La verosimiglianza nell’epoca delle AI. La mostra Almost Real. From Trace to Simulation alle OGR 

Giunto alla sua seconda edizione, il festival Exposed ritorna a Torino con un nuovo focus sui vari linguaggi della fotografia contemporanea. Fra i numerosi eventi in programma spicca Almost Real. From Trace to Simulation, una mostra collettiva che apre interessanti questioni sul ruolo presente e futuro delle intelligenze artificiali (tanto per l’arte quanto per la nostra società). 

Con il titolo esplicativo Beneath the Surface (Sotto la superficie, N.d.R.), la II edizione della rassegna fotografica Exposed – diretta anche quest’anno da Menno Liauw e Salvatore Vitale – prova a insinuarsi ancora di più in territori ibridi dove la fotografia si interfaccia con altri media per affrontare e indagare quelle criticità proprie del tempo che stiamo vivendo. 

Dall’emarginazione razziale (presente sia nelle esposizioni allestite all’interno dell’Accademia Albertina sia nella grande retrospettiva che lo spazio delle Gallerie d’Italia ha dedicato a Carrie Mae Weems) alla preservazione dei delicati equilibri del nostro Pianeta (Sheng Wen-Lo, e Paolo Cirio) sono molteplici i topic toccati dai diversi artisti invitati al festival. Al lungo appello delle problematiche rappresentative di questa particolare epoca storica non può mancare, per forza di cose, anche una certa attenzione nei confronti del rapporto tra l’essere umano e le nuove tecnologie. A centrare in pieno la questione (oltre al progetto Running Fast – Senses Off, di Lisa Bernard) è sicuramente la mostra collettiva Almost Real. From Trace to Simulation.

Nora Al-Badri, “The Post Truth Museum”, (2021-23), installation view, KW Institute for Contemporary Art

LA MOSTRA SULLE AI ALLE OGR DI TORINO 

Curata da Samuele Piazza e Salvatore Vitale, l’esposizione si snoda all’interno del Binario 2 delle Officine Grandi Riparazioni di Torino con l’intento di guardare alle intelligenze artificiali attraverso le pratiche personalissime di tre artisti internazionali. Filo conduttore di tutti gli interventi è l’individuazione di alcune suggestioni, e relative contraddizioni, insite nell’attuale rivoluzione culturale determinata dallo sviluppo delle intelligenze artificiali in ambito artistico (e non solo). Un confronto corale che parte da un quesito insito da sempre nello stesso mezzo fotografico, ossia il concetto di veridicità di ciò che si vede. Se infatti a suo tempo – intorno alla metà del 1800 – la fotografia fu concepita per documentare e restituire visivamente l’autenticità di ciò che ci circondava, lo stesso medium adesso può essere utilizzato per mettere così tanto in discussione quell’attendibilità originaria da annullarla completamente (grazie soprattutto all’estremo realismo offerto da specifici software Text To Image che può facilmente portare a non distinguere più ciò che è vero da ciò che non lo è). E se da un lato pratiche simili possono dar vita a prodotti stupefacenti e dal sapore utopistico, dall’altro spianano la strada a scenari decisamente più inquietanti. 

L’ESPLORAZIONE DI MONDI IMMAGINIFICI ATTRAVERSO LA LENTE DELLA FINZIONE 

A introdurre lo spettatore in questo percorso visionario, fatto di attraversamenti e simulazioni, è l’artista irlandese Alan Butler che presenta una sorta di erbario fantastico nel quale si possono ammirare le silhouette di alcune piante estrapolate dal mondo dei videogiochi. Attraverso l’utilizzo della tecnica della cianotipia (tanto accademica quanto ritornata recentemente in auge) prende così vita Virtual Botany Choyanotypes: un progetto che, unendo insieme virtuale e analogico, ci parla di contaminazioni, di mondi immaginifici, e di ipotetiche prospettive future. 

Proiettata verso l’ideale recupero di una certa dimensione idilliaca è anche Nora Al-Badri la quale dà vita – tramite un video realizzato con le IA – a un futuro prossimo in cui alcuni direttori museali prendono una posizione definitiva sull’annoso problema dell’appropriazione indebita di reperti archeologici ammettendo le proprie colpe e provvedendo alla restituzione di tali cimeli. 

The Post-Truth Museum, questo il titolo del progetto, si compone anche di una serie di ritrovamenti archeologici fittizi (appartenenti cioè né al passato né al presente) generati mediante l’addestramento di una IA su migliaia di artefatti provenienti dalla Mesopotamia. 

Lawrence Lek, “Empty Rider”, (2024), stills da film, Courtesy l’artista e Sadie Coles HQ, Londra

REALTÀ CONFUSE E COSCIENZE AUMENTATE 

Da una singolare rilettura dell’antichità ci si sposta infine verso una nuova considerazione di quelli che potranno verosimilmente essere i dispositivi dell’avvenire. L’ultima opera presentata all’interno di Almost Real invita a riflettere sul concetto di consapevolezza in un’epoca prossima dove le intelligenze artificiali saranno sempre più autosufficienti. 

Al centro del video in animazione 3D Empty Rider, di Lawrence Lek, si assiste per l’appunto a una sorta di processo distopico nel quale l’imputata è una automobile a guida autonoma accusata di aver volontariamente rapito – al fine di ucciderla – la CEO dell’azienda che l’ha prodotta. 

Fra incriminazioni e tentativi di difesa (che alludono addirittura alla presenza di traumi, come quelli derivati dai crash test, tramandati di generazione in generazione) si vengono così ad espandere i concetti di etica ed empatia per ricontestualizzarli in uno Zeitgeist più vicino di quanto possa sembrarci. 

QUALE FUTURO PER IL NOSTRO FUTURO? 

In conclusione, una mostra del genere ci pone davanti a interrogativi atti alla contemplazione di diverse strade percorribili per il futuro della civiltà umana: dei sentieri che molto probabilmente possono anche coesistere simultaneamente all’interno di uno scenario unico. 

Una dimensione nella quale ci si potrà sia astrarre e immergere in dimensioni digitali dal retrogusto nostalgico sia scontrarsi con realtà inedite nella quale i diritti di chiunque – macchine incluse – potranno finalmente essere rispettati; AI posteri l’ardua sentenza. 

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Valerio Veneruso
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