Un gatto nero in un corridoio sterile, una palla grigia, un loop visivo su Instagram: da qui si apre l’universo di Katerine DM, artista canadese che crea brevi scene CGI oniriche e ipnotiche. I suoi lavori, tra immagine e suono, sfidano la logica del racconto lineare.
Un gatto nero pece attraversa indisturbato un lungo corridoio asettico. Le pareti bianche, illuminate da fredde lampade al neon, emanano una luce anestetizzante. Sembra non esserci traiettoria percorribile: gli unici ingressi laterali probabilmente conducono solo a punti ciechi. Forse il felino è entrato dalla porta alle sue spalle, pulsante di una luce rossa, che lascia dietro di sé. Forse è stato attirato da un topolino – più che altro una palla grigia, perfettamente sferica – che improvvisamente salta, calciata nel vuoto del corridoio. Rotola, e la scena finisce. O meglio: ricomincia.
Le immagini scorrono in loop. È – apparentemente – solo un video trovato su Instagram. Sotto al post, un commento: “I woke up randomly at 3am and see this”. Un’osservazione quasi casuale, che coglie, tuttavia, la natura liminale dell’esperienza. Nell’ambiente iperproduttivo dei social media, dove l’immagine è costantemente generata, replicata e consumata, ogni contenuto rischia di confondersi nell’indistinto. La routine infinita dello scrolling notturno si trasforma in una pratica automatizzata e ipnotica: una deriva digitale che stiamo abbracciando e che, nonostante tutto, nel marasma visuale prodotto quotidianamente, riesce talvolta a rivelare inattesi frammenti di senso – prodotti dal valore artistico, che emergono anche nel substrato più anonimo dei social. Quel video proviene proprio da uno di questi profili.
I’M NOT FRENCH. CHI È KATERINE DM
Nel suo angolo-internet, Katerine Dennie-Marcoux (in arte Katerine DM) ci tiene a precisare che non è francese, sebbene scriva in quella lingua: una caption ironica che compare nella prima storia di presentazione del profilo Instagram, probabilmente nata dai continui fraintendimenti sulla sua provenienza geografica: “Québec and France are different culture”, sottolinea chiarendo la sua posizione. Katerine DM è un’artista multidisciplinare, nata nella foresta vicino a Québec City e che ora vive stabilmente a Montréal. La sua figura sfugge a qualsiasi classificazione rigida: graphic designer, sound artist e, più recentemente, in un percorso di formazione nel campo della confezione su misura, è specializzata nella composizione di immagini e scene surreali costruite attraverso modelli C4D che condivide regolarmente sul suo profilo Instagram. La sua estetica, solo in apparenza allineata a certi codici visivi tipici delle influenze del web più recenti, si distingue per complessità e profondità personale e introspettiva. Le sue composizioni sfuggono alla logica del contenuto da scrollare, pur abitandone consapevolmente i canali. Il profilo Instagram è infatti solo una vetrina: un frammento accessibile di un universo stratificato, in cui i lavori si frantumano, si moltiplicano e sedimentano. Le sue scene non costruiscono una narrazione univoca, ma attivano dispositivi narrativi involontari: sequenze ipervisive, ambienti regolati da una logica onirica che richiama, con una certa nostalgia, alcune estetiche tipiche della CGI anni Novanta. Piuttosto che aderire alle convenzioni di una visione artistica pura e conclusa, il suo lavoro fluisce senza costrizioni all’interno di contesti digitali mutevoli. Instagram, certo, ma anche YouTube, dove carica videoclip realizzati in collaborazione con progetti musicali per lo più indipendenti. In molti casi, è lei stessa a comporre tracce sonore: su beatstars.com ha aperto un profilo dove ha caricato una selezione di samples estratti dai suoi video, costruendo un archivio di oltre un’ora di audio clips direttamente collegate all’universo visivo da cui provengono. Il paesaggio sonoro che accompagna le sue immagini non costituisce solo un substrato: è un elemento attivo, spesso distorto, rallentato o accelerato in una deformazione percettiva che amplifica l’effetto straniante delle composizioni visive.
