Nomadismo, memoria e fragilità: intervista a Pierluigi Slis

In occasione della mostra Unexpected Folding, Pierluigi Slis riflette sulla relazione profonda tra uomo e paesaggio, sull’importanza dell’interazione con il pubblico e sulla capacità dell’arte di esorcizzare paure profonde.

Pierluigi Slis (Wuppertal, 1974) è uno di quegli artisti che fanno della loro arte un processo condiviso, in cui lo spettatore è invitato a prendere parte. Come si può vedere nella mostra UNEXPECTED FOLDING a Villa Brandolini a Pieve di Soligo (fino all’11 maggio), la sua pratica spazia dall’installazione alla pittura, mantenendo sempre un approccio libero e fluido ai materiali e ai significati. Abituato fin dall’infanzia a viaggiare molto senza radicare davvero le proprie radici, Slis sviluppa una sensibilità acuta per i luoghi e le relazioni umane, elementi che ritroviamo ricorrenti nel suo lavoro. Attraverso opere che indagano il paesaggio interiore ed emotivo, l’artista dà forma a stati d’animo, fragilità e intuizioni, trasformando l’arte in uno strumento di esplorazione esistenziale e di esorcismo delle paure più intime, come quella della faglia che attraversa la sua quotidianità.

Vivi e lavori a Revine Lago, in provincia di Treviso, un territorio ricco di natura e memoria. Quanto il luogo in cui abiti influenza la tua poetica?

Credo ci sia sempre una profonda connessione tra l’uomo e il luogo in cui vive. In effetti, non ho mai deciso consapevolmente di vivere qui. Il mio pensiero oscilla costantemente tra la sensazione di trovarmi nel posto ideale e quella di essere nel luogo sbagliato. Certamente l’ambiente naturale mi offre spazi e spunti di riflessione che alimentano il desiderio di esplorare ciò che è invisibile, eppure tangibile. Tuttavia, da sempre il paesaggio che mi interessa è quello antropologico, relazionale.

Pierluigi Slis, UNEXPECTED FOLDING_foto Nico Covre
Fin da quando eri bambino, hai girato il mondo cambiando spesso città: cosa ti ha lasciato questo essere “nomade” e quanto invece senti il bisogno di trovare le tue radici?

Essere stato un “nomade” fin dalla giovane età ha arricchito la mia visione e la mia sensibilità. Ogni città ha lasciato in me un’impronta indelebile, un frammento di cultura e umanità che si intreccia con la mia identità. Da questo nasce la mia ossessiva passione per le intenzioni, per i vettori delle cose, dei luoghi, degli ambienti. È stata un’esperienza ambivalente fin dall’inizio, sempre in equilibrio tra il dolore del continuo distacco e la voglia di novità. Questo dualismo l’ho esorcizzato attraverso il mio lavoro e la mia ricerca artistica.

La mostra UNEXPECTED FOLDING a Villa Brandolini è un processo aperto e in continua evoluzione, dove il pubblico è invitato a interagire. Cosa ti affascina di questo contatto diretto con i visitatori?

La mostra UNEXPECTED FOLDING, con il suo approccio dinamico, mi affascina profondamente. Per me, è fondamentale quel solco vitale, quel terreno fertile che può scaturire dall’incontro e dalle relazioni tra le persone. Sono particolarmente attratto dall’inatteso, dalla piega sorprendente che un incontro può prendere nell’entropia esistenziale. C’è un potere nella connessione umana, nell’energia condivisa.

Pierluigi Slis, UNEXPECTED FOLDING_foto Nico Covre
In mostra ci sono tredici installazioni inedite. Quale delle nuove opere senti più rappresentativa di questo momento del tuo percorso?

Le tredici installazioni esplorano un pensiero comune che mi appassiona. In questo momento, sento forte la tensione che si manifesta sulla faglia tra il desiderio e la necessità umana. Se dovessi sceglierne una, opterei per Faglia, un’opera neon che rappresenta un esorcismo personale. È un pezzo che esprime in modo incisivo le mie attuali riflessioni.

Puoi raccontarci meglio cos’è questa faglia a cui ti riferisci?

Il paese in cui vivo si trova su una delle faglie più monitorate a livello europeo . Questo rappresenta per me un’ ossessione costante, un rumore di fondo continuo, che condiziona in maniera forte tutta la mia vita, a tal punto che non lascio mai mio figlio da solo in una stanza. Prendere questa sensazione, disegnarla, guardarla, per me è una forma necessaria di esorcismo nei confronti di questa paura. In qualche modo la vita, l’arte sopravviverà ad ogni evento.

Pierluigi Slis, UNEXPECTED FOLDING_foto Nico Covre
Qual è il tuo rapporto con la memoria e il passato?

Il mio rapporto con la memoria e il passato è complesso: dimentico costantemente tutto. Rimangono impressi nella mia mente solo gli stati emotivi vissuti, in maniera molto chiara, mentre tutto il resto tende a scomparire. Questa particolare condizione mi spinge a prendere appunti costantemente e a cercare i solchi. È così che si formano i miei lavori, fissando pensieri, suggestioni, sensazioni, stati emotivi onirici e ragionamenti correlati. Senza i miei lavori, sentirei di non aver davvero vissuto.

La tua ricerca spazia dalla pittura all’installazione: qual è il medium che senti più vicino? E quale materiale preferisci?

I miei lavori hanno un carattere prevalentemente installativo. Vivo in una sensazione di precarietà costante, una specie di caduta perpetua sul futuro, come vivere in una valanga in cui tutto intorno a me è in caduta. Questa condizione di caduta mi stimola a un continuo e rapido adattamento, permettendomi di utilizzare qualsiasi medium. Amo i caratteri aperti, elastici delle materie e delle cose.
Talvolta utilizzo la pittura, ma non mi considero un pittore, semplicemente la utilizzo. Mi capita di usare oggetti, situazioni e vari materiali, ma altre volte lavoro anche con le persone, intese come “sfumature materiali”. Ciò che mi interessa realmente è l’uso dei significati: installare significati, costruire con materie di senso.

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Francesca De Pra
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