A fine marzo, l’IA di ChatGPT ha generato un’ondata di immagini in stile Studio Ghibli, fenomeno definito “Ghiblification”. Amata dal pubblico e sfruttata anche da politici, la tendenza ha sollevato dubbi su copyright, etica, consumo energetico e creatività.
A fine marzo, in pochi giorni Internet e i social media si sono riempiti di immagini in stile Studio Ghibli, famoso per film cult come La città incantata, Il ragazzo e l’airone e Il castello errante di Howl. A realizzarle non è stato però Hayao Miyazaki, co-fondatore e disegnatore dello Studio, ma semplici utenti da tutto il mondo. Tanto che, per definire il fenomeno, è stato coniato un nuovo termine: ‘Ghiblification’ (ghiblizzazione in Italiano, ndr) delle immagini che riproducono il noto e riconoscibile stile della casa d’animazione giapponese, appunto.
DA DOVE NASCE LA GHIBLI-MANIA?
Tutto è partito dal rilascio del nuovo strumento di generazione di immagini di ChatGPT-4o, che permette agli utenti di generare immagini, loghi e poster realistici e dallo stile distintivo, a partire da semplici prompt di parole. In questo modo una foto qualunque può trasformarsi in una scena della serie tv dei Simpson o in un frame di un film della Marvel.
L’imitazione dello studio Ghibli è andata per la maggiore, ma la creatività e la rincorsa all’idea più originale non si è fermata qui e ha spinto gli utenti a cimentarsi anche in altre sfide e creazioni ardite. Come quella di trasformare le persone in action figure, con tanto di scatola e accessori personalizzati, come fossero delle Barbie in versione IA.
Questi trend non hanno spopolato solo fra le persone comuni, ma, in molti casi, sono state cavalcate anche dalla politica.
Emblematico il caso della Casa Bianca, che ha pubblicato un’immagine in stile Ghibli che ritrae una donna in lacrime mentre viene arrestata dagli agenti dell’immigrazione statunitense, basandosi sulla foto reale di una donna deportata per spaccio.
Narendra Modi, primo ministro indiano, ha sfruttato l’occasione pubblicando sul suo account MyGovIndia X una raccolta di immagini che ritraggono il leader in vari contesti, tra cui una accanto a Donald Trump e un’altra con il presidente francese Emmanuel Macron. Anche l’account ufficiale di Fratelli d’Italia ha ceduto alla ‘ghiblizzazione’, postando delle foto in stile Ghibli della premier Giorgia Meloni, raccogliendo reazioni contrastanti.
Alcuni utenti comuni si sono invece sbizzarriti ricreando eventi politici della storia degli Stati Uniti, sempre in stile Ghibli, tra cui il disastroso incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e l’assassinio del presidente John F. Kennedy. Altri hanno ricreato immagini e meme iconici, tra cui il campione olimpico di tiro con la pistola Yusuf Dikec, divenuto virale durante le Olimpiadi di Parigi dell’anno scorso, dopo essere stato fotografato mentre sparava con una mano in tasca.
Tra coloro che hanno seguito il trend action figure, figura invece la deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, che ha condiviso un video di sé stessa in versione Barbie mentre usciva dalla scatola.
IL CEO DI OPENAI CHIEDE AGLI UTENTI DI “CALMARSI”
Secondo i dati della società di ricerche di mercato Similarweb, quest’anno gli utenti di ChatGPT hanno superato per la prima volta quota 150 milioni, dopo il lancio dell’ultimo generatore di immagini della tecnologia.
Anche il numero di utenti attivi, i ricavi dagli abbonamenti in-app e i download delle app hanno raggiunto un massimo storico dopo il lancio di GPT-4o, confermando il successo del nuovo modello.
Sam Altman, CEO di OpenAI, l’azienda che ha prodotto ChatGPT, ha ovviamente elogiato il successo della sua tecnologia ma, allo stesso tempo, ha avvertito che la crescente domanda di generazione di immagini sta mettendo a dura prova le GPU (unità di elaborazione grafica) di OpenAI, la parte di un computer progettata per accelerare l’elaborazione di immagini e grafica, e ha chiesto addirittura alle persone di “darsi una calmata”.
“È davvero divertente vedere che le persone adorano le immagini in ChatGPT. Ma le nostre GPU stanno andando in tilt”, ha dichiarato Altman il 27 marzo.
