Il dispositivo performativo tra estetica minimale e rappresentazione digitale

Spazi minimali, corpi robotizzati e scenografie da set digitale: la performance contemporanea si trasforma in immagine, progettata per i social. Da Faust di Imhof a PLASTIC di Hassabi, l’arte dal vivo vive (e sopravvive) nel feed.

Non diversamente da un negozio Apple progettato da Bohlin Cywinski Jackson, molti degli spazi che oggi ospitano interventi performativi sembrano richiedere l’aspetto di un white cube generico, levigato e minimale. Privi di qualsiasi interferenza sensoriale, questi luoghi evocano un’architettura asettica, purificata, dove il corpo performativo e l’azione stessa sono costretti a conformarsi a un design che emula la precisione e la freddezza del mondo digitale. L’impianto architettonico asseconda e rafforza questa identificazione: ambienti illuminati da luci fredde e diffuse, superfici uniformi che annullano ogni possibile profondità, componendo uno scenario che appare sterile e sospeso, e che richiama quanto descritto dallo storico e critico d’arte Michael Sanchez a proposito delle gallerie contemporanee, “dove si utilizzano un gran numero di plafoniere fluorescenti ad alta potenza, invece della più tradizionale illuminazione a spot, facendo pulsare le pareti come uno schermo IPS bianco”. Questi spazi, producono un’estetica altamente codificata, un ambiente dove ogni dettaglio è attentamente controllato, e che sembra iper-vigilare tanto l’esecuzione performativa quanto i corpi stessi chiamati a eseguire l’azione.

Eliza Douglas, Lea Welsch, e Billy Bultheel in Anne Imhof, Faust, 2017. German Pavilion, 57th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia

IL CASO FAUST DI ANNE IMHOF

Uno dei casi forse più emblematici di questa tendenza è rappresentato da Faust di Anne Imhof. Presentata alla Biennale di Venezia del 2017, questa performance monumentale e dal tono ieratico ha trasformato il Padiglione tedesco in una sorta di gabbia trasparente, un ambiente articolato mediante una complessa stratificazione di materiali. L’architettura infatti ha visto l’installazione di ampie lastre di vetro, piattaforme sospese e rialzate in cemento armato, e strutture metalliche che sezionavano lo spazio espositivo. Il pavimento stesso era stato sollevato, generando un piano trasparente che permetteva ai performer di muoversi su livelli diversi, mentre il pubblico era invitato a osservare da prospettive continuamente alterate. Le superfici vetrate – disposte a evocare display di natura digitale – introducevano una mediazione costante tra i corpi e lo spazio circostante. L’insieme dei materiali ridefiniva non solo la percezione visiva dell’ambiente, ma soprattutto la natura delle relazioni tra performer e spettatori: questi ultimi, costretti a rinegoziare costantemente le proprie posizioni, erano coinvolti in un dispositivo di controllo e sorveglianza diffusa che amplificava l’effetto di distanza, alienazione e precarietà tipica della società tecnologica contemporanea.

IL CORPO PERFORMATIVO E LA SUA TRASFORMAZIONE

In questa configurazione spaziale, anche il corpo dei performer subisce una radicale trasformazione. Nelle capsule low-tech che caratterizzano questi ambienti, i performer si fondono con il linguaggio tecnologico, assumendo i connotati tipici dei dispositivi che utilizziamo quotidianamente. Le coreografie sono elaborate secondo schemi di movimenti rigidi contraddistinti da gesti rallentati, posture controllate e abiti funzionali: ogni elemento del corpo sembra allinearsi alla logica minimale dello spazio, quasi in un processo di incarnazione tecnologica. Comportamenti ritualizzati eseguiti in tempi estremamente dilatati, si sposano con un’immagine che mira alla sospensione. In questo contesto, i corpi dei performer sembrano perdere ogni connotazione individuale o narrativa, diventando presenze impersonali, quasi meccaniche: scelti per rispecchiare una bellezza – non bellezza, sono ragazzi imperturbabili, privi di un’identità di genere definita e di una collocazione precisa.

 
Eliza Douglas, Lea Welsch, e Billy Bultheel in Anne Imhof, Faust, 2017. German Pavilion, 57th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia

LA PERFORMANCE COME CONTENUTO DIGITALE

Quello accaduto con Faust è singolare ed esplicativo di una dinamica che oggi contraddistingue ampiamente i progetti performativi contemporanei. La scelta di un particolare setting, progettato attraverso un design minimale e low-tech, non solo compone un’estetica distintiva, ma favorisce anche una fruizione dell’evento dal vivo che si articola attraverso la fotografia, facendo emergere un’estetica pensata fin dall’origine per essere rilanciata attraverso il medium fotografico.