FORMAT BREVI, ARCHIVI VISIBI E DINAMICHE ANTI-RACCONTO NEL PROCESSO CREATIVO
“I have an interesting relationship with stories. I love them – but only when they’re told to me in person”. Sono le prime parole lette nello scambio di e-mail avvenuto dall’altro lato dell’oceano. Nonostante l’impressione di una coerenza narrativa interna – accentuata dalla ricorrenza di figure e ambienti – Katerine DM esplicita una distanza rispetto all’idea tradizionale di racconto. “Creo principalmente per me stessa, per divertirmi e per mantenere una disciplina”, afferma, sottolineando come l’attività creativa non risponda a una finalità comunicativa, ma a una logica personale e processuale. L’interesse per la narrazione, se presente, si manifesta unicamente nella dimensione del tempo reale: nella costruzione spontanea di atmosfere che si sedimentano in loop brevi e autosufficienti. L’intero flusso di lavoro si struttura secondo un approccio pragmatico, fortemente intuitivo e non lineare. L’elaborazione visiva precede l’intervento sonoro, che viene implementato solo a posteriori. La costruzione delle scene avviene senza storyboard né concept definiti: è lo spazio digitale a suggerire, durante la modellazione, lo sviluppo visivo dell’opera. Le tempistiche di realizzazione sono volutamente contenute – due ore per una clip animata, una per un’immagine statica – in linea con una pratica che privilegia la spontaneità alla rifinitura esasperata, e che rifugge la logica della sovraproduzione. Anche la ripetizione di determinati personaggi o ambienti – come la figura dell’angelo, che torna ciclicamente nel suo archivio visivo – sembra dovuta più a una necessità pratica che una scelta narrativa. Katerine lo ammette senza giri di parole: non è particolarmente appassionata di modellazione. I suoi personaggi, infatti, sono modelli 3D, alcuni dei quali creati totalmente da lei, altri attinti dal mondo del web. Dal punto di vista tecnico, lavora principalmente con Cinema 4D, ma si avvale anche di Blender e Unity3D. La componente visiva è integrata con strumenti di post-produzione, mentre l’universo sonoro è sviluppato in FL Studio, tramite l’uso di sintetizzatori virtuali e loop autoprodotti. Questa natura trasversale, che combina graphic design, animazione, sound design e post-produzione, conferma la sua pratica come multimediale e interdisciplinare, capace di adattarsi a diversi formati e contesti di fruizione.
UNEXPLAINABLE FEELING LOKING AT THIS
Nella produzione di Katerine DM, uno degli aspetti che merita attenzione, è la capacità che ogni scena proposta conserva, di rivelarsi un autentico dispositivo di produzione iconica. Il legame tra immagine in movimento e ricognizione fotografica è storicamente consolidato, soprattutto nella prassi di individuare – all’interno della sequenza – gli still frames, più efficaci nella sintesi visiva e concettuale. Quando si parla di Katerine DM, tuttavia, la connessione con l’elemento fotografico non si limita alle scelte compositive, alla modellazione della luce, o alla possibilità dell’immagine di acquisire una propria autonomia spaziale e materiale. Ciò che colpisce è soprattutto il modo in cui ogni frame si afferma oggetto estetico autonomo, che va oltre l’essere il semplice residuo di una sequenza animata. In questo senso, il riferimento è al concetto di “estetico” inteso come la facoltà dell’immagine di suscitare una risposta emotiva, attraverso l’uso dei colori, dei soggetti o delle scelte compositive. L’attenzione a questo particolare aspetto, connota la produzione visiva di Katerine DM in forma quasi epifanica: le immagini congelano, in un singolo frame, una temporalità sospesa, onirica e surreale, carica di tensione emotiva. È il caso, ad esempio di un contenuto pubblicato sul profilo Instagram, ambientato in un interno circolare scandito da finestre orizzontali che lasciano intravedere il profilo grigio e indistinto di una città. Due divani si fronteggiano in una simmetria calcolata, interrotta soltanto dalla presenza di un cane nero, immobile, che osserva verso l’esterno. La sua postura silenziosa e contemplativa catalizza l’attenzione, trasformando l’intera scena in un momento quasi meta-fisico: tutto sembra trattenere qualcosa, in attesa. Ci si chiede a cosa stia pensando l’animale solitario, lì, fermo, al centro di uno spazio tanto imponente.
In solitudine appare anche la figura di uomo che torna ciclicamente, sempre vestito con il suo pigiama rosa a stelline, la testa tra le mani, la schiena incurvata, lo sguardo basso, spesso intento a scrutarsi in un riflesso, come se cercasse una risposta nelle pieghe della sua immagine. Ma chi è veramente quest’uomo? Scopriamo che si tratta di Floyd, un personaggio proveniente direttamente dal mondo di GTA I, che abbandona l’universo violento e caotico del videogioco per rifugiarsi in un mondo più introspettivo e surreale, convertendo il suo character in un essere vulnerabile e perso.
Forse, dietro quell’apparente casualità, o disinteresse nei confronti della costruzione di una narrazione coerente e immaginifica, dentro la quale Katerine Dennie-Marcoux si muove, non c’è un vuoto, ma uno spazio intenzionalmente lasciato aperto. Uno spazio in cui lo spettatore è chiamato – o meglio, indotto – a proiettarsi. Spetta infatti a chi osserva, anche senza rendersene conto, il compito di completare quel frammento, di riconoscersi in un dettaglio, in una postura, in un suono stonato o in un ambiente troppo familiare per essere davvero inventato. In questo slittamento continuo tra realtà e finzione, tra contenuto e contesto, l’opera di Katerine DM si sottrae a ogni definizione, lasciando emergere un’esperienza estetica che non chiede di essere spiegata, ma semplicemente abitata. Anche solo per pochi secondi, in loop.
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https://www.katerinedm.xyz/
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