Tre giorni dopo, ha lanciato un appello: “Per favore, potete smetterla di generare immagini? È una follia, il nostro team ha bisogno di dormire”.
Dichiarazioni paradossali, ma che descrivono perfettamente il momento di grande confusione e di ‘psicosi’ collettiva che stiamo vivendo di fronte alle nuove, potenti funzionalità dell’IA.
Il problema del ‘sovraccarico’ a cui fa riferimento Altman riguarda però un’altra questione strettamente legata all’utilizzo spasmodico di questi strumenti: il consumo di energia. Come è noto infatti, per funzionare, i modelli di intelligenza artificiale generativa più potenti necessitano di quantità sempre maggiori di elettricità.
Un rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha stimato che l’addestramento del GPT-4 ha richiesto 14 settimane e ha consumato in totale circa 42 GWh (gigawattora) di energia elettrica, ossia quanto il consumo giornaliero di elettricità di circa 28.500 famiglie nei paesi sviluppati o di 70.500 famiglie nei paesi più poveri. Un problema che viene enormemente sottovalutato e di cui molti utenti non sono neanche a conoscenza.
I DUBBI E LE CONTROVERSIE SUL DIRITTO D’AUTORE
L’ampio utilizzo di immagini in stile Ghibli ha sollevato interrogativi su possibili violazioni del copyright. Sebbene l’azienda giapponese non abbia ancora rilasciato dichiarazioni da quando è stato lanciato il nuovo strumento generatore di immagini di ChatGTP, la posizione di Miyazaki sul tema è nota dal 2016, quando, durante una lezione, affermò che l’uso dell’IA nell’arte può essere visto come un “terribile insulto alla vita”, e che non avrebbe mai voluto integrare questa tecnologia nel suo lavoro, esprimendo preoccupazione per la possibile devalorizzazione dell’esperienza umana nel processo creativo.
L’artista Karla Ortiz, cresciuta guardando i film di Miyazaki e che sta facendo causa ad altri generatori di immagini basati sull’IA per violazione del copyright in un caso ancora in sospeso, ha definito il fatto “un altro chiaro esempio di come aziende come OpenAI semplicemente non si preoccupino del lavoro degli artisti e del loro sostentamento”.
“Questo significa usare il marchio Ghibli, il loro nome, il loro lavoro, la loro reputazione, per promuovere i prodotti [OpenAI]”, ha detto Ortiz. “È un insulto. È sfruttamento”.
Secondo un articolo di Business Insider, Studio Ghibli potrebbe però incontrare difficoltà legali nel tentativo di impedire l’uso del proprio stile da parte di OpenAI, poiché, sebbene le opere specifiche siano protette da copyright, imitare uno stile visivo generalmente non è considerata una violazione un del diritto d’autore. Inoltre, non è noto se lo Studio abbia rilasciato o meno a OpenAI una licenza per addestrare il nuovo modello di Chat-GPT.
Josh Weigensberg, socio dello studio legale statunitense Pryor Cashman, ha affermato che la questione del diritto d’autore è complessa. “[Esiste un principio generale] secondo cui lo ‘stile’ non è protetto da copyright. Ma a volte ciò a cui si pensa realmente quando si dice ‘stile’ potrebbe essere un elemento più specifico e riconoscibile di un’opera d’arte”.
Questa situazione evidenzia l’esistenza di alcune lacune nelle attuali normative sul diritto d’autore, che non contemplano pienamente le sfide poste dall’IA generativa e che non tutelano adeguatamente gli artisti nell’era digitale.
LE SFIDE E I PERICOLI DEL FUTURO DI FRONTE ALLA DIFFUSIONE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Come ha scritto il digital manager e business advisor Daniele Biolatti in un articolo condiviso su LinkedIn, “in un mondo dove ogni stile può essere replicato, l’unicità perde valore”.
A rimetterci sono soprattutto gli artisti e i creativi, il cui lavoro può essere facilmente sottratto, replicato e diffuso dalle masse, perdendo, passaggio dopo passaggio, la sua unicità e la possibilità di risalire alla fonte originale.
Se infatti chiunque può scrivere un libro con lo stile di J. K. Rowling o realizzare un’illustrazione molto simile a quella di Miyazaki, il valore stesso delle loro opere perderà di originalità e di interesse tra il grande pubblico.
