiedendoci: “ma allora… cos’è davvero l’arte?” La risposta sta nel decostruire la parola “arte” che in molti dicono sia l’abbreviazione di “artificio” ovvero…un trucco, una bugia.

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Francesco Liggieri
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