Le Mangiatrici di Terra alla galleria Gilda Lavia di Roma fanno molto rumore

Pamela Diamante espone fino al 5 luglio il suo racconto di donna del Sud. Le sue installazioni si muovono tra istanze postcoloniali e femministe per un ribaltamento delle dinamiche di potere.

Nessuna lotta sociale è possibile senza riappropriazione: del corpo, delle parole, dei significati, degli sguardi; nessuna conquista è pensabile senza prima tornare a essere padroni di ciò che storicamente ci ha schiacciato, annientato, ghettizzato. 

Il progetto Le Mangiatrici di Terra di Pamela Diamante, in mostra alla Galleria Gilda Lavia nel quartiere San Lorenzo di Roma, parte proprio da qui.

PAROLE E CORPI

Il termine “terrone” nasce per esprimere odio e ostilità verso i figli del Sud, ma le sei protagoniste del racconto di Diamante quel significato se lo mangiano, lo ingoiano, lo fanno sprofondare nelle viscere e se ne riappropriano: la dinamica di potere si spezza. Sei fotografie in bianco e nero, sei volti di donne — Nicole, Marianna, Marzia, Nunzia, Nina, Tita — con la bocca coperta da una fresa agricola, che non rappresenta censura ma è anzi simbolo di restituzione e riconoscimento: “Non sono stata io a realizzare gli scatti, ho chiesto loro di donarmi una propria fotografia, mi interessava una loro autorappresentazione” ha spiegato l’artista.

La componente fisica, plastica e performativa trova spazio nell’installazione Corpi in rivoluzione: sei strutture rotanti rappresentano un “corpo plurale” che si identifica nella coralità e nella dimensione collettiva. Il materiale freddo e asettico, contrapposto alla vivacità del movimento regolare, sembra metallo, eppure è fragile ceramica: “Quanto è pesante e difficile portare avanti una rivoluzione? Quanto ci sentiamo vulnerabili mentre lo facciamo?” si è chiesta Diamante. Per secoli campo di battaglie ideologiche e terra di conquista politica, il corpo femminile diventa ora spazio di resistenza attiva.

“Le Mangiatrici di Terra”, 2024. Courtesy l’artista e Galleria Gilda Lavia

RILEGGERE GRAMSCI

Proveniente da una famiglia pugliese emigrata in Sudamerica, l’artista rilegge La questione meridionale di Gramsci. In mostra, il volume di circa settanta pagine è posto come base di una zappa in ceramica, un “monumento critico alla marginalità”. Diamante riflette così sul passato coloniale del Meridione, un passato che insiste e arriva fino al presente, in cui “le condizioni di disparità vengono rigenerate e riproposte dall’attuale governo, il quale ci parla ancora di autonomia differenziata. Il presente sembra quasi più distopico del passato”.

IMMOBILI E BELLISSIME

Procedendo così Pamela Diamante apre le gabbie e sovverte gli equilibri, conducendoci alla piccola sala appartata della galleria, dove l’installazione Ferro fragile è una crinolina seicentesca ricoperta da appuntiti denti metallici. Per secoli prigione di corpi di donne ridotti a oggetti belli e fermi, la sottoveste diventa ora simbolo della rabbia covata a lungo e in silenzio. Sullo sfondo risuonano i versi della Carmen di Bizet, il primo femminicidio raccontato in un’opera lirica. Il canto però risulta manipolato, riconoscibile a fatica. La dissonanza crea tensione, l’atmosfera è disturbante e sfiora l’inquietudine. L’intreccio tra parola, suono e presenza funziona: racconta di un’immobilità imposta, una passività indotta con la forza, spacciata e venduta come femminilità.

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Marianna Reggiani
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