La storia dei graffiti in mostra a Bolzano 

Cosa accade se mettiamo un murales accanto a un olio del Cinquecento? La mostra Graffiti al Museion di Bolzano indaga il graffitismo come linguaggio artistico e sguardo sulla città, tra arte urbana, museo e spazio pubblico.

Possono i graffiti essere studiati come fenomeno, come modo di guardare alla realtà e alla scena urbana, oltre alla mera pratica?                                                                                                     Questo si chiedono i due curatori dell’esposizione Graffiti, aperta al Museion di Bolzano. Cosa succederebbe se ponessimo l’uno accanto all’altro delle tele d’arte urbana e degli oli del Cinquecento? 

I GRAFFITI IN MOSTRA AL MUSEION DI BOLZANO 

Museion inaugura, con questo primo capitolo dedicato all’arte urbana e alle sue tangenze con l’arte visiva da galleria, una nuova linea di ricerca su forme resistenziali soft e non violente. La mostra è co-curata da Leonie Radine e dall’artista e archivista newyorkese Ned Vena (1982, Boston, USA). Se il terzo piano del museo ospita esempi di Spray Painting e Graffiti Painting, il quarto piano è trasformato in un paesaggio cittadino. Sin dalle prime sale si evidenzia come l’Espressionismo astratto e la Minimal Art siano state influenzate dall’invenzione e distribuzione della vernice spray. Spesso le avanguardie artistiche hanno fatto proprie delle novità nel campo della chimica e della tecnologia e continuano tuttora. Nel 1951 si diffonde l’uso industriale dello spray e nel 1960 gli artisti iniziano a sperimentare, su strada e su tela. In particolare, della vernice è stato apprezzato il carattere crudo e reversibile, la velocità di applicazione, l’effetto di profondità. Di questa nuova soluzione pittorica attira anche che abbia un colore prestabilito dall’azienda produttrice e non si possa miscelare con altri colori sulla tavolozza, incentivando piuttosto l’immediatezza del gesto in una danza aeriforme ove l’artista non tocca la superficie. 

Graffiti, exhibition view, Museion, 2025, ph Luca Guadagnini

GRAFFITI “ANTE LITTERAM”, DA CAROL RAMA A PATRICIA L. BOYD

La mostra si apre con un’opera di Hedda Sterne, artista rumena che offre una prospettiva della Metropoli per eccellenza, NY dove si era trasferita, quindi delle infrastrutture e della crescita economica, dello spazio underground e dei ponti di ferro. In questo caso, lo spray è utilizzato per far emergere la rete luminosa delle travi che subito richiamano alla mente la celebre fotografia del cantiere in costruzione scattata dal fotografo Charles Clyde Ebbets il 20 settembre 1932 sul grattacielo Rockefeller. 

Colpisce l’opera Perdonami le congiunzioni (1968) in cui Carol Rama usa lo spray su carta per restituire ombre tremolanti che alludono a genitali, a lingue umide e contorte, all’atto della penetrazione. Se il modernista astratto Dan Christensen usa lo spray per creare nastri di luce colorata che incidono la superficie avorio, David Smith lo adopera per imprimere delle tracce. Il celebre scultore, che saldava tralicci di metallo creando figure dalle linee essenziali, un giorno, mentre disponeva le componenti delle sue sculture a terra, rimase incantato dalle ombre che il sole disegnava sul telo. Decise allora di emulare quell’effetto con lo spray, dando vita a dipinti popolati da sagome misteriose. Christopher Wool, pittore astratto, addensa scie di spray creando nubi grigie più o meno dense, cancellature sbavate come quando si rimuove una tag da un muro di pietra. Patricia L. Boyd crea un fotogramma diviso in 5 pannelli di carta, premendo di notte della carta fotografica contro le vetrate di una fermata dell’autobus, decorata da piccoli rombi. Registra, in tal modo, le stratificazioni urbane come il simbolo di una telecamera di sorveglianza che veglia sulla tranquillità di un complesso di case sociali, la sagoma di una panchina, Stickers con informazioni civiche come “crime stoppers”, i graffi lasciati con delle chiavi o strumenti contundenti sul vetro. Questi ultimi segni riportano all’Etching e allo Scratching dell’arte urbana. 

I PIONIERI DEL GRAFFITISMO 

Nella seconda sezione sono inclusi pionieri del Graffitismo, leggende per gli esperti del campo, come Blade, Lee Quiñones Rammellzee – con un leone ruggente –, René Daniëls, Daze, Futura 2000, Seen, Quik – che immortala la cultura del jazz, del fumo e dei Nightclub, la sua tag deriva poi da un’abbreviazione di Nesquik, giocando sulla cultura popolare -, Dondi White e LA2 Zephyr. Nelle sale museali passiamo dal bombing con throw-up o tag, dai back to back e backjump, realizzati sui treni in corsa, alle composizioni su tela. Nonostante quest’ultime non siano in scala 1:1 e non restituiscano integralmente il carattere corsivo, lo spirito emancipatorio e spericolato, la lotta per esistere-resistere-sopravvivere nella rete a strette maglie della società metropolitana, offrono tuttavia una preziosa testimonianza di un’arte, per sua natura, destinata a non permanere. Ne La guida illustrata dell’arte effimera vengono elencate le caratteristiche di murales e graffiti: la tag può essere coperta e sbarrata da altri writers, cancellata per pulizia civica, potresti essere arrestato/a, correre rischi e cadere per realizzare la tua opere ad altezze vertiginose. Si salva così una grande composizione di Keith Haring, proprio in quanto realizzata su tela, ma anche il risultato di un’ibridazione che vede la collaborazione fruttuosa di artisti visivi con alle spalle gallerie muscolari e “artisti di strada”. Parliamo del caso del lavoro a 4 mani di Jenny Holzer & Lady Pink, Abuse of power is not a surprise? Se la prima è celebre per i suoi enormi manifesti letterari installati sulle facciate dei grattacieli dello skyline newyorkese, la seconda si era inserita con tenacia in una subcultura quasi prettamente maschile. Il movimento va quindi dal Bronx alla Downtown city e viceversa: Futura 2000 evidenzia come l’influenza venga anche dall’altro versante. Il graffitismo non è immune e passivo rispetto all’arte che circola nei musei e nei luoghi consacrati dalle istituzioni: Cy Twombly, Mirò, Kandinsky. La sua opera è in equilibrio tra lettering, calligrafia e grafismi infantili; forme geometriche, cenni figurativi e evanescenze astratte.  