Se tradizionalmente il white cube è concepito come luogo sacro e concluso, oggi sembra invece scendere a compromessi con le nuove tendenze contemporanee rivelandosi un dispositivo estetico coinvolto attivamente nella creazione e trasmissione dell’esperienza. Questi luoghi accolgono il pubblico ma la loro fisicità trascende il momento liveness preoccupata, più che altro, di garantire una cornice visiva sufficientemente elaborata e gradevole per la sopravvivenza digitale. Prendendo spunto dal lavoro di Michael Sanchez, la critica Claire Bishop segnala un passaggio significativo dal white cube fisico alla sua versione digitale, quella della “pagina bianca” del web: “Il white cube non è più solo uno spazio per i visitatori fisici, ma un set progettato per generare immagini che circolano attraverso piattaforme digitali come Instagram, Twitter (ora X) e i siti web delle gallerie”. In questa nuova configurazione, lo spazio della performance è rinegoziato dalla sua trasformazione in contenuto digitale, pensato sin dall’inizio per la condivisione postuma.

PLASTIC DI MARIA HASSABI E LA DOCUMENTAZIONE DIGITALE

È ciò che è accaduto con PLASTIC, un intervento commissionato dal MoMA nel 2016 a Maria Hassabi. Concepita come un’installazione dal vivo, la performance si è svolta ininterrottamente durante gli orari di apertura del museo. Questo tipo di lavoro, che si inserisce nel contesto della “durational performance”, sfida la concezione tradizionale di un evento performativo limitato nel tempo, proponendo invece un’azione continua che non ha altro limite se non quello imposto dallo spazio fisico che ospita l’opera. Il flusso continuo e capillare dell’azione, diffuso negli spazi del museo, ha fatto emergere ciò che in questo contesto si potrebbe definire come produzione “vernacolare”, tradotta in una documentazione dell’evento artistico che nasce spontaneamente dal pubblico stesso. Sempre più spesso accade che i visitatori, attraverso i propri dispositivi mobili, catturino frammenti dell’esperienza performativa e li condividano immediatamente tramite le piattaforme digitali. Questo tipo di documentazione, è informale e priva di uno studio pregresso particolare, legata soprattutto alla frenesia di doverla condividere istantaneamente. Tuttavia, proprio questa spontaneità contribuisce a costruire una versione parallela dell’esperienza, che si espande oltre i confini fisici dello spazio e genera nuove comunità virtuali attraverso la condivisione dei contenuti su piattaforme come Instagram e TikTok: le immagini diventano luoghi di interazione tra gli spettatori, dove commenti, reazioni e condivisioni giocano un ruolo fondamentale nell’amplificare l’esperienza originale.

Il repost di PLASTIC dalla pagina X dello Stedelijk Museum di Amsterdam

FOTOGRAFIA E POST-PRODUZIONE NELL’ARTE PERFORMATIVA

Accanto alla documentazione “vernacolare” prodotta dagli spettatori, si colloca il lavoro dei fotografi professionisti, impegnati nella ricerca di scatti capaci di restituire una dimensione estetica e visiva altamente curata. È in questo contesto che si apre un’ulteriore possibilità di ridefinizione dell’intervento performativo. La staticità e la postura quasi scultorea che caratterizzano molte performance contemporanee sembrano orientare l’attenzione più verso la costruzione di immagini fotografiche che verso la valorizzazione dell’effimero dell’azione dal vivo. Anche l’abbigliamento dei performer, come già evidenziato, riflette questa tendenza: gli outfit seguono codici estetici contemporanei, oscillando tra lo streetwear, il normcore e i marchi di abbigliamento tecnico-sportivo. La documentazione fotografica, sottoposta a un attento processo di post-produzione, si adatta perfettamente alle esigenze della “grande macchina fotografica”, un dispositivo pensato per creare immagini altamente curate. L’intero setting performativo viene progettato con l’obiettivo di rispondere a una necessità estetica e comunicativa sempre più legata a logiche visive proprie del mondo della moda e della pubblicità. In questo contesto, l’opera non è concepita solo per il pubblico che assiste all’evento dal vivo, ma per diventare un oggetto visivo sofisticato, pensato per essere riprodotto, consumato e condiviso attraverso i canali digitali. La collaborazione tra artisti e designer di alto profilo gioca un ruolo fondamentale in questo processo, contribuendo a fondere linguaggi artistici e commerciali in un’unica visione estetica. Ciò porta alla creazione di performance che, pur mantenendo la loro essenza come esperienze fisiche ed effimere, si trasformano in icone visive destinate a vivere ben oltre il loro contesto originario, diventando contenuti visivi che influenzano anche il mondo della moda, della pubblicità e della cultura visiva globale.

LINK
Giulia Moscheni
Torna in alto