A Palazzo Diedo, a Venezia, The Next Earth intreccia intelligenza artificiale, crisi climatica e cosmologia in una mostra che sfida le categorie e invita a ripensare il nostro rapporto con il Pianeta.
Facciamo un gioco? Immaginate questo: un palazzo a Venezia. Non uno qualunque, intendiamoci, ma Palazzo Diedo. E dentro, non i soliti affreschi “polverosi” o l’ennesima mostra di vetro soffiato (con tutto il rispetto per il vetro soffiato), ma qualcosa di diverso. Qualcosa che cerca di afferrare il presente, questo presente scivoloso e un po’ terrificante in cui ci troviamo, e forse, solo forse, di dare una sbirciatina al futuro. Un futuro che, a quanto pare, stiamo costruendo, volenti o nolenti, con i nostri computer e con i mattoni, o quel che ne resta.
È la mostra The Next Earth: Computazione, Crisi, Cosmologia. Un titolo che sa di fantascienza e di urgenza, e che nasce dall’incontro (o meglio, dal dialogo, come dicono loro) tra due colossi del pensiero e della pratica: Antikythera, un think tank con un nome che sa di antico mistero computazionale (sì, come quel vecchio dispositivo che calcolava le stelle) e il Dipartimento di Architettura del MIT, gente che, insomma, ha costruito un bel pezzo del mondo, e ora cerca di capire come non farlo a pezzi.
INTELLINGENZA ARTIFICIALE, COSMOLOGIA E NATURA IN MOSTRA A PALAZZO DIEDO
Due piani, due prospettive che si intrecciano, come fili di un discorso necessario. Da una parte, The Noocene: Computation and Cosmology from Antikythera to AI di Antikythera. Qui si parla del Noocene. Un’epoca, a quanto pare, in cui l’intelligenza, quella complessa, la nostra intelligenza, sta plasmando il pianeta, in una sorta di terraformazione inconsapevole. E la computazione, dal meccanismo di Antikythera all’intelligenza artificiale che ci parla dagli altoparlanti, è lo strumento, la lente, attraverso cui osserviamo e, forse, cerchiamo di capire questa gigantesca opera. C’è un paradosso, naturalmente. Perché mentre iniziamo a capire cosa stiamo combinando, ci rendiamo conto che questo stesso “successo” potrebbe essere la nostra rovina. E allora, come ci orientiamo in questa vertigine? Magari con un monolite video gigante che ti avvolge in un abbraccio di concetti e cortometraggi, o guardando vecchi libri e strumenti che ci ricordano che la filosofia e l’astronomia (il pensiero e lo sguardo verso l’alto) vanno a braccetto da un pezzo. E c’è un libro, pure: Accept All Cookies. Già il titolo è tutto un programma.
Dall’altra parte, il MIT. Climate Work: Un/Worlding the Planet. L’architettura. Quella cosa che ci mette un tetto sulla testa, ma che al tempo stesso, diciamocelo, contribuisce non poco a surriscaldare l’ambiente. Il 40% delle emissioni globali di gas serra, mica pizza e fichi. E allora? Una quarantina di progetti. Di idee, di visioni, che ripensano tutto: da dove vengono i materiali, quanta energia ci mettiamo, come lavoriamo. Non si tratta solo di interagire con il pianeta, ma di riconfigurarlo, di modellarlo di nuovo. Di trovare nuovi paradigmi.
E in mezzo a tutto questo, oggetti che parlano. L’Harmonia Macrocosmica. Un atlante del Seicento, una cosa meravigliosa. Cerca di mettere in ordine il cosmo, la conoscenza. Un tentativo ambizioso di vedere il tutto, partendo dalle singole parti. E poi, la foto. Non quella che tutti conoscono, quella del 1968, ma quella di due anni prima. La Terra che sorge, vista dalla Luna. Scattata da una sonda senza pilota, una meraviglia di ingegneria analogica.
QUALE FUTURO PER IL PIANETA TERRA?
E qui arriva il bello, o forse il meno bello. Martin Heidegger. Quel filosofo un po’ così, con un passato ingombrante. Gli fanno vedere quella foto, in un’intervista. E lui che fa? Rabbrividisce. Dice che non abbiamo bisogno della bomba atomica, che lo sradicamento è già qui, che viviamo solo di relazioni tecniche, che questa non è più la Terra.
Ma forse, suggeriscono gli organizzatori, è esattamente il contrario. Forse solo grazie a quello sguardo mediato dalla tecnologia, a quella prospettiva un po’ disorientante, riusciamo finalmente a vedere la Terra per quello che è. Non la patria che ci piace immaginare. Ma la Terra, semplicemente.
The Next Earth. Un invito a confrontarsi. Sulle crisi ecologiche, sui futuri possibili. Mettere insieme la computazione e l’architettura orientata al clima. Per ripensare l’azione umana. Un appuntamento, a Venezia, a Palazzo Diedo, per tutta la Biennale Architettura 2025. Con tanto di serata inaugurale e un symposium, WOW!
Insomma, non la solita mostra. Qualcosa che cerca di fare i conti con il presente, con gli strumenti del presente, per immaginare (e magari costruire) il prossimo futuro. La prossima Terra (?).
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