DAI WRITERS DEGLI ANNI NOVANTA… 

Avanzando, troviamo le testimonianze di nuovi writers e artisti urbani ormai conclamati. Ad esempio, il gruppo IRAK, fondato negli anni novanta da Kunle Martins nel Lower East Side. Di Martins, famoso con il tag di EARSNOT, sono esposti due ritratti a grafite su pezzi di cartone recuperati: un atto di amicizia e stima nei confronti dei colleghi Dan Colen e Armando Nin. Il lavoro di Nin, esposto nella stessa sala, sfrutta la fuliggine prodotta da una candela accesa o da un accendino. Il segno viene lasciato come un timbro sulla tela, creando un pattern che si espande in maniera “randomica” e umorale sul bianco, lasciando più o meno “inchiostro” a seconda della prossimità della fiamma e della sua permanenza vicino alla tela. 

Rammellzee, "Future Futurism", 1984, Groninger Museum, loan from private collection, ph Marten de Leeuw. Courtesy The Estate of Rammellzee

… FINO AI GIORNI NOSTRI 

Al quarto piano troviamo delle opere maggiormente installative che propongono un recupero della dimensione urbana, prelevando anche direttamente degli oggetti che ne articolano il tessuto. Alix Vernet (1997, USA, vive a NY) crea una sorta di portale – Veil, 1B, East Broadway, 2021 – con tela di formaggio, lattice e vernice spray. Il suo gusto rievoca quello di altri artisti coetanei e contemporanei, in particolare i cancelli di Nelson Pernisco (vedi Ipazia la fucina celeste) o le opere di artisti nostrani come le sculture-architetture di Jonathan Vivacqua, le impalcature musicali di Massimo Bartolini, l’opera Corona di Cristiano Carotti in terracotta, argento, marmo e ferro (esposta al Marec di San Severino delle Marche in occasione dell’esposizione Il peso del vuoto) che riproduce un casco della moto.  Yuji Agematsu, artista giapponese che vive a NY, compie una piccola magia: riesce a rendere la spazzatura e lo sporco meno sgradevoli. Mette nella plastica del pacchetto di sigarette che compra ogni giorno il frutto di una minuziosa raccolta, vediamo così minuscole stratigrafie dei rifiuti urbani – lacerti di una società che si autoconsuma – che assumono la forma di miniature scultoree composte da gomme da masticare, capelli, tappi di bottiglia, piume di piccione, carte di caramelle che diventano gigli e filamenti rossi rizomi di corallo. Un calendario che rivoluziona il concetto di  Matias Faldbakken con Tile escalation ingloba su una porzione di parete della sala espositiva delle piastrelle di una metro sulla cui superficie è stato cancellata una tag, a testimonianza della rimozione rimangono i segni blu nelle fughe delle mattonelle. 

Graffiti, exhibition view, Museion, 2025, ph Luca Guadagnini

LE SPERIMENTAZIONI PARTECIPATIVE NELLO SPAZIO UBANO 

New Media Express (2014–16) di Josephine Pryde si distingue per la sua capacità di coinvolgere attivamente il pubblico. Un treno telecomandato attraversa lo spazio della quarta sala, offrendo ai visitatori la possibilità di salire a bordo. Pryde intende così riattivare l’idea di accessibilità e partecipazione nell’arte contemporanea, rendendo l’esperienza artistica fisica e condivisa. L’opera omaggia la città di Bristol, nota per la sua vivace scena di graffiti, facendo sfumare i confini tra cultura alta e popolare, tra spazio urbano centrale e periferico, luoghi di aggregazione e comunicazione, musei e trasporto pubblico.  

A completare la riflessione sul contesto urbano, il readymade di Klara Lidén presenta quattro armadi elettrici e sette bidoni della spazzatura raccolti da strade di città in tutto il mondo. Questi elementi, normalmente invisibili o trascurati, vengono ricollocati nello spazio espositivo per sottolineare la materialità e la presenza del quotidiano nel contesto artistico. 

Infine, l’opera di Monica Bonvicini esplora il potenziale erotico dell’architettura e degli interni urbani. L’artista mette in luce come lo spazio costruito possa diventare un luogo di tensione sensuale e desiderio. La percezione degli ambienti metropolitani si trasforma attraverso l’azione creativa del singolo e della collettività. Alla frase Architecture is the ultimate erotic act, associata all’architetto e teorico Bernard Tschumi, viene aggiunta l’esortazione a portare la stessa all’eccesso. Come? “Uscendo dalla scatola”, andando oltre le convenzioni, come può essere visto l’atto vandalico ed eversivo di scrivere sui muri, rispondendo a un’urgenza espressiva negata in alcuni contesti – pensiamo, ad esempio, al movimento pixação brasiliano. Gli spazi comuni si trasformano da semplici contenitori funzionali in hub attivi in cui si incrociano e collidono espressività di segno con/divergente. 

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Giorgia Basili
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