La classicità e la seduzione negli scatti di Robert Mapplethorpe a Venezia

Una nuova mostra alle Stanze della Fotografia svela l’anima classica del controverso artista americano: oltre 200 opere tracciano un percorso che intreccia perfezione formale e desiderio, spiritualità e trasgressione. Il corpo umano diventa così un’icona sacra plasmata dalla luce.

Dopo oltre trent’anni di assenza, Robert Mapplethorpe torna a Venezia con Le forme del classico, una mostra potente aperta fino al 6 gennaio 2026 alle Stanze della Fotografia sull’isola di San Giorgio Maggiore. Un’occasione imperdibile per scoprire una rilettura articolata dell’opera dell’artista newyorkese, curata da Denis Curti.
Se è vero che Mapplethorpe ha sempre avuto un piede saldo nella provocazione e l’altro nella perfezione formale, questa mostra sceglie invece di porre l’accento la sua ossessione per la classicità: un’idea di bellezza sospesa tra Apollineo e Dionisiaco, tra marmo e carne, tra icona e desiderio.

Installation view, ph. Matteo De Fina

IL CORPO COME TEMPIO: ROBERT MAPPLETHORPE A VENEZIA

Con oltre 200 immagini, molte delle quali mai esposte prima in Italia, Le forme del classico ripercorre l’opera di Mapplethorpe a partire dai suoi primi esperimenti visivi: collage, ready-made e disegni che già rivelano l’urgenza di una ricerca identitaria e il bisogno di riscrivere i codici visivi dell’eros. Il percorso prosegue tra i ritratti di Patti Smith e Lisa Lyon, nudi maschili e femminili che evocano la scultura greca, e still life floreali che vibrano come corpi viventi.
Il confronto diretto tra le fotografie di Mapplethorpe e la statuaria antica diventa qui più che mai esplicito. I suoi nudi maschili, scolpiti dalla luce e incorniciati in una simmetria quasi liturgica, sembrano voler liberare la sensualità trattenuta nei corpi di marmo. Non si tratta di imitazione, ma di reincarnazione: la classicità non è citata, è incarnata.

Installation view, ph. Matteo De Fina

UN’ESTETICA TRA RIGORE E TRASGRESSIONE

Mapplethorpe non smette di essere controverso, ma in questa mostra emerge un’inedita sobrietà, una compostezza che non contraddice il suo spirito radicale, bensì lo sublima. Denis Curti sottolinea come l’artista abbia saputo creare un ponte tra passato e presente, “trasformando la perfezione e la grazia della scultura classica in immagini fotografiche seduttive e pulsanti di vita”.
In mostra anche gli autoritratti, inquietanti e intensi, in cui l’identità è messa in scena come metamorfosi continua, e una straordinaria galleria di ritratti di personalità del mondo culturale, da Andy Warhol a Yoko Ono. Ogni volto diventa per Mapplethorpe un rituale, un altare visivo dove il corpo si fa oggetto di culto e soggetto di desiderio.

Installation view, ph. Matteo De Fina

I FIORI COME COMPOSIZIONI POETICHE

Le fotografie dei fiori – calle, orchidee, tulipani – si impongono come veri e propri memento mori erotici, in equilibrio tra astrazione formale e allusione carnale. Ogni petalo è un muscolo, ogni stelo una colonna dorica. A completare l’esperienza, oggetti d’archivio e memorabilia prestati dalla Fondazione Mapplethorpe: cassette originali di Patti Smith, lettere, inviti, libri rari, fino ai cortometraggi realizzati dall’artista.

In conclusione, Le forme del classico è un invito a guardare con occhi nuovi il lavoro di un artista che ha fatto del corpo un campo di battaglia estetico, politico e spirituale. Questa mostra non cerca di addomesticare Mapplethorpe, ma di incorniciarlo nella cornice più alta: quella dell’arte classica, che lui ha saputo reinventare come nessun altro nel Novecento.

 

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Francesca De Pra
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