La Dakar di Alessandro Neretti da Atipografia

Abbiamo visitato MASQUERADE, mostra nata da una residenza all’Espace Médina di Dakar in cui l’artista Nero ci restituisce il presente in Senegal attraverso una carrellata di maschere, sia fisiche che simboliche. 

C’è questa cosa che succede quando ti ritrovi di fronte a una maschera africana montata su una parete bianca perfetta: una parete da galleria, tipo Atipografia ad Arzignano, Vicenza, Italia. Non è esattamente Dakar, Senegal, ma nemmeno è non Dakar: è il tipo di luogo dove le contraddizioni si depositano, sedimentano, diventano spazio per l’arte. E l’artista, Alessandro Neretti — che si firma Nero — non ti chiede tanto di guardare la maschera in quanto oggetto, quanto di fare un esercizio più complesso: osservare il tuo stesso sguardo mentre cerca di attribuirle un senso. La mostra si intitola MASQUERADE e nasce da una residenza a Dakar: precisamente all’Espace Médina, gestito dall’artista Moussa Traoré. È qui che Nero ha costruito il proprio sguardo sul presente senegalese, immergendosi nel paesaggio umano e urbano della città per creare una serie di opere nuove, articolate e simbolicamente dense. Il titolo non è casuale: evoca non solo le maschere materiali che compongono il nucleo dell’esposizione, ma anche un sistema più ampio di rappresentazioni, dissimulazioni, identità in transito. 

Nero/Alessandro Neretti, "Medina landscape (dakar_2)", 2024, getto d’inchiostro su dibond, 70 x 100 cm, courtesy dell’artista

LA MOSTRA 

I due nuclei principali della mostra sono chiaramente definiti: da un lato, una serie di maschere a parete; dall’altro, grandi fotografie realizzate durante la residenza. A questi si aggiungono elementi collaterali, ma non secondari: disegni ad acquerello, video brevi, sculture, documentazioni visive. Il tutto compone un sistema in cui ogni elemento è legato agli altri, come in un dispositivo narrativo che agisce per stratificazioni piuttosto che per linearità. Il centro tematico è altrettanto preciso: la contraddizione tra tradizione e contemporaneità. Non solo nella forma — maschere tradizionali rivisitate con materiali e linguaggi attuali — ma anche nel contenuto. Le opere sono cariche di riferimenti al contesto socioeconomico senegalese: la convivenza tra ritualità e consumo, la pressione del nuovo colonialismo cinese, la disintegrazione del tempo come struttura ordinata.  

LA MASCHERA COME CORTOCIRCUITO SEMANTICO 

È in questo punto che il lavoro di Neretti si fa più politico: le sue maschere non celano, bensì rivelano. Funzionano come strumenti di decodifica di una realtà diseguale e complessa. C’è un tratto particolare che rende il lavoro di Nero riconoscibile: l’uso della simbologia come linguaggio. Animali, segni, codici, resti materiali: tutto si carica di senso, ma mai in maniera univoca. La maschera, in questo contesto, diventa un cortocircuito semantico: è insieme oggetto estetico, strumento di riflessione e contenitore di un’identità frammentata. Ed è proprio da questa ambiguità che il lavoro trae forza. Il luogo che ospita la mostra è altrettanto significativo: Atipografia non è solo una galleria, ma un progetto culturale ibrido, nato dal recupero di una tipografia di famiglia. L’edificio, restaurato dallo studio AMAA, si propone come laboratorio permanente per le arti: una soglia tra il pubblico e il privato, tra la dimensione commerciale e quella associativa. La scelta di ospitare un progetto come MASQUERADE non è casuale: riflette la volontà di aprire uno spazio di ascolto per ricerche artistiche che interagiscono con il presente. 

Nero/Alessandro Neretti, “Masquerade”, installation view, Atipografia, 2024, ph. Eleonora Vaccaretti

È importante sottolineare un aspetto ulteriore: la dimensione autobiografica del lavoro. Nero non è un artista “neutro” che osserva da lontano: il suo corpo, la sua esperienza, la sua biografia diventano strumenti di lavoro. Questo implica un’etica della presenza che attraversa tutta la mostra: osservare Dakar per rappresentarla significa anche lasciarsi attraversare da Dakar, mettersi in gioco, rinunciare al controllo. 

MASQUERADE è quindi una mostra che parla di identità, ma in un senso non psicologico né astratto: l’identità come processo dinamico, influenzato dalle forze storiche, economiche, simboliche. Mascherarsi, in questo contesto, diventa una strategia per smascherare: per esporre ciò che normalmente resta invisibile, o rimosso, o ignorato. In questo momento storico in cui l’arte contemporanea rischia spesso di scivolare nell’autoreferenzialità, il progetto di Nero si distingue per una cosa rara: la capacità di connettere linguaggi e contesti, estetica e politica, immaginazione e responsabilità. Ed è questo, forse, che alla fine resta di MASQUERADE: non solo le opere, ma l’esperienza di attraversarle. Una mostra imperdibile. Ancora una volta la provincia fa scuola. Andateci. 

LINK
  • https://www.atipografia.it/home
Francesco Liggieri
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