Nei giorni in cui è stato rilasciato GPT-4o, la fotografa e art director Jingna Zhang ha pubblicato un post, andato virale su LinkedIn, in cui ha mostrato come una sua fotografia professionale fosse stata data in pasto da un utente a ChatGPT, che l’ha modificata in pochi secondi, snaturando l’immagine originale. “Perché sentiamo il bisogno irrefrenabile di utilizzare l’IA in questo modo, ossia lasciando che tutte le nostre storie e l’umanità ci vengano strappate via dalle nostre vite?”, si è chiesta l’artista.
In un’epoca votata all’iperconsumismo e piegata ai trend del momento, la ghiblizzazione delle immagini non è la causa, ma il sintomo di problemi più grandi: la soglia dell’attenzione ormai prossima allo zero, la facilità con cui poter aggirare le regole sul diritto d’autore e la smania di partecipare alla challenge del giorno, senza soffermarsi sugli eventuali pericoli o problemi, di natura etica, sociale o legale, che determinate azioni possono comportare.
Questo atteggiamento, in definitiva, dice molto più del nostro approccio, come essere umani, alle nuove tecnologie che sui programmi di intelligenza artificiale generativa in quanto tali. Se è vero che questi modelli permettono di realizzare in pochi minuti o secondi testi e contenuti audio-visivi di ottima qualità e si muovono in una zona grigia delle norme sul diritto d’autore, la vera differenza la fa il modo in cui noi utilizziamo questi strumenti: se il nostro desiderio è soltanto quello di produrre, copiare, consumare e ricevere apprezzamento sui social media, è chiaro che le enormi potenzialità dell’IA generativa resteranno inesplorate e, aggiungerei, sprecate.
Come molti esperti hanno fatto notare, l’invenzione e la diffusione di ogni nuova tecnologia (la macchina da scrivere, la fotografia, Internet, ecc.) nella storia dell’umanità ha provocato inizialmente manifestazioni di terrore, sdegno e, in alcuni casi, di rigetto. Con il passare del tempo e con l’integrazione di queste tecnologie nella vita quotidiana e nel lavoro delle persone, la diffidenza e la paura sono venute meno.
Lo stesso sta accadendo oggi con le intelligenze artificiali. Siamo solo all’inizio di un processo che cambierà profondamente e radicalmente il nostro modo di vivere, di pensare e di lavorare. Anziché opporsi a questa rivoluzione – che è impossibile fermare – è importante innanzitutto studiare, conoscere e imparare a gestire questa nuova tecnologia. Non mancano però i pericoli e le insidie. Anzitutto, la rapidità con cui questo cambiamento sta avvenendo. Gli aggiornamenti dei modelli di IA generativa sono sempre più veloci e le loro capacità migliorano e si affinano giorno dopo giorno. Gli esseri umani, soprattutto quelli delle generazioni precedenti, faticano a stare dietro a cambiamenti così repentini e impattanti, con conseguenze drammatiche sulla stabilità della coesione sociale e, soprattutto, sul mercato del lavoro.
C’è poi il problema, evidenziato sopra, relativo alla proprietà intellettuale, al diritto d’autore e al concetto di creatività, che viene svuotato del suo valore. Anche gli effetti sul mondo del lavoro sono impressionanti: secondo un rapporto del Censis Confcooperative, in dieci anni saranno a rischio fino a 6 milioni di posti di lavoro, con altri 9 milioni di lavoratori che dovranno integrare l’IA nelle proprie mansioni. Infine, la questione, non secondaria, relativa all’inquinamento e al consumo energetico.
Se non verranno posti dei limiti, legali, etici e ambientali, a queste tecnologie, il rischio è che la situazione possa sfuggire di mano, con esiti imprevedibili per il futuro delle nostre società e dell’umanità intera. La sfida è epocale: il punto è capire se ne siamo all’altezza. Finché la classe politica e le istituzioni saranno più interessate a ottenere il consenso delle masse, partecipando in prima persona ai trend social, e utilizzando le IA in modo repressivo o come strumento di sorveglianza, anziché lavorare per regolamentarle, non possiamo sperare in un futuro migliore, ma solo prepararci al peggio.
LINK
https://www.ghibli.jp/
https://www.studioghibli.it/
https://www.ghibli-museum.jp/en/
- La sfida delle gallerie italiane in un mercato sempre più incerto e ristretto - Settembre 18, 2026
- L’ecologia dei dati secondo Tommaso Cherubini - Luglio 31, 2026
- RNMW Edition 0: i new media riattivano la Roma classica - Luglio 17, 2026




