Roberto Zancan ci accompagna alla scoperta di BLACK NOUVEAU, intervento artistico proposto dalla nostra rivista art-frame in collaborazione con lo spazio CIRCUIT di Mestre e Adiacenze all’interno del Padiglione dell’Esprit Nouveau a Bologna.
BLACK NOUVEAU or “excluding/including information as architecture” è un intervento artistico in cinque opere di Herwig Egon Casadoro-Kopp (aka HECK) – media artist e direttore artistico di art-frame – all’interno del Padiglione dell’Esprit Nouveau a Bologna, la ricostruzione del celebre edificio progettato da Le Corbusier e suo cugino Pierre Jeanneret per l’Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi del 1925. A cento anni dalla costruzione dell’originale, HECK non rivisita il manifesto lecorbuseriano, ma la sua riproduzione, trasformandolo in un’indagine sui limiti delle avanguardie artistiche e della loro relazione con il tempo e la storia.
IL PADIGLIONE DI LE CORBUSIER
Il Padiglione fa parte di un periodo di riaffermazione storico-critica del movimento moderno e dei suoi maestri di fronte all’emergere del Post-Modernismo. A cavallo degli anni in cui alla Mostra di Architettura della Biennale di Venezia viene realizzata la Strada Nuovissima, rinascono a Bologna l’Esprit Nouveau di Le Corbusier, a Barcellona il padiglione di Lilly Reich-Mies van der Rohe e, al Parc de la Villette di Parigi, la mancata realizzazione del padiglione dell’Unione Sovietica di Konstantin Mel’nikov (anch’esso costruito per l’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi). Queste ri-costruzioni esplicitano la presa di potere di quegli storici che rivendicano il modernismo in quanto “progetto incompiuto”: un principio di azione di fronte alla “modernità, che cerca di dare abitazione a quanto la tecnologia e la macchina hanno stravolto. Qualcosa che va ripreso e continuato di fronte, prima al tradimento della trasformazione americanista del modernismo in “stile” internazionale, e poi alla sua evoluzione in “post-modernismo” – al fine di stare al passo con lo Zeitgeist, lo spirito (sempre nuovo) del tempo, a cui ciò che vuol essere “moderno” (dell’avverbio latino “modo”, “or ora, recentemente”) sarebbe inesorabilmente costretto. Un potere che tali custodi esplicitano al massimo livello con la forza della costruzione à nouveau delle fonti primarie. Nulla di più sorprendente che tutte queste ri-costruzioni – a partire dalla più emblematica e ambigua, ad opera del suo stesso autore, ovvero la Ville Savoye – siano diventate oggetto dell’attenzione di artisti, creativi, performer. Celebrazioni, parodie, mitizzazioni e demitizzazioni che hanno arricchito la produzione artistica dagli anni duemila in poi, intensificandosi all’apparire dell’intelligenza artificiale: da Shade between Rings of Air di Gabriel Orozco (2003) a Mies Missing Materiality di Anna e Eugeni Bach (2017), da Flooded Modernity di Asmund Havsteen-Mikkelsen (2018) alle infinite ironie prodotte quotidianamente dai computer degli studenti di arte e architettura.
LA MOSTRA BLACK NOUVEAU
A confronto con questo universo di lavori BLACK NOUVEAU vuole mettere in evidenza i dati e gli strumenti di comunicazione necessari a creare repliche in un mondo caratterizzato sempre più dall’ambiguità dell’informazione. “L’informazione come buco nero in cui cadere, ma anche come impalcatura che ci tiene insieme”, dichiara l’artista, esplicitando così tutta la dimensione architettonica della distribuzione, della conservazione, dell’utilizzo dei dati.
I social media hanno cambiato le dinamiche di gioco e hanno intorbidito le acque: la creazione di residui di intelligenza artificiale nei contenuti visivi e nei testi da parte dei sistemi AI/LLM contribuiscono a questo sviluppo e lo amplificano. “L’innovazione si rivolta rapidamente contro di noi, come la promessa di libertà attraverso il world wide web, la cultura delle start-up e i suoi fanatici che cantano canzoni su come diventare rapidamente ricchi. In questo senso l’informazione non esiste più se non come estrazione di valore dalle relazioni create da algoritmi, che a loro volta estraggono le nostre interazioni dai dati che noi forniamo loro. Ci siamo venduti, e stiamo volontariamente contribuendo con i nostri dati ai signori delle piattaforme. A coloro che vogliono che affittiamo tutto e viviamo in modalità “abbonamento”, è ciò su cui ci invita a riflettere HECK.
Delle cinque opere presentate Black Distortion è il lavoro che più esplicitamente esprime questa idea: un’animazione video che dando in pasto le piante dell’edificio all’intelligenza artificiale crea un modello tridimensionale del padiglione, un 3D difettoso a bassa definizione, popolato di personaggi strani come in un videogioco senza causa né scopo. Ciò che appare è un limpido tentativo di catturare quel vagabondare senza testa in tetre architetture di quelle nuvole di punti che sono le ricostruzioni fallite dell’intelligenza artificiale. Un mondo virtuale dove incollati ai nostri dispositivi, abbiamo la libertà di correre come in un labirinto, facendo incontrare la controcultura punk della moda e della musica si fondono con i cyberpunk derivanti da visioni distopiche deliziosamente ambientate nel futuro degli anni Ottanta e Novanta.
In New Wave 2000, HECK imita le tecniche dei servizi segreti e delle organizzazioni democraticamente non nominate per mostrarne l’intrinseco potenziale critico. Quando volge il nostro sguardo verso un’inclusione del negato come un atto critico-affermativo, i presupposti estetici automatici iniziano a cambiare. Parafrasando la critica istituzionale di Andrea Fraser o Marcel Broodthaers, HECK usa strategie di ironia, sovversione e iperaffermazione che includono (affermano) il criticato (negato), attraverso l’annerimento e la redazione di documenti e mezzi di scambio, come le valute.
UN’UNICA OPERA D’ARTE “VANITAS”
Nulla è per sempre, nemmeno l’avanguardismo dell’avanguardia. La mostra di HECK può quindi forse essere letta come un tentativo contemporaneo di un’opera d’arte vanitas, un progetto artistico allegorico che simboleggia la transitorietà della vita, la futilità del piacere e la certezza della morte, e quindi la vanità dell’ambizione e di tutti i desideri mondani. Danziamo sulla tomba dell’avanguardia. Piangiamo e saccheggiamo l’avanguardia con le nostre culture del copia/incolla e del data mining, usando le opere e i testi dei precedenti movimenti d’avanguardia come semplici dati. Impariamo dall’ascesa e dal declino dell’avanguardia, guardiamo indietro attraverso lo spioncino della storia per salutare le meraviglie della tecnologia come la capocchia di spillo della scacchiera del futuro e continuiamo a scavare nelle trincee del modernismo disgregato come se nulla avesse causato danni: “Il potere delle arti è, in effetti, la via più immediata e veloce” per consolidare ed estetizzare le riforme sociali, politiche ed economiche, non per romperle.
LINK
- https://art-frame.org/index.php/it/2025/05/16/black-nouveau-arte-spazio-tecnologia-bologna/
- http://www.h-e-c-k.space/
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