Anthea Hamilton porta l’Otello di Shakespeare alla Fondazione Memmo 

In occasione del suo debutto romano, l’artista londinese orchestra un sottile e sussurrato dialogo tra il protagonista shakespeariano e i personaggi del suo personale entourage.

Un paio di gambe in plexiglass trasparente, solo le punte dei piedi poggiate sul pavimento; gambe che ci sono e non ci sono, mimetizzate con il bianco del muro, silenziose e provocanti al tempo stesso. È con la Leg Chair che Anthea Hamilton saluta il visitatore che varca la soglia della Fondazione, affidando a quest’opera iconica — frutto di una rinnovata riflessione sul leitmotiv delle legs, ricorrente nei primi lavori —  la sua dichiarazione di intenti: la mostra Soft You, debutto romano e terza tappa italiana per l’artista britannica classe 1978, rappresenta infatti il ritorno al “grado zero” della sua produzione, “senza fare tabula rasa” specifica il curatore Alessio Antoniolli, ma riunendo e orchestrando una serie di riferimenti che hanno popolato la sua pratica sin dall’esordio.  

Anthea Hamilton, Soft You, Installation view, Fondazione Memmo, Roma, ph. Daniele Molajoli

“SOFT YOU, A WORD OR TWO BEFORE YOU GO”  

Non solo le legs appunto — ora scultura ora pattern bidimensionale nell’opera Calzedonia (Hot Legs) che infesta la terza sala dello spazio espositivo —, ma anche i manichini che abitano le installazioni di Hamilton da circa un quindicennio, per questa occasione “vestiti” con corde da Shibari (Shibari Chefs). Tutti gli elementi “rappresentano, in qualche modo, il suo entourage composto di personaggi silenziosi e familiari, che la seguono in luoghi estranei, creando spazi di comfort”. È all’interno di questo contesto di ricercata familiarità, dunque, che si inserisce la figura di Otello, “l’estraneo per eccellenza” secondo Antoniolli. Già oggetto di indagine e ispirazione per l’artista, che nel 2024 dirige insieme a Delphine Gaborit la stage performance Othello: A Play presso il centro artistico De Singel di Anversa, il protagonista shakespeariano nella mostra prende nuovamente parola: “Soft you” è infatti il verso iniziale del suo ultimo monologo, una formula usata per chiedere attenzione ai presenti che gli sono così estranei, “per esercitare, pubblicamente, il proprio atto di coscienza”. 

Anthea Hamilton, Soft You, Installation view, Fondazione Memmo, Roma, ph. Daniele Molajoli

RUOLI DI GENERE, SESSUALITA’, VITA DOMESTICA: NOZIONI FLUIDE IN CONTINUA EVOLUZIONE 

Le stills della performance di Anversa, documentata da Tanguy Poujol, occupano interamente la seconda sala, con una sequenza di immagini che esplorano e assottigliano i confini tra sfera personale e dimensione simbolica. Ruoli di genere, sessualità, vita domestica e tradizioni culturali vengono ridisegnati, messi in discussione da un occhio che ne valorizza la vitale e naturale fluidità e ne annienta i contorni. È con questa libertà espressiva che Hamilton si fa portavoce di una visione inedita all’interno dello scenario artistico contemporaneo. D’altra parte, la sua audacia e il suo umorismo sono già chiari al pubblico e alla critica dal 2016, quando la nomina al Turner Prize l’ha vista rompere prepotentemente ogni schema con l’opera Project for a Door (After Gaetano Pesce). 

ANTHEA HAMILTON IN UNA PAROLA? “PLAYFUL” 

A fare da collante tra le varie forme ed espressioni che la ricerca dell’artista londinese assume di volta in volta è forse il sottile senso di ironia che Alessio Antoniolli riassume con il termine playful: “concettualizza al meglio la dinamica che entra in campo quando i vari elementi — scultura, installazione, lavori in tessuto — vengono concertati per risuonare insieme”. 

LINK
  • https://fondazionememmo.it/anthea-hamilton-soft-you/
Marianna Reggiani
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